Archivio Tag | "WikiLeaks"

Ossessioni collettive. Critica dei social media

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L’opera di Geert Lovink traccia un percorso innovativo analizzando, criticamente e senza pregiudizi, motori di ricerca, blog, radio digitale, video on line fino ad arrivare a Wikileaks. “Le reti prive di scopo sono divoratrici di tempo, e così veniamo risucchiati sempre più in profondità in una caverna sociale senza sapere cosa stiamo cercandoâ€. Così il professore associato all’Università di Amsterdam, fondatore e direttore dell’Institute of Network Cultures, considerato uno dei massimi studiosi dei nuovi media e della rete, ha definito i social media nell’introduzione al suo ultimo lavoro “Ossessioni Collettiveâ€.
Un trattato a tutto tondo nel quale l’autore non solo offre una voce fuori dal coro per una valutazione critica dei social network, di come si sono trasformati dall’idea iniziale di un mondo parallelo, decentralizzato che apriva la società alla partecipazione politica, alla cultura, invece, del giardino recintato nel quale l’autoreferenzialità diventa nodo essenziale della nostra ricerca del già conosciuto, del gruppo di amici e fan ben definiti, ma è anche una disamina della rete nella sua interezza e complessità, che ripercorre tutti gli sviluppi dagli albori del Web 2.0.
Per Lovink, uno dei principali paradossi della società contemporanea è costituito dal fatto che tutti vogliamo “essere unici†eppure siamo mossi da desideri identici; ciò ha reso agevole il lavoro della classe imprenditoriale del Web che ha costituito le piattaforme di social networking proprio sulla base della convinzione che siamo tutti spinti “dall’incestuoso desiderio di essere proprio come i nostri amiciâ€. Il libro esamina la nostra ossessione collettiva per l’identità e il management di se stessi coniugati con la frammentazione e il sovraccarico di informazione della cultura online.
Capire come vogliamo comunicare nel futuro deve essere al centro delle nostre discussioni del presente e il messaggio di Geert Lovink è chiaro su questo punto. Dobbiamo prendere coscienza per influenzare dal basso la tecnologia e gli spazi del web altrimenti il rischio è quello di disperdersi nella rete, omologandosi al flusso del discorso pubblico senza confronto. Ciò è possibile attraverso l’attivismo mediatico, per inventarsi utilizzi dei media diversi da quelli preordinati rilanciando il dialogo con nuove prospettive fuori dagli schemi dell’autoreferenzialità.
Autore.
Geert Lovink, fondatore e direttore dell’Institute of Network Cultures, Associate Professor all’Università di Amsterdam, Professor of Meda Theory alla European Graduate School, Saas-Fee, in Svizzera, è uno dei massimi studiosi dei nuovi media e della Rete. Fra i suoi libri vanno ricordati Dark Fiber (2002), Uncanny Networks (2002), My First Recession (2003) e Zero Comments (2007).

Media come armi - I quaderni speciali di LiMes

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Sono molte le presentazioni organizzate per l’ultimo numero di Limes, la rivista italiana di geopolitica, dal titolo “Media come armiâ€. Il magazine del Gruppo Editoriale l’Espresso dedica il primo numero del 2012 ai mezzi di comunicazione di massa, analizzando attraverso interviste e articoli, il loro ruolo nello scacchiere geopolitico globale. Le questioni economiche, politiche e culturali che si sono aperte dalla nascita di internet e dei nuovi modi di comunicare sono terreno fertile di dibattito e di studio non solo per importanti personalità del mondo del giornalismo, della scienza e della cultura, ma anche per tutti quei lettori e navigatori del web che vogliono diventare cittadini consapevoli della verità del nostro presente.
Gli amici di sempre di Media Duemila come il direttore scientifico della nostra rivista Derrick De Kerckhhove, docente di Sociologia della cultura digitale all’Università Federico II di Napoli e Michele Mezza, direttore di mediasenzamediatori.org, comunità di analisi e confronti sulla geopolitica dei media, sono tra i molti autori che rivelano tutte le possibili sfaccettature di un mondo che cambia a velocità fulminea. “Mai come oggi - afferma De Kerckhove nell’intervista pubblicata da Limes - tante persone nella storia dell’umanità possono reperire e condividere contenuti e informazioni. (…) ma “il divide più rilevante tra gli utenti “ è che “solo alcuni sanno usare sistemi di protezione dell’identità (…) e sono pochissimi, invece, gli utenti che si preoccupano di tutelare la propria privacy. D’altra parte, grazie a Internet, diminuisce il divario tra poveri e ricchi (…) L’attitudine strategica e geopolitica del mezzo – continua De Kerckhove – è quella di alterare i rapporti tra le forze; spesso svela interessi nascosti, come nei casi di WikiLeaks (…)â€.
Ma, tra i vari articoli di Limes, non manca una dettagliata analisi del rapporto tra libertà d’impresa e tutela della proprietà intellettuale, indagine che si allarga disegnando contorni diversi da quelli che conosciamo, svelando orizzonti insoliti ritratti attraverso i nuovi protagonisti globali come la Cina che, secondo Mezza, “da officina del mondo si sta candidando a diventare il database globaleâ€. Tuttavia, gli autori che offrono il loro contributo sono moltissimi. Duecentotrenta pagine che spaziano dall’evoluzione del mercato dei media al ruolo di internet e dei social network, passando per le rappresentazioni mediatiche delle grandi questioni del nostro tempo: conflitti, sommovimenti nel mondo arabo e musulmano, crisi economico-finanziaria, futuro dell’Europa e della moneta unica, per capire dove siamo, cosa stiamo facendo e dove stiamo andando.
La pubblicazione si trova nelle edicole e nelle librerie.

Politica 2.0. Blog, Facebook, WikiLeaks: ripensare la sfera pubblica

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Il campo nel quale si svolgono i confronti e gli scontri tra i diversi interessi sociali e che - da Habermas in poi - chiamiamo sfera pubblica è cambiato profondamente con l’avvento delle reti telematiche e ancor di più con l’emergere delle piattaforme del Web 2.0. Quali sono i protagonisti, le dinamiche, i codici della sfera pubblica contemporanea? E questo cambiamento che impatto ha sulla nostra sfera privata?

