Archivio Tag | "Unione Europea"

All’Ue, agende e biglietti d’Auguri vengono male: ditelo con una mail, un sms o una chat

Tags: , , ,


Alle istituzioni europee, agende e biglietti d’Auguri non riescono sempre bene. Una prima polemica era scoppiata nel 2011 e se n’era fatto protagonista in prima persona l’allora ministro degli Esteri Franco Frattini: per spirito d’ecumenismo forse eccessivo, o ricerca esasperata del ‘politicamente corretto’, le agende distribuite nelle scuole dalla Commissione europea riportavano festività di tutte le fedi, ma si erano dimenticate quelle cristiane (o, almeno, il Natale e la Pasqua).

Adesso, scoppia il contenzioso sui biglietti d’Auguri del Parlamento europeo, che, denuncia l’eurodeputato italiano Lorenzo Fontana, Lega Nord, “nella realizzazione delle sei versioni cartacee per gli auguri natalizi non ha inserito nessuna raffigurazione della Nativitàâ€. E la carenza –prosegue puntigliosamente Fontana, citato dall’ANSA- “riguarda anche le varianti in formato elettronico, dieci in tuttoâ€.

Il capo della delegazione della Lega Nord al Parlamento europeo ne trae conclusioni generali magari sproporzionate, rispetto alla scelta dei biglietti d’Auguri (“Il tentativo di scristianizzare l’Europa è ormai sistematicoâ€) e aggiunge una maliziosa sfida: “Se per gli eurocrati il Natale rappresenta una ricorrenza senza particolari significati religiosi, perché non si presentano al lavoro la mattina del 25 dicembre?â€.

Non voglio mettere qui il dito nell’ingranaggio della polemica (e sono certissimo che il 25 dicembre gli uffici delle Istituzioni comunitarie saranno deserti, quale che sia la fede dei funzionari). Perché credo che il problema sia all’origine: c’è, cioè, da chiedersi come mai, nell’era del rigore e nel pieno della Società dell’Informazione, dove la comunicazione è dominata da mail, sms, chat, social media e quant’altro, le Istituzioni comunitarie perdano ancora tempo e soldi, oltre a rischiare di perderci la faccia, nell’ideare e produrre biglietti d’Auguri.

Sinceramente, non se ne sente più il bisogno: tanto più i cartoncini europei non sono mai diventati un business come quelli della Casa Bianca, che intorno al Natale realizza tutta una gamma d’oggetti di decorazione diversi anno per anno e, quindi, meritevoli di collezione; e difficilmente, ora che sono desueti, lo diventeranno.

E viste le polemiche che si rischiano, ché siamo tutti arretrati sulla linea Maginot del Buone Feste, che va bene per tutti, cristiani o atei, quelli che l’anno comincia il 1.o gennaio e quelli che l’anno comincia chi sa quando, lasciamo che, con gli Auguri, ciascuno s’arrangi come vuole, commissari, eurodeputati, funzionari: se c’è una cosa cui la sussidiarietà –che cos’è ve lo spiego un’altra volta, perché ci vuole un pezzo ad hoc- si può applicare è proprio questa.

Io dal canto mio gli Auguri ve li faccio con un post, anzi con questo post: Buone Feste a Tutti.

Alì (MIUR): Ricerca, innovazione e giovani per uscire dalla crisi. Il capitale immateriale bene più prezioso

Tags: , , , , , ,


di MARIA PIA ROSSIGNAUD -


Mario Alì Direttore Generale per l’Internazionalizzazione della Ricerca spiega a Media Duemila come è possibile ricominciare a crescere e produrre puntando sul capital immateriale.

Un’antica passione ereditata dal professor Antonio Ruberti. Rettore, Ministro dell’Università e della Ricerca, per la prima volta riunite in un solo Ministero dedicato all’alta formazione e alla ricerca. Anche commissario a Bruxelles sempre per università e ricerca. Ci ha legato una convinzione comune: la globalizzazione o mondializzazione non riguarda solo ed esclusivamente lo scambio di merci e materiali, ma la crescita dell’individuo e delle sue qualità. L’unico modo per aver accesso ai grandi progetti è promuovere la conoscenza. Non sempre è così, purtroppo. La moneta unica, l’Europa sono ancora lontani dal promuovere il capitale umano, quale bene più prezioso in qualsiasi società. La finanza non è tutto. Ruberti, prima, ed oggi io, siamo dell’avviso che il capitale immateriale, ossia le conoscenze e le competenze,  sono la vera chiave di volta. Sono la nuova ricchezza di ogni nazione, senza la quale non c’è alcuna possibilità di crescita.

Con Derrick de Kerckhove stiamo lavorando al concetto di identità digitale, che ben si coniuga con quello che lei sta dicendo, perché questa identità digitale è trasversale e quindi implica una regola globale di comportamento. Su questo, per esempio, noi immaginiamo di promuovere un percorso anche nelle scuole. L’identità religiosa nelle scuole è molto sentita tanto che si insegna la materia. Il mondo  digitale non è solo tecnologia…

Noi italiani abbiamo tantissime idee, troppo spesso non riusciamo a realizzarle perché non si trova il budget o non si trova apertura mentale o coscienza del problema. Credo che anche in questo caso il tema del capitale immateriale sia centrale, riguarda la crescita qualitativa di ciascun essere umano. Amo il famoso motto: se dai una moneta a me e io ne do una a te, ciascuno rimane con una sola moneta. Se due persone si scambiano un’idea, ciascuno avrà due idee. Questo esempio serve per comprendere la forza delle idee. Una forza che riesce a creare sviluppo, a produrre incrementi quantitativi veri e propri. Ruberti non aveva paura della globalizzazione, desiderava affrontarla in modo che mercati ed individui crescessero parallelamente. Nel nostro sistema Paese c’è stata forse un po’ di disattenzione in questo senso, tant’è che oggi siamo penalizzati. I dati danno un passaggio dall’1.5% del prodotto interno lordo in ricerca all’1.1; dal quinto/sesto posto tra i Paesi più industrializzati del mondo, siamo passati al ventitreesimo/ventiquattresimo.

Perché siamo arrivati a questo punto?

L’attenzione della politica dovrebbe indirizzarsi allo stravolgimento completo e mondiale in atto: paesi che fino a 25-30 anni fa erano quelli non industrializzati sono all’avanguardia. Mi riferisco a Cina, India, Corea del Sud, Brasile, Turchia. Stati che stanno continuando a crescere mentre l’Europa,  che va non a due velocità ma a molte più velocità, è ferma. La domanda che ci dovremmo porre è: come possiamo fermare questo Tsunami? Come possiamo diventare competitivi rispetto a questa grande massa di capitale immateriale cresciuto durante questi anni? L’unica possibilità è di cominciare oggi ad investire maggiormente in capitale immateriale. E’ chiaro che intendo la scuola, l’università, la ricerca. Dobbiamo spingere la crescita e non pensare che il futuro non interessa, perché vecchi. Dobbiamo considerare che vedremo i primi risultati di questo sforzo tra quindici o venti anni. L’importante è cominciare, altrimenti lo scatto non avverrà mai. Questo è il rischio che stiamo correndo.