 

“Questo libro è una continua messa a fuoco di problemi ineludibili, e così ci consegna anche una agenda culturale e politica né contingente né burocratica, che svela quale sia la dimensione della politica nella quale siamo immersi e con la quale dobbiamo misurarci. Seguendo questo itinerario, possiamo riscattarci dal riduzionismo che ci affligge, dalla segmentazione dei saperi che ci offre un ingannevole possesso specialistico e ci nega la forza della visione complessiva. Non è un caso che si parta dal corpo, e che da questo possesso del sé si dirami poi l’osservazione di dinamiche più generali” (dalla prefazione di Stefano Rodotà).

 

Autore:

Antonio Tursi (Cosenza, 1978) è dottore di ricerca in teoria della comunicazione e senior fellow del McLuhan Program in Culture and Technology. Oltre che di politica, si è occupato del rapporto tra mezzi di comunicazione e arte. Tra le sue pubblicazioni: Estetica dei nuovi media. Forme espressive e network society, Milano, 2007; Dopo la democrazia? Il potere e la sfera pubblica nell’epoca delle reti, Milano, 2006 (curatore con Derrick de Kerckhove); Filosofie di Avatar. Immaginari, soggettività, politiche, Mimesis, Milano, 2010 (curatore con Antonio Caronia). Collabora con L’Espresso.

 

Europa, qualità dei contenuti, innovazione e convergenza Fnsi e Grande Mutazione

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Al congresso della Federazione Nazionale della stampa Italiana Franco Siddi e Roberto Natale hanno unito editori e sindacato, e  soprattutto due personaggi che non sedevano allo stesso tavolo da quasi venti anni: Fedele Confalonieri e Carlo De Benedetti. Ciò  a dimostrazione che la convergenza di interessi oggi è materia reale. Ed a questo proposito Siddi  sottolinea  che “non c’è atteggiamento di complicità, nessuno vuole giocare a compagniucci, insieme si esercita una responsabilità consapevoli che le sfide da affrontare si  possono vincere confliggendo. Il sistema deve generare condizioni di lavoro giuste per i giornalisti, per gli editori e per gli utenti”. In pochi forse ricordano che il sindacato dei giornalisti e l’associazione editori sono nate insieme per poi staccarsi, 100 anni sono passati dai primi passi e molte controversie restano le stesse, oggi  ingigantite dalle nuove tecnologie e dalla rivoluzione che queste comportano.

“Il futuro dobbiamo affrontarlo - ribadisce Siddi -  come conservatori o come innovatori, se risolvere problemi significa trovare sinergie con chi rappresenta l’industria dell’editoria  ciò non deve rappresentare un problema”. Tutti i relatori di questa giornata di particolare interesse culturale sono stati d’accordo nel sottolineare quanto l’informazione, bene immateriale utile a tutti, debba rinascere con regole e prospettive consoni al terzo millennio. Dopo il fascismo si è riscoperto il giornalismo ed il suo valore - afferma Siddi -  se il valore dell’informazione decresce,  l’industria muore. Aggredire il futuro  può generare sconforto,  può essere faticoso. Il confronto delle parti sociali è decisivo. Il sindacato deve prendere atto della  realtà possibile oggi. Il giornale tradizionale non è finito da un valore aggiunto al sistema, senza i giornali l’enorme materiale distribuito da Assange non avrebbe avuto lo stesso impatto sull’opinione pubblica”.

Il segretario della Fnsi propone anche una riflessione interessante sulla pubblicità: “L’informazione non può essere tutta gratuita ma non può nemmeno dipendere solo dalla pubblicità. C’è stato un tempo in cui dicevamo che troppa pubblicità poteva in qualche modo influire sul prodotto giornalistico nel suo complesso, oggi ci lamentiamo del contrario: ah se ci fosse più pubblicità”. Ai giornalisti un esortazione: “non accettate compensi da fame. Un esempio per tutti Gad Lerner che ha saputo trasformarsi in giornalista multipiattaforma”. In conclusione un nuovo patto, non più eresia ma una necessità dettata dai tempi.

Roberto Natale guarda all’Europa, invita a riflettere sul caso Ungheria e a ragionare sul futuro della professione. “Non vogliamo posizioni passatiste nostalgiche, di buon giornalismo ci sarà sempre bisogno. Non è successo ciò che in molti speravano: la Rete non ha cancellato la necessità di giornalismo. WikiLeaks dimostra quanto c è bisogno di buon giornalismo. Lo scontro fra Assange ed il quotidiano  The Guardian è la prova di tutto.  Questo scontro fa riflettere su  cosa deve essere il buon giornalismo.  Quando parliamo di giornalismo lo dobbiamo contrapporre al neopopulismo mediatico”. 

Qualità dell’informazione, diritti e lavoro sono temi che con  la crisi hanno significato perlopiù  tagli: “Dobbiamo capire se gli editori hanno idee - continua Natale -  per comprendere  quale  sia il presente ed il futuro possibile per il nostro mondo. Press divide: si legge sempre meno fra i giovani. Invece di pensare solo ai tagli bisogna capire come guadagnare nuovi lettori. Conflitto e conflitti di interessi significa che esiste un problema di assetto di sistema, non basta prorogare un divieto di incroci per pochi mesi, abbiamo tutti bisogno di norme certe. Sono certo che ciò che discutiamo oggi non sono temi che riguardano solo i giornalisti. L’Italia ha dimostrato che c’è una cosciente consapevolezza del diritto di essere informati”.  

 

* foto di Angelo Palma

Condividere diritti e doveri

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Il mondo oggi va reinventato vi piaccia o no. Con l’Osservatorio TuttiMedia e Media Duemila cerchiamo di fare questo, invitiamo giovani e uomini di governo, professori, dirigenti di aziende a unirsi a noi per partecipare attivamente alla rivoluzione. “Una rivoluzione che può essere paragonata a quella francese, prima grande rivoluzione epocale ma con troppo sangue - sottolinea de Kerckhove -. Oggi per evitare gli errori del passato bisogna unirsi e pensare insieme per formare una grande mente globale. La nuova responsabilità è una responsabilità umanitaria. Noi siamo responsabili verso l’ambiente, verso la tecnologia, verso tutti, è il momento della responsabilità globale. Internet vive il suo momento di maturazione, WikiLeaks è uno di questi processi.  L’informazione sta esplodendo, il mondo implodendo. L’Implosione del mondo su se stesso porta alla necessità del confronto”.

 

Questo confronto noi dell’Osservatorio TuttiMedia e di Media Duemila lo proponiamo da sempre ed ora è più importante che mai promuovere riflessioni. Quest’anno abbiamo parlato di realtà aumentata, di neuroscienza e marketing, di nuove professionalità per nuovi giornalisti, di diritti di autore nell’era di Internet, argomento con il quale chiudiamo un anno e ne cominciamo un altro. Oggi la parole d’ordine è condivisione, condividere diritti e doveri, condividere visioni, condividere soluzioni. Intanto condividiamo il Natale, la fine e l’inizio di un nuovo anno con tutti i popoli che lo festeggiano contemporaneamente.

Società di paradisi informazionali Immaginiamo insieme

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L’aggiornamento settimanale è dedicato a Wikileaks non perché ci siano altre cronache da aggiungere a quanto detto e scritto in queste ultime settimane, ma per invitare i lettori ad approfondire un fenomeno che è certamente parte del mondo moderno, ne è probabilmente diretta conseguenza. In più parlare del fenomeno WikiLeaks significa parlare di nuove prospettive che incidono sul mondo in cui il bene più prezioso è immateriale: l’informazione.

Il prossimo numero cartaceo della rivista sarà dedicato ai “Diritti di Autore ai tempi di Internet”,  dunque in perfetta sintonia. Negli articoli  della newsletter il denominatore comune è legato ad un nuovo tipo di società dove il denaro non è più protagonista .

Tecnologia, diritti e doveri nell’era dell’informazione saranno i temi ricorrenti per il 2011, intanto   invito tutti voi a inviarci pareri per aiutarci ad immaginare il futuro. Cosa succederà su Internet fra un anno, cinque o venti? Difficile, direi impossibile dare una risposta coerente che non rischia di essere smentita nei prossimi sei mesi, ma non per questo non dobbiamo provare a proporre una possibile storia di successo per il 2011 o il 2012.

De Kerckhove: chiacchiericcio diffuso, notizie di oggi McLuhan, WikiLeaks e villaggio globale

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di MARIA PIA ROSSIGNAUD

 

WikiLeaks, esempio di informazione da villaggio globale?

Si, assolutamente si. McLuhan diceva che nel futuro la metà del mondo avrebbe spiato l’altra metà ed avrebbe raccontato tutto sulla metà spiata. In più parlava di trasparenza sostenendo che “la trasparenza è parte del mondo dell’elettricità”.  Ai suoi tempi non esisteva ancora l’idea di Rete così come ce l’abbiamo oggi e dunque i suoi ragionamenti  si riferiscono generalmente ad un’era elettrica dove non è stato più possibile nascondere niente. Mi sembra che con WikiLeaks ci siamo.

Infine invito tutti a riflettere sull’immagine teorica del villaggio globale, sono certo che la maggior parte delle persone lo associa al paradiso terrestre, cioè un mondo di pace, coesione, condivisione e cooperazione.  Al contrario McLuhan diceva che in un mondo globale si sarebbero senz’altro  perpetuate e forse ingigantite tutte le rivalità e gli odi che la tradizione storicamente attribuisce  ai cugini e agli stessi fratelli. Dunque il villaggio globale predetto è un luogo di grande tribolazioni, con frizioni ed incomprensioni totali . Il mondo dunque implode su se stesso e WikiLeaks ne è un esempio. L’implosione crea molta frizione ed angoscia, molta di più che nel passato.  Il problema di oggi è legato alla scomparsa dei confini, dei limiti. Non abbiamo più  “no man’s land” (terra di nessuno), non c’è più aria senza uomo.

 

Cosa significa per il mondo dell’informazione?

Non c’è più distanza fra informazione e utente che la riceve, lo spazio che intendo come “terra di nessuno” è un luogo simbolico dove si possono sedimentare le notizie, dove simbolicamente si possono creare aree di compensazione utili fra Paesi in conflitto. Adesso la notizia parte ed arriva, non passa più nessun tempo fra l’evento che crea la notizia e la sua diffusione. Siamo immediatamente colpiti dalla notizia e dalle sue conseguenze. Ecco appunto WikiLeaks, la notizia che fa il giro del mondo ripresa in streaming da tutti in ogni angolo del globo.

Il momento che viviamo è un tempo di transizione pari a quello precedente al Rinascimento. Spero che sia solo una metamorfosi, preludio di un nuovo rinascimento.  Sono contento che con l’Osservatorio TuttiMedia e con Media Duemila abbiamo scelto di celebrare il centenario dalla nascita di McLuhan studiando il presente attraverso gli occhi, gli studi, le ricerche di giovani colleghi o aspiranti tali.  Insieme, forse, unendo visioni e sperimentando l’oggi. Ciascuno con il proprio piccolo o grande bagaglio di esperienze potremo immaginare il futuro.

 

Maria Pia Rossignaud

Wiki comunicazione veloce Leaks per notizie che trapelano subdolamente

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di ROBERTO SARACCO

 

Non mi ritengo affatto adeguato per affrontare le varie sfaccettature che WikiLeaks comporta. Di queste i giornali, e i commentatori, hanno trattato da molti giorni e il meccanismo che WikiLeaks ha innescato penso garantirà un grande dibattito su etica, libertà di informazione, trasparenza, segretezza, ruolo di Internet e rapporti tra governi e governati.