Quali i temi da non trascurare?

Abbiamo di fronte circa 3 miliardi di persone in movimento verso i paesi occidentali, da quelli che un tempo erano considerati i Paesi in ritardo di sviluppo ed ora al contrario sono le economie emergenti del pianeta. E nel frattempo noi qui aspettiamo di capire come sviluppare la crescita, come aggregare l’innovazione e come andare verso lo sviluppo. Aggiungo ancora che si parla molto di crescita, senza capire come la si può anche promuovere. L’attuale Governo ha fatto tagli che ci riportano in linea con i parametri europei – giustissimo – ma ora è tempo di pensare anche alla crescita, che a mio avviso è fondamentale. Il muro che si è creato fra la stasi dell’economia e la crescita va assolutamente abbattuto, ma come? Questo è il tema dei temi.


Il nostro sistema Paese non riesce a trovare una strada…

Il Paese, almeno per quanto riguarda il tema dell’università e della ricerca, dovrebbe avere una funzione di propulsione, con il fine ultimo di stimolare la crescita economica, e io credo si possa fare anche dando maggiore attenzione ai programmi internazionali ed europei di ricerca: Dico questo perché la Comunità europea con la recente comunicazione “Innovation Union†ha dimostrato che se l’Europa nel suo complesso riuscisse a raggiungere il 3% del prodotto interno lordo in ricerca, avremmo come possibile ricaduta un aumento di posti di lavoro di circa 3 milioni e 700 mila unità lavorative, di cui un milione nel solo campo dei servizi innovativi e della ricerca.

Con la cultura si mangia!

Màire Geoghegan Quinn, commissario europeo per la ricerca ha recentemente asserito che alta formazione e ricerca equivalgono a innovazione, sviluppo, crescita, occupazione. Questo però vuol dire che, al contrario, senza formazione e ricerca ci sono scarse possibilità di creare nuovi posti di lavoro.  Oltre al conseguimento del pareggio di bilancio, finalità sicuramente importante, non dobbiamo dimenticare anche la strategia Europa 2020 che è altrettanto fondamentale. Il “venti-venti†non è un numero di protocollo della Commissione europea, ma l’anno in cui dovremmo aver raggiunto certi risultati in ambito europeo. Guarda caso, tutti i risultati che fanno parte della strategia – e sono 5 in particolar modo – riguardano il capitale immateriale. Si riferiscono infatti al numero degli scolari (quanti e perché abbandonano la scuola), al numero dei laureati, al prodotto interno lordo in ricerca. Quest’ultimo dovrà raggiungere il 3%,. L’Europa dice che per poter fare passi in  avanti c’è bisogno di far crescere la qualità del sistema e dell’individuo. Come possiamo intervenire? Qualcuno si sta accorgendo che i finanziamenti per università e ricerca vanno  diminuendo a livello nazionale ma aumentano costantemente a livello internazionale ed europeo. Siamo passati dal sesto programma quadro di ricerca (19,5 miliardi), al settimo programma quadro (circa 53 miliardi), e ne avremo  ben 87 miliardi nel prossimo Horizon 2020.

Di fondi europei in Italia ne arrivano sempre pochissimi, perché non riusciamo a prenderli?

Non solo non riusciamo a prendere nuovi fondi europei, in realtà ne perdiamo anche! I nostri giovani vanno utilizzati anche per attività europee ed internazionali, questo è importante, fondamentale! Grazie a una battaglia che abbiamo fatto come Ministero e come Direzione Generale per l’Internazionalizzazione della Ricerca, nel programma che partirà nel 2014 l’Italia avrà il coordinamento generale europeo di tutta la parte di Cultural Heritage. Se si fanno le giuste proporzioni e si pensa che su 87 miliardi ben 36 riguardano questo settore, e se dall’altro canto si pensa al patrimonio culturale trascurato per mancanza di finanziamenti, si capisce che ampio spazio per migliorare. Dobbiamo forse abbandonare un certo atteggiamento individualista e lavorare sulla coesione, scoraggiando le contrapposizioni tra istituzioni pubbliche e private. Creare delle roadmap per priorità nazionali, da presentare a Bruxelles, significa influenzare le prossime call. Non mi sembra poco. Immaginiamo quanti giovani possono essere coinvolti in un processo del genere!

Qualche elemento di fiducia?

I nostri media utilizzano molto le notizie di tipo negativo e creano una depressione totale nel sistema Paese ed i giovani  si immergono  in Facebook. In effetti  il 99% delle notizie che leggiamo sui giornali sono di origine negativa. Si potrebbe quasi dire che l’unica parte positiva sono i necrologi, perché “ci si toglie di mezzo, finiscono le preoccupazioniâ€. Eppure grazie ad un lavoro serio e continuo si possono ottenere buoni risultati anche in quelle classifiche internazionali che cosi dannose sono a volte per la nostra credibilità finanziaria. Da circa 3 anni stiamo collaborando in maniera assidua con l’OCSE per cercare di dare una reale fotografia del Paese, ristabilendo con questo fondamentale organismo di valutazione economica un clima di ritrovata fiducia, ed ora i primi risultati si cominciano a vedere. Lo scorso 7 dicembre Dominique Guellec, il Senjor Economist responsabile del rapporto su scienza tecnologia e industria 2012 dell’OCSE, che ricordo è uno dei rapporti fondamentali a livello internazionale in tali settori, è venuto a presentare il suo lavoro a Roma all’Accademia dei Lincei, di concerto con la mia Direzione Generale del MIUR. La situazione non è certo rosea, ma grazie a tale proficua collaborazione è emerso finalmente che vi sono anche molte cose positive in Italia, in settori fondamentali per lo sviluppo, e questo è importante per ridare fiducia al Paese ed aiutarlo a ripartire, da quella grande economia globale che è l’Italia.
Con l’OCSE abbiamo tra l’altro iniziato un interessante percorso di studio legato alla tematica della ageing society, così cruciale per un Paese come il nostro che si trova al 4° posto tra i paesi più  “anziani†al mondo. In tale logica, e per ristabilire il corretto approccio nel rapporto tra le generazioni, insieme alla dr.ssa Elettra Ronchi dell’OCSE, ci concentreremo in particolare sullo studio delle persone anziane come risorsa sociale e non come zavorra, analizzando la cosiddetta silver economy, sia in relazione agli aspetti tecnologici, sia alle tematiche urbane.
Io quindi credo in conclusione che parlare un po’ più delle prospettive reali del Paese, dare speranza, questo è aiutare concretamente. Perché in ultima analisi i nostri giovani, i nostri figli sono i nostri veri tesori!