Vorrei, invece, condividere alcune riflessioni su Wiki e su Leaks, due caratteristiche che credo siano talmente legate ad Internet ed al Web da potere essere considerate una loro caratteristica.

 

Wiki, da una parola hawaiana che significa fare le cose velocemente, è diventato sinonimo di un qualcosa di valore creato in modo continuo da una comunità i cui membri spesso non si conoscono e che trovano la loro forza dal grande numero e da una connettività che consente di mettere a valore il contributo di ciascuno.

Su Wikipedia è difficile associare ad uno specifico articolo il nome di un autore. Se anche vi è stato un iniziatore e forse un contributore predominante quello che leggiamo è l’inestricabile somma e emulsione di moltissimi contributi che hanno esteso, precisato, modificato quanto esisteva prima, sotto l’attento controllo di migliaia di osservatori. La varietà degli interessi degli osservatori è garanzia di neutralità del risultato…nel tempo.

Infatti, ad un certo istante, subito dopo una variazione, potrebbero essere stati introdotti giudizi di parte, inesattezze ed errori. Ma nel tempo questi scompaiono. Quindi, occorre lasciare sedimentare per qualche giorno una notizia per cominciare a veder emergere quello che rappresenta un consenso.

Wikipedia è solo uno tra ormai le centinaia di wiki che esistono e che hanno fatto leva sulla cultura del contributo volontario e al tempo stesso hanno generato una nuova dimensione della parola “prodotto” disaccoppiandola dal concetto di “prezzo”. Evoluzione questa che ha messo in discussione molti biz.

Credo che alla base del wiki vi sia la natura sociale dell’uomo, affinata da milioni di anni di evoluzione che hanno in qualche modo inscritto nel nostro cervello che è bene collaborare e che la collaborazione può essere fine a se stessa e portare a benefici complessivi.

L’assenza di una infrastruttura che facilitasse la collaborazione annullando le barriere spaziali e temporali ha impedito l’emergere di fenomeni come i wiki. L’Enciclopedia di Diderot e D’Alambert non era un wiki anche se ne aveva alcune caratteristiche, come quella della collaborazione a più mani, in quanto le barriere di comunicazione (e i costi connessi) portavano necessariamente al contributo di pochi che proprio in quanto “pochi” sostenevano costi elevati (in termini di impegno perlomeno) e che come tale dovevano essere retribuiti. Il prezzo discendeva da questo. Oggi, il costo della contribuzione è minimo e non richiede una ricompensa al di fuori della propria soddisfazione. La moltitudine dei contributi crea il valore.

La crescente abitudine alla digitalizzazione (che abbatte i costi in produzione, diffusione, analisi e correzione) non farà altro che aumentare i wiki.

Per questo ritengo che WikiLeaks (e simili) troverà opportunità sempre maggiori di alimentazione in futuro.

Le possibilità di accedere ad informazioni e la loro elaborazione è oggi maggiore della nostra capacità di capire cosa questo significhi. Siamo piacevolmente sorpresi dalla efficienza di certe indagini di crimini che vanno a buon fine incrociando dati su telefonate, localizzazione, genetica. Siamo sconcertati da risultati di elezioni politiche sempre più sul filo del rasoio, di film pianificati per il successo che hanno successo, di prodotti che catturano sempre più la nostra attenzione.

Dietro a tutti questi fenomeni c’è la disponibilità di informazioni e la capacità di analizzarle.

C’è persino una azienda che offre previsioni mirate sul futuro sulla base di cosa è successo e sta succedendo su Internet. La psicostoria di Hari Seldon, il matematico che Asimov ha inventato nella trilogia Fondazione, è ormai molto vicina alla realtà.

In questo senso credo che si possa anche chiudere WikiLeaks ma nel giro di poco tempo la mole di informazioni “legalmente” presenti su Internet e quindi utilizzabili costituirà una tale base di inferenza di conoscenze che sarà impossibile attribuire una responsabilità di divulgazione illegale di informazioni. E qui arrivo al Leaks.

 

Leaks in inglese ha due significati (in parte simili): lasciar trapelare in modo subdolo, tale da non essere facilmente rintracciato, delle notizie e perdita di parte di una sostanza (in genere un fluido), ad esempio perdita di acqua da una tubatura non integra. In entrambe è presente il concetto che qualcosa non ha funzionato e che quindi occorra intervenire per riparare risolvendo così il problema.

In Internet la “tracimazione” di informazioni è parte integrante della stessa rete. Un messaggio che invio dal mio computer a quello di un amico per una chat a due passa attraverso un certo numero di nodi, anche una ventina, lasciando dietro di sè una serie di copie. Non parliamo poi della cosiddetta segretezza ottenibile grazie al canale criptato. L’informazione, almeno per ora, per essere di utilità deve passare attraverso i nostri sensi per arrivare al cervello. Dobbiamo leggerla, ascoltarla… E in questo punto possiamo avere una intromissione non voluta. Si pensi agli sforzi delle banche per criptare la password che digitiamo al bancomat e la soluzione dei truffatori di riprendere il movimento delle nostre dita sulla tastiera per “rubarci” il codice. Si pensi al DRM per impedire la copia digitale di una musica e a quanto sia semplice piazzare un microfono che catturi il suono e lo registri libero da ogni chiave.

Il fatto è che le informazioni digitali hanno una caratteristica unica che le differenzia rispetto agli altri beni: posso duplicarle senza deperire l’originale in alcun modo, anzi non mi accorgo neppure che sia stata fatta una copia. Aggiungiamo a questo il fatto che posso trasmettere l’informazione senza alcun costo ai quattro angoli del mondo e bingo! Abbiamo il problema del Leaks ma senza la perdita di sostanza. Quello che perdiamo è il controllo e il valore associato.

Il trattare l’informazione alla stregua di monete d’oro è alla radice del problema. Se mi rubano le monete d’oro io non le ho più e me ne accorgo. Se mi rubano l’informazione io continuo ad averla. Questa smaterializzazione ha generato in molti anche l’idea che copiare una informazione non sia rubare, in fondo chi la possedeva prima continua a possederla…

Penso che fino a quando continueremo a trattare l’informazione alla stregua di un bene materiale non ne verremo a capo. Questa è la sfida che la tecnologia e la cultura hanno davanti a loro nei prossimi anni.

Alcuni tentativi di affrontare il problema sono presenti nel Web 2.0 in cui non vi è più una informazione che viene condivisa ma un servizio. Questo richiede una azione più complessa (deve esserci qualcuno che lo eroga e che in linea di principio può essere ritenuto responsabile) del semplice accesso ad una banca dati o allo schermo di un video.

In prospettiva il Web 3.0 potrebbe introdurre un ulteriore livello di complessità e di responsabilità (”accountability” in inglese). Questo perché il servizio erogato dal Web 2.0 viene fruito attraverso un intermediatore che lo personalizza al fruitore sulla base di una conoscenza dello stesso.

Queste tecnologie non credo risolveranno il problema dei Leaks, problema che credo sussisterà fino a quando vi saranno persone al mondo, ma certamente permetteranno un monitoraggio più stretto, un po’ come oggi il Tutor in autostrada che non impedisce di spingere sull’acceleratore ma…

Come dicevo all’inizio gli elementi di riflessione e confronto stimolati da WikiLeaks vanno ben oltre la tecnologia e quindi queste mie riflessioni si collocano molto in periferia rispetto al tema.

 

Roberto Saracco

direttore del Future Centre di Telecom Italia a Venezia

Assange, fondatore del sito che fa tremare il mondo Martire e santo moderno?

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di GIAMPIERO GRAMAGLIA

 

A conti fatti, non sarà stato un 11 Settembre della diplomazia internazionale, come temeva un po’ catastroficamente il ministro degli esteri Franco Frattini: al massimo, sarà una Beresina della diplomazia americana, anzi di qualche diplomatico abbastanza ingenuo da pensare che i suoi cablogrammi da XIX Secolo restassero segreti nella Società dell’Informazione del XXI Secolo.

Dalla montagna di documenti che WikiLeaks mette a disposizione della stampa mondiale, con il New York Times, the Guardian, Le Monde, El Pais e Der Spiegel a fare da apripista e da tramiti di lusso, escono più pettegolezzi che segreti. Man mano che i file vengono spulciati - sono oltre 280 mila, per quasi tre milioni di pagine -, si scopre che i diplomatici scrivono quello che tutti dicono, di Berlusconi come di Putin, di Sarko come della signora Merkel, e dei “leader folli” - magari un po’ criminali - come Gheddafi e Ahmadinejad, Mugabe e Kim Yong-il.

 

Libertà d’informazione o furto di documenti

Lasciamo stare per un attimo i contenuti dei documenti, su cui, del resto, WikiLeaks attua una sorta di “strategia della tensione” mediatico-diplomatica: nei prossimi mesi, saranno pubblicati un po’ alla volta, sui siti del Cablegate. Un giornale belga, Le Soir, calcola che ci vorranno oltre 1000 giorni, quasi tre anni, per spulciare a fondo quelli già tirati fuori, un sesto dei quali circa riguarda l’Europa.

Dei giornali prescelti, nessuno ha preso alla leggera il lavoro di selezione e analisi; e neppure la decisione se pubblicare o meno. The Guardian prospetta una crisi diplomatica globale. Le Monde spiega la scelta di fare uscire i documenti di WikiLeaks nonostante gli appelli delle autorità a non farlo. Quelli rimasti fuori dal giro vero, un po’ rosicano: Le Figaro mette on line un sondaggio, “Azione legittima?”, chiede. I più dicono no, ma è una maggioranza risicata in un pubblico tendenzialmente conservatore. Il WSJ si pone lo stesso dilemma. Per il WP, “i documenti mostrano quanto la diplomazia è intricata”. Newsweek parla di “fine della trasparenza”: “La prima vittima è proprio cio’ per cui Julian Assange, il fondatore del sito, dice di battersi”, perché d’ora in poi, è probabile, i cablo, se ancora si faranno, saranno meno schietti e più involuti.

 

Dagli amici mi guardi Iddio…

La partita di WikiLeaks, pro e contro, si gioca a parti invertite: chi lo vuole sul banco degli imputati, lo trasforma in un martire, con l’arresto, le accuse di stupro (forse false), gli ostracismi informatici; e chi lo difende, gli crea intorno un alone di diffidenza. Dimmi con ci vai (sul Web) e ti dirò chi sei: se il vecchio adagio, adattato all’era Internet, ha qualche fondamento, Assange non si ritrova in una compagnia proprio adamantina. L’ultimo a mettersi al suo fianco, dopo Muammar Gheddafi, è stato Vladimir Putin.

Il presidente russo, cui alcune delle rivelazioni di WikiLeaks non devono essere andate a genio, sale in cattedra e dà lezione agli Stati Uniti: “E’ questa la democrazia?, perché avete arrestato Assange?, da che pulpito viene la predica” sulla libertà di stampa. Putin risponde alla domanda di un giornalista e si scatena: cita pure lui un proverbio, ma russo (”se la mucca di un vicino muggisce, è meglio che la tua stia zitta”) e punzecchia il Dipartimento di Stato (”Voi credete davvero che la diplomazia americana sia una fonte d’informazione cristallina?”).

Così, Putin balza in testa alla lista degli amici di Assange “potenti e famosi”: c’è gente per bene, come il brasiliano Lula, che ci sta per amore della libertà, ma ci sono pure leader discutibili. L’israeliano Netanyahu ci sta magari perché le rivelazioni di WikiLeaks gli hanno procurato più vantaggi che svantaggi; Putin perché i cablo dei diplomatici lo hanno forse punto sul vivo; Gheddafi, forse, per un antiamericanismo di fondo. Con il fondatore di WikiLeaks, si schierano pure i compagni di cella, che un po’ avanzi di galera devono pur esserlo.