Maria Pia Rossignaud

media2000@tin.it

I dati, l’oro nero nell’Unione europea nella Società dell’Informazione

Tags: , , , , , ,


Scoperto un giacimento di oro nero nell’Unione europea: vale 87 miliardi di euro l’anno, quasi l’equivalente del Patto per la Crescita deciso il 28 e 29 giugno dal Consiglio europeo (120 miliardi di dollari, ma pochi sono soldi freschi). L’annuncio è stato dato, nei giorni scorsi, da due donne: Neelie Kroes e Màrie Geoghegan Quinn, commissarie europee rispettivamente per l’agenda digitale e la ricerca.
Il giacimento finora non sfruttato sono gli open data della ricerca scientifica europea. Una raccomandazione e una comunicazione presentate il 17 luglio dalla Commissione europea, stabiliscono che entro il 2016 più della metà delle pubblicazioni scientifiche relative a ricerche finanziate con fondi pubblici europei dovranno essere diffuse in formato “aperto”.
I dati, cioè, dovranno essere riutilizzabili, liberamente accessibili a tutti, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo, che ne limitino la riproduzione. In tal modo, i ricercatori e gli utenti avranno la possibilità di consultare gratuitamente su Internet i risultati delle ricerche.
In base alla tabella di marcia tracciata, di cui Alessandra Flora ha dato conto, in modo dettagliato, su EurActiv, gli open data potranno essere utilizzati in modo generalizzato per le prossime pubblicazioni scientifiche che rientrano sotto l’ombrello di Horizon 2020, il programma quadro dell’Unione per il finanziamento della ricerca e dell’innovazione. Gli Stati dell’Ue sono tenuti ad adottare un approccio simile rispetto ai risultati della ricerca finanziata con i loro programmi nazionali.
Se l’obiettivo sarà raggiunto, l’Unione potrà recuperare circa 87 miliardi d’euro annui da reinvestire in ricerca e sviluppo, con la prospettiva di creare migliaia di posti di lavoro nuovi. Ricercatori, Pmi   e PA, infatti, risparmieranno tempo e denaro normalmente spesi alla ricerca d’informazioni utili.
Attualmente solo il 25% dei ricercatori condivide liberamente i propri dati. La raccomandazione e la comunicazione del 17 luglio della Commissione si inseriscono nel quadro d’attuazione dello Spazio europeo della ricerca.

L’Ue scrive i diritti dei passeggeri su una app per smartphone

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,


Se siete di quelli tosti, che pure in vacanza volete vedere rispettati i vostri diritti, e se siete pure di quelli che vi piace avere l’ultimo gadget, c’è una novità dell’Ue che fa per voi: la direzione generale dei trasporti della Commissione europea ha appena lanciato un’applicazione per smartphone dedicata ai chi si sposta sul territorio dell’Ue e non vuole farsi mettere i piedi in testa da compagnie e operatori. L’iniziativa fa parte della campagna della Commissione ‘Your passanger rights at hand’, i vostri diritti di passeggero a portata di mano.
Quest’estate, si direbbe proprio che l’Unione europea, nonostante la crisi del debito e la debolezza dell’euro, ce la stia mettendo tutta per risultare utile ai cittadini europei: dal 1.o gennaio, i costi del roaming sono stati messi sotto controllo Ue; e, adesso, arriva l’app per smartphone da brandire sotto il naso di chi che non rispetta le regole e vorrebbe buggerarvi.
Siim Kallas, vice-presidente della Commissione europea, responsabile dei trasporti, dice: “E’ frustrante sentirsi dire che non abbiamo diritti quando, invece, li abbiamoâ€. Con l’app Ue, scaricabile tramite codice QR, i viaggiatori “potranno accedere facilmente a informazioni corrette sui loro diritti nel momento esatto in cui ne avranno necessità, ossia di fronte a situazioni imprevisteâ€. E se si ha l’impressione che i propri diritti non siano rispettati, l’applicazione fornisce pure informazioni sulle persone da contattare per presentare un reclamo. Nel caso di emergenza su larga scala, poi, non di problema individuale, come lo fu ad esempio la crisi causata dal vulcano islandese nella primavera 2010, l’applicazione può trasmettere informazioni e consigli di viaggio da parte della Commissione europea.
E, intendiamoci!, l’app non è selettiva: non è, cioè, al servizio solo di chi si muove per vacanze, ma anche di chi si sposta per lavoro. Capita, infatti, anche a chi viaggia in missione di vedersi cancellato il volo, oppure di perdere il bagaglio, o di riceverlo danneggiato o in ritardo. C’è chi compra un biglietto da una compagnia che fallisce, oppure chi acquista un pacchetto ‘tutto compreso’ che si rivela una bufala.
L’app è disponibile in 22 lingue per le quattro principali piattaforme mobili (Apple iPhone e iPad, Google Android, RIM Blackberry e Microsoft Windows Phone 7). Una volta scaricata, funziona anche in modalità offline. Per il momento, contiene informazioni sui trasporti aerei e ferroviari, ma nel 2013 dovrebbero avere anche dati sui trasporti marittimi e sui bus.
Consultando l’app, apprendiamo, fra l’altro, che il cittadino ha diritto di ricevere informazioni trasparenti sui prezzi e può ottenere un risarcimento qualora riscontri problemi con i pacchetti vacanza. L’utente è tutelato se il volo è cancellato, in caso di compagnia aerea insolvente o fallita oppure se l’imbarco gli viene negato contro la sua volontà. In quest’ultimo caso il risarcimento varia tra i 125 e i 600 euro.
Per ulteriori informazioni, http://ec.europa.eu/transport/passenger-rights/it/index.html.

Agenda digitale, italiani (quasi) ultimi della classe europea

Tags: , , , , , , , , , ,


Hai voglia a invocare DigItalia! Il check-up dello stato di salute dell’Europa a 27 nell’era dell’online è allarmante per l’Italia, che precede solo la Romania nella classifica dei servizi della PA messi in rete - appena il 22% dei cittadini ne fa uso, mentre in Danimarca vi ricorre l’80%. E gli italiani non sanno neppure fare acquisti o vendere sul web, precedendo, in questo caso, solo i bulgari e i soliti romeni: appena il 15% della popolazione fa shopping online, in una classifica dominata dalla Gran Bretagna e dalla Svezia. La situazione migliora se sono le imprese a vendere o acquistare in rete: qui, l’Italia recupera qualche posizione, collocandosi davanti a Bulgaria, Cipro, Grecia e Romania.
La performance tricolore migliora ulteriormente per la penetrazione della banda larga., dove l’Italia si colloca al 20o posto nell’Unione. Sul gradino più alto i Paesi Bassi –certo che hanno il territorio ideale-, mentre in coda – anche stavolta – c’è la Romania. A gennaio di quest’anno il tasso di penetrazione della banda larga (da rete fissa) in Italia era del 22,2%, al di sotto della media europea del 27,7%. La nostra, però, è una banda larga “di base”, non ultra veloce: solo l’8% dei collegamenti da rete fissa, infatti, ha una velocità superiore ai 10 Mbps.
Va meglio sul fronte “mobile”, cui siamo tradizionalmente affezionati: i collegamenti veloci sono il 31,2%, ma anche in questo caso restiamo al di sotto della media Ue, da cui ci separano ben 11 punti percentuali. La banda larga è presente quasi ovunque in Europa: ne dispone il 95% dei cittadini dell’Ue. Gli utenti e le imprese stanno rapidamente passando all’internet mobile, la cui adozione è cresciuta del 62% nel 2011: si calcolano in tutta l’Unione 217 milioni di abbonamenti.
L’indagine comunitaria indica che nel 2011 ben 15 milioni di europei si sono collegati per la prima volta ad Internet –anziani, ma soprattutto bambini. Attualmente, il 68% dei cittadini dei 27 frequenta la rete regolarmente, contro una media italiana del 51%, comunque in crescita di tre punti rispetto al 2010.
Infine, la più grande débâcle a livello europeo riguarda la distanza che separa le tariffe mobili nazionali da quelle in roaming, chiamare e collegarsi alla rete dall’estero con un cellulare o un palmare costa ancora troppo, ovunque. Ma su questo fronte la Commissione di Bruxelles, con il Consiglio dei Ministri dell’Ue e il Parlamento di Strasburgo, stanno correndo ai ripari, lo abbiamo già vista un’altra volta in questi appunti. E le compagnie, magari obtorto collo, s’adeguano.