Lui Assange, che Frattini accusa di volere “distruggere il mondo”, dice che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è contro la libertà d’informazione, perché la Casa Bianca insiste a condannare “l’operazione pericolosa” da lui condotta. La Clinton fa una difesa d’ufficio della diplomazia statunitense, parla di “attacco alla comunità internazionale” e annuncia “contromisure”. E mentre in Italia - ma perchè mai? - la magistratura apre un fascicolo, devono ancora emergere con chiarezza i retroscena della fuga di notizie.

 

Reprobo o eroe?

Certo che l’Amministrazione statunitense ci s’è messa di buzzo buono per farsi nemici, in questa vicenda, e per procurare amici ad Assange. Lasciamo da parte le dichiarazioni a gogò dei suoi diplomatici, che, esposte sul Web, sono diventate una sorta di gogna informatica per i leader “sbertucciati” e per il Dipartimento di Stato incapace di difendere i suoi segreti. A scompaginare le carte, è stato il clima di persecuzione creato - un po’ a disdoro della libertà d’espressione salvaguardata dalla Costituzione americana - intorno al “pirata” australiano, che, all’inizio, era simpatico a pochi (e che, in fondo, continua a non piacere proprio, come persona). Anche le femministe si dividono sul reato di stupro addebitato a Julian: una montatura? I dubbi ci sono e il profilo di almeno una delle vittime li avalla.

E si dividono pure i giornalisti: quel biondino australiano slavato sa più di spia che di “collega”, però fa saltare fuori un sacco di notizie. Vero più per gli “scoop” sull’Iraq e sull’Afghanistan, che hanno tirato fuori verità celate dal Dipartimento di Stato e dal Pentagono, che nel caso di questa valanga di carte spesso inconsistenti.

Con Assange, stanno, ovviamente, gli hacker di tutto il mondo, che conducono attacchi a tutto spiano contro chi, pubblico o privato che sia, boicotta WikiLeaks. Il commissario Onu per i diritti umani Navi Pillay se ne allarma e, anche lei, se la prende con gli Usa: “Si parla di pressioni esercitate su società private, banche, società di carte di credito, fornitori di siti, perché chiudano le linee di credito per le donazioni a WikiLeaks”. “Se WikiLeaks - aggiunge la Pillay - ha commesso atti riconosciuti come illegali, deve essere perseguito nel quadro della legislazione e non attraverso pressioni o intimidazioni, specie su terzi”.

Il concetto è semplice: se giustizia va fatta, va fatta nel rispetto della giustizia (e non sommariamente). Gli avvocati sono in campo. Assange martire e santo? Speriamo non diventi martire e non crediamo che sia santo, ma intanto è già una statuetta nei presepi di Napoli.

 

Segreti pochi e tante banalità

Dalle carte, intanto, di segreti, non ne saltano fuori (ma già si sapeva che nessuno di quei cablo era “top secret”, davvero succulento); ma neppure una cosa che davvero non si sapesse, a parte qualche pettegolezzo gustoso ma quasi sempre di seconda mano: l’insostenibile pesantezza dell’ovvio, come la storia che i vicini arabi e sunniti dell’Iran persiano e sciita sarebbero ben contenti di dare una lezione per interposta persona a quel regime ambizioso e invadente. A dire il vero, ci sono pure storie che nessuno sapeva: peccato che, in genere, siano balle, come la Corea del Nord che ha un missile intercontinentale  - ma dove ?, se, quando ci prova, a volte non riesce neppure a farli partire, i suoi missili, da spaventare giusto giusto Seul e manco Tokyo - e l’Iran che ha un missile capace di raggiungere l’Europa.

Certo, dopo una grancassa durata cento ore, che aveva dato il tempo al Dipartimento di Stato di limitare i danni, il tema è esploso sulla stampa internazionale, ha tenuto bene due settimane e non è esaurito. Ma c’è l’impressione di una sorta di sospiro di sollievo collettivo: “Uff!, tutto qui?”. Tirato il quale, tornano i sudori freddi : perché, se questi danno spesso l’impressione di essere “prove di stile” di diplomatici con la vocazione del giornalista, ci resta l’ansia di che cosa ci sarà mai scritto nei documenti “top secret” che non sono - ancora? - saltati fuori.

Senza dubbio, la pubblicazione dei documenti avrà conseguenze: non tutti i leader colpiti dalle rivelazioni sceglieranno di farci una risata sopra, come ha fatto Berlusconi. Washington ha scuse da chiedere; chiarimenti da dare, con il “leit motiv” che quello che scrivono i diplomatici non è la linea dell’Amministrazione, ma al massimo un contributo alla sua definizione; spiegazioni da fornire, per esempio per lo spionaggio ai danni del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e degli ambasciatori degli altri Paesi con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Gli Stati Uniti ne escono oggettivamente indeboliti o, comunque, imbarazzati: per qualche tempo , Hillary Clinton e i suoi collaboratori dovranno muoversi con cautela.

Intanto, il fondatore del sito “che tremare il mondo fa” molto più del Bologna Anni 30 finisce in carcere a Londra, mentre, in nome suo, si scatena una cyberguerra contro le società che lo hanno boicottato, come MasterCard e PayPal, e contro la magistratura di Stoccolma che l’accusa di violenza sessuale. Ed è mistero sulle trattative, se vi sono, tra Washington e Stoccolma per l’estradizione, mentre l’Australia, Paese natale dell’hacker un po’ spia e ladro e un po’ Robin Hood, accusa gli Stati Uniti: “La colpa delle fuga di notizie è vostra”. Che diamine!, proteggete meglio i vostri segreti e, se non ne siete capaci, mettete almeno il bavaglio ai vostri ambasciatori.

 

Giampiero Gramaglia

direttore dell’Agence Europe

Paradisi informazionali dopo i paradisi fiscali? Informazione al posto del denaro

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di SALVATORE IACONESI

   

È possibile leggere il “fenomeno” WikiLeaks su più livelli.
Se, da un lato, è molto interessante assaporare il gesto liberatorio della potenza della disclosure, della trasparenza, della pubblicazione libera e incondizionata come gesto di libertà di espressione e di rivendicazione dei propri diritti e della possibilità di affermare la propria visione sul mondo, dall’altro lato è interessante vestire i panni degli investigatori e cercare di comprendere alcune altre dimensioni attivate da operazioni di questo genere.
È importante iniziare dal sottolineare gli aspetti positivi.
Se ci si astrae per un secondo (salvo farci ritorno tra un attimo) dalle dimensioni ideologiche e del “gossip globale” - quello per cui è interessante sapere particolari così frivoli delle dinamiche della politica globale, sia dal punto di vista del feticismo visuale che del voyeurismo comunicazionale -, è possibile affermare che fenomeni come WikiLeaks sono incredibilmente positivi, perché affermano una dimensione possibilistica.
È possibile operare sull’informazione strategica a livello globale con una potenza incredibile: le tecnologie e le tecniche necessarie sono accessibili, disponibili ed efficaci, a patto di organizzarle in maniera tattica e secondo una visione nativamente globale e fondata in maniera radicale su un atteggiamento che è a cavallo dell’hacking, del marketing più illuminato, dell’attivismo e dell’arte.
Questo fatto è indipendente dall’entità e quantità delle informazioni pubblicate, dall’identità e vita privata delle persone dietro WikiLeaks, dalle tesi complottiste, dal fatto che gli attivisti di WL siano della CIA, del Mossad o dei ricchi figli di papà, da tutto: azioni come quelle di WikiLeaks aprono dimensioni di possibilità e di opportunità - tecniche e di immaginario - che hanno un valore e un potere assai elevato e che sono in grado di stimolare quei cambi di atteggiamento che, nella contemporaneità, sono forse il più potente mezzo di rivendicazione sociale e politica che l’umanità ha a disposizione.
C’è da dire, oltretutto, che WikiLeaks è un caso eclatante di una metodologia operativa che è istanziata costantemente da molti soggetti, sia di stampo attivista che di tipo più “classico” e/o istituzionale. Sono infatti moltissimi i casi in cui diverse tipologie di soggetti avviano campagne globali di disclosure che sono state in grado di sovvertire i meccanismi del potere autoritario e dell’opacità. Molteplici e dei tipi più differenti, dalle campagne di giornali e gruppi di attivisti anti-corporazioni, fino alle azioni di culture jamming più potenti, fino agli stessi Governi che, pilotando i meccanismi dell’informazione e della controinformazione hanno più volte cambiato le direzioni della storia e dell’opinione pubblica.
WikiLeaks è, in qualche modo, differente per alcuni motivi, primo tra tutti per l’aver ragionato non solo sulle metodologie della Rete, ma anche per aver progettato una dimensione di mito e una scansione temporale eccezionale, creando modelli narrativi complessi e strutturati, quasi da dramma greco in tre atti, formando e suggerendo, in maniera psicoattiva e dosando le azioni per mesi, il crescere dell’attenzione e del coinvolgimento di media, persone e reti.
WikiLeaks è un fenomeno che dovrebbe interessare molte discipline della comunicazione, delle scienze cognitive e delle pratiche attiviste.
Ci sono, però, altre dimensioni del fenomeno che sono altrettanto interessanti, ma che vengono analizzate e discusse solo di rado.
Queste dimensioni possono essere sintetizzate, dal mio punto di vista, come:

  • la contrattazione del reale
  • la spettacolarizzazione, l’assuefazione e il conseguente distacco dalle politiche
  • la strumentalizzazione
  • l’emergere di paradisi informazionali

 