Calabrò: “Quelli che vengono dopo facciano meglioâ€

Tags: , , , , , , , ,


Nel 2005, all’inizio del nostro mandato, la prima azienda al mondo per capitalizzazione era la Esso corporation. Oggi la prima azienda al mondo è la Apple, che capitalizza più di tutta la borsa italiana. Nel 2005 i social network erano embrionali; oggi Facebook conta circa 900 milioni di utenti. Nati come “luoghi†per mettere in contatto le persone, oggi le reti sociali sono diventate sempre più pervasive, diventando nei fatti la piattaforma di accesso ad altri servizi: leggere notizie, fare acquisti, cercare lavoro, caricare e scaricare file di tutti i tipi, ed anche ricercare informazioni bypassando i motori di ricerca.
La velocità di circolazione delle idee e delle informazioni ha trasformato la popolazione mondiale in una società aperta fondata sulle comunicazioni digitali che ignora barriere statali e sconvolge stratificati assetti sociali e del potere.
In un settennio internet ha cambiato la faccia e la mentalità del mondo dei media: ha dematerializzato servizi e prodotti e ha cambiato la fruizione stessa dello spazio e del tempo. Ma ha anche allargato l’area dei lettori dei libri e dei giornali.
Internet è un cambio di paradigma nella produzione di beni, servizi, cultura e del vivere civile; se lo si considera “solo†come nuova tecnologia se ne perde la portata deflagrante e rivoluzionaria.

La TV cambia pelle ma non …..

Il campo televisivo è stato profondamente arato dalla rivisitazione operata dall’Autorità.
La premessa è stata la ricognizione della reale situazione dell’utilizzazione delle frequenze fatta dall’Autorità, d’intesa col Ministero delle Comunicazioni, col catasto delle frequenze. Dopo trent’anni di abulia è stato effettuato il censimento dell’intero spettro frequenziale televisivo, facendo chiarezza e consentendo allo Stato di riprendere il controllo di una situazione sfuggita di mano.
Il passo successivo è stato il piano delle frequenze, col quale l’Autorità ha proceduto a un radicale riordino che ha consentito il passaggio dal sistema televisivo analogico a quello digitale, con la moltiplicazione per sei dell’uso di ogni frequenza. Negli ultimi sette anni si è decuplicato il numero di famiglie che ricevono il segnale televisivo in tecnica digitale; sono già ventidue milioni le famiglie dotate di ricevitori digitali terrestri e otto milioni quelle abbonate ai servizi pay-tv. Entro l’anno in tutta l’Italia la televisione dovrà essere digitale.
Non meno importante è stato il recupero (come chiedeva la Commissione europea) di risorse destinate alle telecomunicazioni, che è derivato dal piano e che ha fruttato allo Stato un introito di quasi 4 miliardi nell’asta – la più grande mai effettuata in Italia - tenutasi a settembre dell’anno scorso; una gara che ha allentato il nodo scorsoio che strozzava l’espansione della banda larga mobile. La situazione della televisione italiana è – sia pure lentamente – in trasformazione.  Le sei reti generaliste di Rai e Mediaset detengono oggi circa il 67% dello share medio giornaliero (era l’85% nel 2005, oltre il 73% un anno fa); La7 quasi il 4%; Sky oltre il 5%. Si è affacciata alla ribalta qualche significativa TV locale. I canali tematici in chiaro sono cresciuti in audience del 27% in un anno. Col passaggio al digitale e con la TV satellitare il lancio di nuove offerte, gratuite e a pagamento, ha notevolmente ampliato le possibilità di scelta dei telespettatori. Siamo a circa 80 programmi nazionali in chiaro. L’offerta tende a crescere all’insegna di tre caratteristiche: la convergenza, la personalizzazione, la flessibilità. Il telespettatore non vuole più essere un ricettore passivo.  Il panorama è destinato a un’ulteriore evoluzione in virtù dell’utilizzazione del dividendo digitale che avverrà con l’asta che sostituirà il beauty contest, la quale ridefinirà lo spettro in coerenza con la redistribuzione delle frequenze e la razionalizzazione del loro uso prefigurate nella Conferenza di Ginevra del febbraio scorso.
Ma sono gli over the top e la catch-up TV che stanno contribuendo a disegnare un nuovo modello di TV ibrida, che ha nella rete la sua piattaforma d’elezione e che cresce rapidamente sia nella raccolta pubblicitaria che nelle forme di abbonamento.
Per quanto riguarda le risorse, comunque, permane fondamentalmente la tripartizione tra Rai, Mediaset e Sky Italia; tripartizione che a partire dal 2009 ha soppiantato il duopolio Rai-Mediaset. Le tre imprese occupano posizioni comparabili in termini di ricavi complessivi.
Persiste il divario tra le nostre televisioni e le migliori straniere, per la ricchezza d’informazione sui vari Paesi del mondo e per l’approfondimento qualificato dei temi trattati. La nostra televisione resta fondamentalmente una finestra sul cortile di casa nostra, una grande TV locale, con un esagerato interesse per i fatti di cronaca nera e con la tendenza a trasformare i processi giudiziari in processi mediatici. E’ rimasto deluso l’auspicio, condiviso dal Presidente della Repubblica, che a tale fuorviante tendenza ponesse argine il Comitato di autoregolamentazione dei processi in TV.