Iniziamo con ordine.
Abbiamo oramai abbandonato l’idea della possibilità della definizione univoca del reale. Se non fossero bastati gli interventi dei filosofi del Novecento, le visioni mistiche del passato e la televisione, la Rete ha oramai reso completamente banale questa idea: le reti digitali, sia direttamente on line che attraverso le possibilità di stratificare infinite informazioni e interpretazioni su qualsiasi luogo, oggetto, corpo, concetto o transazione, hanno completamente annullato la possibilità anche solo di concepire la “realtà” come interpretazione univoca.
WikiLeaks porta questa possibilità nelle stanze del potere.
In questo senso, infatti, il termine “wiki” è completamente fuorviante.
WikiLeaks è, per definizione ed ammissione dei suoi stessi partecipanti, quanto di più opaco e meno partecipativo possa esistere. Il rassicurante pulsante “submit information” in cima alla pagina web del sito rappresenta una minima parte delle attività dell’organizzazione, e oltretutto la meno strategica.
Una analisi anche poco approfondita, ma realistica, sulle metodologie in base alle quali una organizzazione come WikiLeaks possa funzionare, porterà alla luce molti livelli di gerarchia e di progressiva opacità.  Le attività di WikiLeaks si organizzano secondo questo organigramma caotico e non trasparente.
È possibile immaginare in maniera sostanzialmente lineare come sia avvenuto l’approvvigionamento dei documenti alla base delle ultime pubblicazioni di informazioni.
In questo scenario alcuni soggetti, presenti nelle organizzazioni istituzionali e dotati di accessi alle informazioni in questione, creano una strategia. Una strategia che è inserita nella loro strategia personale (di individui o organizzazioni), globale o locale che essa sia.
Questi soggetti inseriscono all’interno del loro progetto la possibilità di utilizzare “WikiLeaks” come meccanismo di attuazione.
In alcuni giorni (tanto serve per entrare in contatto con qualche elemento di sufficiente rilevanza all’interno di WikiLeaks) i contatti sono avviati e si inizia la discussione delle migliori metodologie di trasferimento delle informazioni.
Queste verranno trasferite, con tutta probabilità e in accordo con quanto raccontato più volte da membri di WikiLeaks, secondo canali sicuri fondati solo in parte sulle reti digitali.
Probabilmente organizzati in pacchetti distribuiti in maniera ridondante e crittografia su diversi supporti magnetici, le informazioni vengono consegnate a WikiLeaks, per posta, a mano o usando un corriere. Usando canali differenti, vengono condivise le chiavi di cifratura.
A quel punto il gioco è fatto: WikiLeaks edita, duplica e rimodifica le informazioni, disseminandole in maniera ridondante per sicurezza in diversi luoghi del pianeta e della Rete.
Nessuno ha mai premuto il pulsante “submit” del sito, gran parte della “redazione” di WikiLeaks non ha alcuna informazione su come/quando/con chi sia avvenuto lo scambio.
La contrattazione avviene tra pochi soggetti, appartenenti ai livelli gerarchici più elevati delle due (o più) organizzazioni e tutta l’operazione è asservita alle strategie e tattiche dei soggetti coinvolti.
Non c’è, ovviamente, alcuna critica in questa descrizione: è il risultato di uno studio di fattibilità tecnica, tecnologica e metodologica. Con tutta probabilità così si svolgono i processi di disclosure di WikiLeaks.
Questo genere di processi ha, però, diversi risvolti interessanti, collegati principalmente con i due principali livelli narrativi coinvolti: la strategia e il mito.
Lo scontrarsi di questi due livelli crea un intero ecosistema di possibilità, in cui si possono creare narrative globali per ottenere un numero virtualmente infinito di risultati.
Selezionando le informazioni da pubblicare, progettandone la scansione temporale, scegliendo i soggetti politici ed economici su cui focalizzare l’attenzione, è possibile mischiare alle narrative di dettaglio (che, non a caso, sono rappresentate da gossip diplomatici e altri elementi in grado di creare una condizione di “sospensione di giudizio” in virtù dei feticci cui si aggrappano e della dimensione voyeuristica cui fanno riferimento) narrative di fondo, rumore e una serie di punti fermi che, come è pratica comune del cinema, della pubblicità e della comunicazione strategica, descrivono in maniera precisa scenari e panorami. Questo avviene in maniera fondamentalmente scientifica, e utilizza tutti gli armamentari della comunicazione, incluse le incongruenze, il falso, il montaggio, lo sfasamento temporale. KuleÅ¡ov, Ä–jzenÅ¡tejn e Vertov non potrebbero essere più soddisfatti.
In questo scenario il reale, inteso come interpretazione unica o, quantomeno, più plausibile, cessa di esistere, sostituito da una condizione di interconnessione rizomatica di informazioni e visioni che si apre a due risultati principali: la sostanziale equivalenza di ogni interpretazione (o immaginazione) possibile, e il calo dell’attenzione e del desiderio di approfondimento, in virtù dell’enormità delle informazioni fruite, delle infinite combinazioni possibili e della polifonia interpretativa che queste  generano nella società e, soprattutto, nelle figure degli “esperti” anche di tipo non “classico”, ovvero coincidenti in qualche modo con il concetto di “influencers” che emerge dalle teorie sociali e cognitive che studiano le reti digitali.
Il risultato è noto ed abbastanza dirompente: cala il livello di attenzione e subentra il livello di spettacolarizzazione che, a seguire, crea un progressivo distacco dalle informazioni, dagli ecosistemi politici e sociali che queste descrivono, lasciando in uno stato di stupore ripetitivo, ricombinante ed assuefatto tipico della pornografia. Non c’è mai “soddisfazione” o “attivazione”: esiste solo la dimensione della jouissance Lacaniana, una sorta di stato di masturbazione informazionale, che trova significato nella mera ripetizione e mai nella soddisfazione.
Questa condizione di continuo stupore assuefatto è anche fertile humus per la strumentalizzazione. Abbiamo chiare in mente le immagini dell’11 Settembre 2001, e della strategia di controllo attuata sulla base di quegli avvenimenti.
Senza, come al solito, cedere al complottismo o alla paranoia, non v’è dubbio che eventi così eclatanti diventino in maniera abbastanza lineare la scusa per l’attuazione di politiche di controllo e di limitazione di libertà, ad opera di forme autoritarie tanto abituate, oramai, a giocare diversi ruoli sui molti piani dell’informazione e della controinformazione.
Ma tra tutti gli elementi fin qui citati, ve n’è uno che non viene menzionato quasi mai, e che può essere suggerito come interessante spunto di riflessione per l’analisi possibilistica degli scenari del prossimo futuro.
Le azioni ed i processi collegati alla vita e agli exploit di WikiLeaks assomigliano in più di un modo all’agire di una certa parte del mercato finanziario globale.
Proprio quel mercato che, virtualizzata completamente l’economia, fonda sull’informazione la sua chiave di volta. La possibilità di avere vantaggi competitivi in termini di disponibilità di informazione è la chiave per il successo nei mercati globali della speculazione finanziaria: anche la crisi più grave può generare enormi utili per chi sia in possesso delle informazioni con un adeguato anticipo.
Questo elemento, unito alle tendenze, in varie parti del mondo, inclusa l’Islanda, con cui si immaginano e si progettano diverse forme di “porto franco informazionale”, suggeriscono scenari interessanti.
Sembrerebbe infatti non troppo remoto o inattuabile un panorama globale in cui l’informazione si sostituisse completamente al denaro, per quanto virtualizzato. E, anzi, probabilmente, a qualche livello “meta”, ciò è già successo.
Le dinamiche descritte dall’operare di Wikileaks e di soggetti nazionali quali l’Islanda e tanti porti franchi del mondo, suggeriscono la possibilità di emersione di soggetti del tutto particolari.
Luoghi dell’opacità e della contrattazione non più delle risorse economiche reali o virtuali, ma di informazione. Luoghi fisici e sulla Rete, localizzati o disseminati in varie parti del mondo grazie a cloud incredibilmente protette di server crittografati ed anonimi, in cui attuare le proprie strategie globali con la moneta-informazione, cambiando ad incredibile velocità le sorti di nazioni, mercati e popolazioni.
Paradisi informazionali dopo i paradisi fiscali? 

 

Salvatore Iaconesi
salvatore.iaconesi@artisopensource.net
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