La televisione grande sorella

Malgrado il dilagante successo di internet, l’Italia è tuttora un Paese teledipendente.
Per quanto riguarda la comunicazione, infatti, se è indubbio che il maggior numero di informazioni proviene oggi da internet, l’informazione più influente è ancora quella fornita dalla televisione.
Le nuove forme della democrazia corrono sulla rete ma la politica visibile in Italia si fa pur sempre in televisione. Le persone e gli eventi che non appaiono sullo schermo televisivo non sono validati nell’immaginario collettivo.
Da qui la perdurante importanza della normativa sulla par condicio, alla cui osservanza presiede questa Autorità con un impegno che in occasione delle competizioni elettorali ha comportato il monitoraggio delle trasmissioni 24hx24 e tempestivi interventi con diffide, sanzioni e una costante azione di moral suasion. Il più delle volte i broadcaster hanno corrisposto all’invito o alla diffida dell’Autorità riequilibrando l’informazione (il che è l’obiettivo primario della legge).  Ammontano comunque a oltre 2,2 milioni di euro le sanzioni da noi irrogate. Di tali provvedimenti, quasi sempre impugnati, nessuno è stato annullato dal giudice amministrativo. All’esito di questo intenso lavoro possiamo dire conclusivamente che l’impianto normativo a tutela della par condicio si è dimostrato un indispensabile strumento a tutela della democrazia e che l’Autorità ne ha fatto attenta e pronta applicazione. Ce lo ha riconosciuto l’OSCE. La normativa di legge va adesso aggiornata per tener conto delle mutazioni subite dalla comunicazione televisiva (specie con l’inserimento dei politici nei programmi informativi) ed è da riconsiderare in relazione all’incalzante realtà di internet. Le aporie ed imperfezioni della legge sul sostegno privilegiato sono state segnalate al Parlamento. Qualcuno avrebbe voluto che noi facessimo di più. Ma questa – questa sì – è materia fondamentalmente riservata alla legge. Né le linee guida dell’OCSE, né la ratifica della Convenzione internazionale sul trust hanno indotto il nostro legislatore a precludere “a monte†il conflitto potenziale, stabilendo una disciplina preventiva delle incompatibilitàâ€, un blind trust, un chinese wall fra attività imprenditoriale e di Governo. Si è voluto invece che questa Autorità (come, per la parte sua, l’Antitrust) stesse in agguato per cogliere in fallo l’impresa che avesse in concreto sostenuto l’esponente governativo: ma non per fischiare la squalifica bensì semplicemente per infliggere un’ammonizione. Scopo della legge non è infatti punire “alla prima che mi fai†ma solo in caso di reiterazione della violazione e di mancato ripristino dell’equilibrio con gli altri competitori elettorali.
Che avrebbe dovuto fare la nostra Autorità? Inventarsi un ircocervo che sovvenisse alle carenze della legge? O sanzionare tout court dove la legge prevede con estrema chiarezza una semplice diffida?  Più obliquo ancora è l’intento di colpire l’impresa potenzialmente strumentale al conflitto d’interessi mediante limitazioni alle sue dimensioni, in particolare con riferimento alla raccolta pubblicitaria. Questo intendimento è stato drasticamente censurato dall’Autorità Antitrust. L’AGCOM non può prestarsi ad avventurose supplenze del legislatore. L’AGCOM si è opposta all’assunto ministeriale che la pretesa mancanza di reciprocità comportasse l’esclusione di Sky dal beauty contest. E il Consiglio di Stato, con un motivatissimo parere, ha dato ragione all’Autorità, riaffermandone l’indipendenza e la competenza nell’assicurare il rispetto dei principi e delle decisioni comunitari. Lo stesso deve valere nei confronti di analoghe invasioni di campo, da qualsiasi parte provengano. Non è accettabile che da destra o da sinistra si reclutino le Autorità indipendenti per gettarle in combattimenti gladiatori nell’arena politica.

Rai forever
Nei limiti della propria competenza, l’Autorità ha tentato di promuovere una riforma della Rai che la svincolasse dalla somatizzata influenza politica e ne reimpostasse l’organizzazione con una governance efficiente, una migliore utilizzazione delle risorse e la valorizzazione del servizio pubblico.
Si trattava di proposte misurate e, in quanto tali, a nostro avviso praticabili, che abbiamo rilanciato anno dopo anno. Ma hanno subito la sorte di tutte le altre. Parafrasando una frase famosa potremmo dire che “solo i morti hanno visto la fine del dibattito sulla Raiâ€.

Le telecomunicazioni: un presente fiorente che non ha seminato per il futuro
Dagli inizi del secolo al 2006, in anni di stagnazione dell’economia italiana, il settore delle telecomunicazioni ha continuato a svilupparsi a un tasso superiore al 6% annuo; ha sostanzialmente tenuto – in rapporto agli altri settori - anche in quest’ultimo triennium horribile.
Il peso del settore sul PIL è oggi del 2,7%; il mobile vale ormai stabilmente più del fisso .
Nel corso del settennio si è duplicato il numero di linee in postazione fissa che forniscono connessioni a banda larga a famiglie e imprese; sedici volte superiore è il numero di utenti che accedono a internet in mobilità.
Nella portabilità del numero telefonico siamo ai primi posti con 30 milioni di passaggi (dal 2006) e con tempi ridotti a un giorno lavorativo. I cambi di operatore negli ultimi 12 mesi hanno superato i 9 milioni: dato record in Europa!
L’innovazione tecnologica è stata travolgente, specie nella telefonia mobile, e pone l’Italia ai primi posti nel mondo.
Nelle reti mobili il traffico dati ha superato il tradizionale traffico voce, grazie alle tecnologie 3G e alla forte diffusione di nuovi terminali, come smartphone e tablet.
Siamo il Paese col maggior numero, in Europa, di telefoni cellulari e con la maggiore diffusione di apparecchi idonei a ricevere e trasmettere dati in mobilità (smartphone, ipad, chiavette USB).
Il mondo racchiuso nel telefonino, nel tablet, nel palmo di una mano: è questo che vogliamo, ragazzini e adulti.
E’ crescente e consolidata la presenza sul mercato italiano di grandi gruppi multinazionali in aperta competizione, con ricadute positive sull’occupazione, con miglioramento della qualità e con continuo ampliamento della gamma dei servizi offerti.
E’ costante la riduzione della quota di mercato degli incumbent: nel mobile nessun operatore possiede una quota superiore al 35%; nel fisso, nonostante la legacy del monopolio, la quota retail di Telecom è scesa di quasi 20 punti percentuali dal 2005, attestandosi, nella banda larga, al 53%.
Nel contempo le telecomunicazioni rimangono l’unico servizio con una dinamica marcatamente anti-inflattiva. La diminuzione dei prezzi finali del settore è stata di oltre il 33% negli ultimi quindici anni, a fronte di un aumento del 31% dell’indice generale dei prezzi. La forbice, quindi, è di oltre sessanta punti. Le telecomunicazioni rappresentano il solo settore regolamentato in cui i prezzi siano in costante riduzione (ben il 15% solo nel periodo 2005-2010), in vistoso contrasto con i forti aumenti di energia, acqua, trasporti.
I nostri provvedimenti sulla terminazione mobile, in interazione con la concorrenza, hanno determinato un potenziale risparmio per i consumatori di circa 4,5 miliardi di euro.
La leva dei prezzi è stata utilizzata anche al fine di incentivare lo sviluppo della concorrenza tra operatori infrastrutturati con investimenti efficienti. In questo quadro, le imprese concorrenti di Telecom Italia hanno acquisito, negli ultimi anni, 5 milioni di linee.
Promuovere la qualità dei servizi significa anche promuovere la consapevolezza. E limitare quel senso di smarrimento, quando non di frustrazione, del consumatore di fronte alle numerose offerte di accesso a internet a banda larga che, sovente, promettono più di quanto mantengano. Nemesys - la nostra iniziativa per la verifica della qualità dell’accesso ad internet a banda larga; la prima, del genere, in Europa – è un grosso successo.
Si parla tanto di risoluzioni extragiudiziali per deflazionare l’amministrazione della giustizia. Da noi il sistema di decentramento funzionale per la conciliazione e per la definizione delle controversie funziona egregiamente. I Corecom ne costituiscono l’ultimo miglio: complessivamente hanno esaminato in modo gratuito e in tempi rapidi 246 mila istanze di conciliazione e quasi 6 mila istanze di risoluzione di controversie. La percentuale di esiti favorevoli per i consumatori è passata negli ultimi anni dal 50% al 72%. La Corte di giustizia europea ha riconosciuto la validità e l’efficacia del modello.

Telecom e Open Access
Nel contesto di mercato sopra delineato Telecom Italia soffre; soffre come gli altri operatori ex monopolisti d’Europa. Se soffre di più lo si deve al fatto che, negli anni decorsi, Telecom Italia, sotto il peso dei debiti accumulati per effetto delle varie scalate, ha dismesso buona parte degli asset internazionali, determinando un processo di rifocalizzazione sui mercati nazionali, per cui le attività estere di Telecom Italia pesano sul suo fatturato meno di quanto pesino le analoghe attività delle prime quindici società europee del settore. L’attuale gestione di Telecom ha determinato un’inversione di tendenza a tal riguardo. E tuttavia, considerate le quote prevalenti che la società ancora detiene sui mercati nazionali, è inevitabile ch’essa risenta della maggiore attenzione cui l’incumbent è, per definizione, doverosamente soggetto nel mercato di riferimento.
Non ignoriamo che in Europa qualche Stato è incline a regolamentazioni che tengano in particolare considerazione il campione nazionale per consentirgli di affrontare le sfide mondiali; ma la nostra linea è stata di conformarci al Quadro comunitario. Con l’evoluzione del settore verso le reti di nuova generazione il problema indubbiamente si ripresenta con una quadratura diversa e in maniera più pressante ma è un problema da affrontare in sede europea, come dirò appresso.
Ad ogni modo, in una lungimirante visione condivisa con Telecom, questa Autorità ha ricercato una radicale reimpostazione del rapporto tra l’incumbent e gli operatori concorrenti.
Con Open Access è stata attuata la separazione organica della gestione della rete di accesso da quella di commercializzazione dei servizi di Telecom, assicurando strutturalmente condizioni di effettiva parità di trattamento tra Telecom e gli altri operatori.
Sì, Open Access funziona, grazie anche al sistema di governance che abbiamo costruito, di cui l’elemento più importante è l’Organismo di vigilanza sulla parità di accesso.
In Europa Open Access è considerato un benchmark, un modello da additare ad esempio; riconoscimenti cominciano a venire, sempre meno timidamente, anche in Italia. La regolazione non potrà non tenerne conto.

Il futuro anteriore anticipa il futuro prossimo
Internet è un fenomenale motore di crescita sociale ed economica, ma la rete fissa è satura e quella mobile rischia ricorrenti crisi asmatiche.
Lo vado dicendo dal 2006, con l’anticipo occorrente per la realizzazione di una grande infrastruttura (il che significa prematuramente, secondo la mentalità più corriva).
L’Italia è sotto la media UE per diffusione della banda larga fissa, per numero di famiglie connesse a internet e a internet veloce, per gli acquisti e per il commercio on line (nell’UK anche le case si vendono e si acquistano in rete). Per le esportazioni mediante l’ICT l’Italia è fanalino di coda in Europa; solo il 4% delle PMI – ovvero la spina dorsale del nostro tessuto produttivo - vendono on-line, mentre la media UE-27 è del 12%.
La via che hanno intrapreso gli operatori di telecomunicazioni per la loro espansione è quella di dotarsi di un maggior numero di frequenze per la telefonia mobile. Da qui il successo della recente asta. Ma, pur col potenziamento Lte, senza l’integrazione con la fibra (quanto meno per il backhauling dalle stazioni radio), la rete mobile non sopporterà ingenti volumi di traffico, specie nelle ore di punta e soprattutto per lo streaming video. Il problema delle reti di nuova generazione, anche per la rete fissa, non è più rinviabile.
Non può fornire alibi al rinvio la mancanza di regole. Noi infatti abbiamo provveduto a quanto di nostra competenza dettando per le reti di nuova generazione regole che sono ritenute tra le più complete in Europa. Certo, il Quadro di contenimento dell’Europa comunitaria è più complessato che negli altri continenti. Noi - anche per le reti di nuova generazione -  quel Quadro abbiamo voluto rispettarlo, a differenza di Paesi come la Germania; ma insistiamo nell’auspicare che le regole europee vengano aggiornate sotto l’incalzante spinta della necessità di realizzare finalmente le reti di cui la comunicazione ha bisogno.
Valorizzare l’innovazione senza comprimere la competizione è tentare la quadratura del cerchio: comporta un continuo braccio di ferro tra obiettivi antitetici che fanno da remora l’uno all’altro. Senza una regolazione premiale non c’è incentivo per gli investimenti.
Senonchè il comparto delle telecomunicazioni, mentre è chiamato ad investire sia nel fisso che nel mobile, non riesce ad appropriarsi del valore atteso in corrispondenza degli investimenti nelle nuove reti. La crescente partecipazione ai ricavi complessivi della filiera delle telecomunicazioni – così come dell’audiovisivo - da parte degli Over the top è inarrestabile.
Si è verificato uno spostamento dell’asse della competizione nel campo ICT: da una competizione tra gli operatori infrastrutturati per il mercato dell’accesso ad internet si è passati a una competizione tra il complesso degli operatori telco da una parte e i fornitori di servizi over-the-top dall’altra. Dopo aver disintermediato il ruolo dei fornitori di accesso su rete fissa, i fornitori di servizi stanno disintermediando anche le reti mobili (che rischiano di diventare una commodity). La loro azione ha un’estensione globale, che travalica le strategie regolatorie dei singoli Paesi interessati. Si sta delineando uno scenario in cui il flusso dei ricavi, dei volumi di traffico e degli investimenti sono tra loro scollegati.
E’ tempo che l’Unione europea focalizzi la propria attenzione su questo sconvolgente fenomeno.

L’imperativo è la crescita
La crescita dell’economia è l’imperativo primario che si impone ai nostri giorni. Urgono, urgono misure che la stimolino, da adottare prima che i pur salutari provvedimenti di risanamento finanziario avvitino il Paese in una spirale di recessione forse senza uscita.
Importanti provvedimenti sono stati varati nelle scorse settimane dal Governo. E’ il segno dell’avvio di un nuovo corso.
Ma permangono segni gravi d’involuzione del Paese che non dipendono dalla congiuntura; sono insiti in forme di chiusura mentale che minano il progresso e possono segnare il declino di un Paese.
Non solo la telefonia mobile, la quale ha un incremento esponenziale, ma tutti i servizi del futuro prossimo e di quello ulteriore richiedono una rete a banda larga e ultra larga.
L’internet delle cose segnerà un ulteriore salto di qualità nel consumo di byte.
Dal 2010 l’Europa ha un’Agenda digitale, con obiettivi precisi e sfidanti da raggiungere nel 2013 e nel 2020, anche se con una visione un po’ impacciata circa le azioni con cui traguardarli.
E’ ormai un punto fermo che lo sviluppo di un ecosistema digitale è alla base del recupero di produttività, per migliorare la competitività internazionale di un Paese e per creare nuova occupazione qualificata.
L’economia internet in Italia vale solo il 2% del PIL; la stessa stima conduce a valutare l’internet economy del Regno Unito nel 7,2% del PIL.
Il ritardo nello sviluppo della banda larga costa all’Italia tra l’1 e l’1,5% del PIL.
Senza infrastrutture a banda ultra larga i sistemi economici avanzati finiscono su binari morti.
Se ne mostrano consapevoli i tre Ministri che costituiscono la Cabina di regia per l’Agenda digitale.
Come osservava il Ministro Passera, per le infrastrutture è l’offerta a generare la domanda. Quando avremmo costruito le autostrade se avessimo atteso che prima fossero fabbricate le automobili che le avrebbero percorse?
Ma non meno importante è lo sviluppo concomitante dei servizi. Infrastrutture e servizi devono fertilizzarsi a vicenda; disponibilità di applicazioni e utilizzo reale devono andare di pari passo, così come l’alfabetizzazione digitale della popolazione. Nella sua segnalazione al Governo e al Parlamento l’AGCOM ha dato suggerimenti specifici e mirati, rilanciati pubblicamente da Confindustria Digitale.
C’è ancora scarsa consapevolezza delle potenzialità globali delle tecnologie della società dell’informazione; il che relega queste ultime a uno dei tanti strumenti di sviluppo economico, mentre esse possono invece dare una spallata a un sistema imballato. Il settore delle tlc è la chiave di volta della rivoluzione digitale che, abilitando l’innovazione, può cambiare radicalmente i paradigmi dell’economia e della società.
La Cassa Depositi e Prestiti è ancora un convitato di pietra. Ci sono invece iniziative di fondi privati, di Amministrazioni pubbliche e di operatori che segnano dei passi avanti sul terreno delle realizzazioni concrete.
Ma l’Agenda digitale è un progetto olistico e non può esaurirsi in una serie non sequenziale di azioni frammentate.
Ha osservato la Commissaria Kroes che se l’economia digitale fosse un Paese la sua performance le varrebbe la partecipazione al G-20. Il suo tasso di crescita del 12% annuo supera quello cinese.
Nessun altro settore è in grado di accelerare in misura comparabile la crescita e lo sviluppo del Paese, in un momento in cui ne abbiamo assoluto bisogno. Soprattutto per le generazioni future.
Non è più tempo di simulazioni, o di iniziative sperimentali. Dum Romae consulitur, Italia regressa est.

Il rapporto col Parlamento e con l’Unione europea
Il rapporto col Parlamento - che si è sviluppato, oltre che nelle relazioni annuali, in più di 40 audizioni - ha costituito per l’Autorità un momento importante di verifica del suo operato dinanzi all’Organo più rappresentativo del Paese. Ne abbiamo tratto stimolo per il migliore esercizio delle nostre funzioni, allontanando - semmai ci fosse stata - qualsiasi tentazione di autoreferenzialità.
In tempi recenti è sorta qualche incomprensione sulla ragion d’essere della competenza delle Authorities, quale garantita dal Quadro comunitario.
Le Autorità indipendenti hanno fornito risposta all’esigenza di ripensare l’organizzazione dell’amministrazione statale nei rapporti interni tra Stato e cittadini e, parallelamente, nei rapporti esterni tra i singoli Paesi e tra essi e gli organismi sovranazionaliâ€.
Il Consiglio di Stato ha rilevato che, nel rapporto tra politica e tecnica, la presenza del regolatore determina che “a quest’ultimo, in linea di massima, spetta la conformazione del mercato mediante l’esercizio della funzione di regolazioneâ€, proprio al fine di evitare che “il mercato sia definito secondo criteri mutevoli, soggetti al variare degli orientamenti delle maggioranze politicheâ€.
E la Corte di Giustizia, ancor più esplicitamente, ha affermato che “le ANR devono promuovere gli obiettivi della regolamentazione previsti dall’art. 8 della direttiva «quadro» nell’esercizio delle funzioni di regolamentazione specificate nel quadro normativo comune. Di conseguenza […] anche il bilanciamento di tali obiettivi, in sede di definizione e di analisi di un mercato rilevante suscettibile di regolamentazione, spetta alle ANR e non al legislatore nazionale†.
Le regole nella nostra materia devono dunque avere origine endogena, non esogena al mercato. E in un mercato comune le regole devono essere fondamentalmente comuni. Alla loro adozione bisogna pervenire con il giusto procedimento (analisi di mercato, consultazione pubblica) previsto dalle regole comunitarie.
Per questo le norme e i principi comunitari che valgono nel nostro ordinamento giuridico esigono che le Autorità operino in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione.
Con la modifica dell’art. 117 Cost. il nostro Paese ha accettato le limitazioni di sovranità che derivano dall’appartenenza all’Unione europea.
Certo, alcune delle competenze affidate all’AGCOM stanno con un piede sulla soglia di diritti fondamentali, garantiti dalla nostra Costituzione e dal Trattato dell’Unione europea, come la libertà d’iniziativa economica privata (art. 41 Cost), la dignità sociale (art. 4 Cost), il rispetto della dignità umana (art. 21 Trattato), la protezione dei minori (art. 37 Cost), il pluralismo (art. 2 Trattato), la libera manifestazione e comunicazione del pensiero (art. 21 Cost).
Su questo limitare la legge può sovvenire con disposizioni di principio, essendo comunque il fine tuning e i tecnicismi riservati alla più pronta, costante, dinamica azione del regolatore.
L’AGCOM ha il merito di aver avviato trasparentemente un dibattito sulla protezione del diritto di autore on-line in un panorama legislativo che vede una legislazione vecchia di settanta anni. Non abbia timori il popolo della rete! L’AGCOM ha dimostrato nella sua azione quotidiana di saper conciliare antinomie che coinvolgono nevralgicamente diritti basilari per la convivenza civile e per il corretto funzionamento della democrazia, come, appunto, il bilanciamento tra il diritto di cronaca e di manifestazione e diffusione del pensiero e la par condicio, nonché la salvaguardia, rispetto a quello stesso diritto, della dignità della persona.
Con lo stesso equilibrio e senso della misura l’AGCOM saprà conciliare il diritto alla libera circolazione del pensiero sulla rete nelle nuove forme della tecnologia col diritto d’autore, ch’è il fertilizzante della società dell’oggi e di quella a venire: anche a esso ha riguardo la Costituzione (art. 9).
Internet ha un’insostituibile funzione informativa; nessuno più di noi ne è consapevole. Ma nessun diritto è senza limiti. Il diritto alla libertà di navigazione marittima non ha comportato il diritto alla pirateria.
L’intesa era però che il Governo avrebbe adottato una norma di interpretazione autentica che rendesse leggibili per tutti le nome primarie che inquadrano la nostra competenza. E’ vero che una tale norma non è indispensabile, ma sarebbe certamente utile in una materia, qual è quella in questione, nella quale, per la sua sensibilità, è auspicabile la massima chiarezza. Finché il Governo non adotterà questa norma, noi – almeno in questa Consiliatura – non ci sentiremo tenuti alla deliberazione del regolamento, pur così equilibrato, che abbiamo predisposto e messo a punto con ampia consultazione.

Dopo anni in cui ha cercato con sforzo di stare alla ruota dei migliori Regolatori europei, l’AGCOM in questo settennio è passata nel gruppo di testa.
L’attribuzione della presidenza dell’ERG (oggi BEREC), dell’EMERG, del Réseau delle Autorità audiovisive del Mediterraneo, del Gruppo europeo del radiospettro1 ne sono la cartina di tornasole. Molte nostre misure sono considerate best practice e oggetto d’imitazione.
Con questo non vogliamo certo asserire che siamo stati sempre all’altezza del nostro compito. Siamo più che consapevoli dei nostri limiti soggettivi; peraltro, anche al di là di questi, di fronte a scenari che mutano con rapidità sconvolgente, il compito del regolatore è inevitabilmente inadeguato, specie quando non si tratta semplicemente di regolare l’esistente ma di dettare regole a prova di futuro. A maggior ragione quando la missione è quella di un’Autorità convergente, qual è la nostra. Il perseguimento dell’obiettivo avviene sempre in modo asintotico perché, malgrado la tempestività e flessibilità della disciplina regolamentare, l’obiettivo si è spesso già spostato in avanti quando la regola dettata per esso entra in applicazione. La certezza del diritto non esclude l’operatività diuturna di un cantiere sempre aperto.

Functi sumus munere nostro. Faccio mio l’auspicio espresso una volta dal carissimo e compianto professor Leopoldo Elia:
Faciant meliora sequentes!

Videointervista a Danilo Deana

Tags: , , , ,


Biblioteche digitali: ne parliamo con Danilo Deana responabile della Biblioteca digitale della Fondazione Biblioteca Europea di informazione e cultura. BEIC

New media e mercanti di censura

Tags: , , , , , ,


Il Web e i new media sono strumenti di democrazia, dell’informazione e non solo. Ma possono anche rivelarsi strumenti di censura e, quindi, di dittatura. Nella plenaria di aprile a Strasburgo,
il Parlamento europeo ha chiesto, con una risoluzione approvata a larghissima maggioranza (580 sì, 28 no e 74 astenuti), che l’Unione si doti al più presto di norme per “responsabilizzare” le aziende europee attive nello sviluppo di prodotti utilizzati da regimi autocratici per censurare la rete e spiare online.

Gli eurodeputati sono convinti dell’opportunità di migliorare il controllo sull’export dei software che possono essere usati, ad esempio, per bloccare l’accesso ad alcuni siti e anche per sorvegliare
le comunicazioni via cellulare. Esattamente il contrario dello spirito del Web e dei new media: favorire la circolazione delle idee e delle informazioni e incoraggiare gli scambi e i contatti.

Che Internet e i social network abbiano un enorme potenziale nella democratizzazione delle società, anche le più coriacee, è apparso evidente con la Primavera araba, quando i cittadini, specie i giovani tunisini ed egiziani, sono spesso riusciti a organizzare e coordinare le azioni di protesta online; e lo si era già visto nel 2010 a Teheran, dove era emersa la nuova forza di Twitter e dei suoi cinguettii universali, come lo si sarebbe poi rivisto, fino a poche settimane or sono, in Siria.

Ma i regimi dittatoriali non sono stati inermi di fronte alla nuova minaccia per il loro ingiusto ordine costituito: alcuni, come ad esempio la Cina e l’Arabia Saudita, avevano da tempo provveduto a dotarsi di strumenti per censurare la navigazione; altri sono corsi ai ripari quando hanno capito quali fossero i rischi. E s’è così innescata una sorta di ‘corsa degli hackers’, i cavalieri bianchi
della rete libera contro i cavalieri neri della rete censurata.

Nel campo dei ‘cattivi’, non solo i regimi dei Paesi senza libertà, ma anche la tecnologia mercenaria dei Paesi più avanzati. Così, lo sviluppo dei prodotti per la censura avrebbe anche coinvolto, a dire dei media online, società europee, fra cui un’azienda italiana che sarebbe stata ingaggiata dalla Siria. Contro casi del genere, l’Assemblea di Strasburgo sollecita un giro di vite di controlli e sanzioni: negli anni della Guerra Fredda, un organismo burocratico, il Cocom, controllava le vendite di armi e tecnologie potenzialmente militari ai nemici del Blocco comunista; ora, un Cocom dell’online dovrebbe proteggere i fermenti di democrazia in rete dai kapò tecnologici e dai loro mastini.

Nella sua risoluzione, il Parlamento europeo invita, inoltre, una serie di Stati dell’Ue, fra cui l’Italia, a migliorare la propria cooperazione con la Corte penale internazionale. L’Italia, in particolare, dovrebbe “integrare pienamente lo Statuto di Roma nella sua legislazione nazionale”, promulgando norme adeguate. Altrimenti, invece di contribuire alla cattura e alla punizione di chi compie crimini contro l’umanità, se ne è complici.

Mobile: 12 milioni nel 2020. Ricavi pari a farmaceutica e aerospaziale

Tags: , , , , , , ,


I 20 anni dell’associazione GTWN (Global Telecom Women Network) sono un evento al GSM Forum di Barcellona 2012. Anne Bouverot, Direttore General, GSMA apre l’incontro delle donne che occupano posizioni di rilievo nel mondo delle telecomunicazioni. C’è anche Viviane Reding, i discorsi di queste due donne eccezionali si possono scaricare e leggere integralmente cliccando sui link alla fine dell’articolo. La prima richiama l’attenzione di tutte noi su numeri impressionanti: 6.6 miliardi di connessioni mobili oggi. “Io - sottolinea Anne Bouverot - preferisco sempre pensare alle donne ed agli uomini dietro queste connesisoni: 3.6 miliardi di individui nel mondo”. La banda larga è arrivata a 1.3 miliardi di connessioni dunque è chiaro che il futuro della comunicazione è nel mobile. L’anno scorso questa industria ha generato 1.5 $ trilioni di ricavi.  E’ simile in grandezza al settore farmaceutico o aerospaziale e occupa 8 milioni di persone.

Viviane Reding ha riportato l’attenzione su temi di scottante attualità quale la privacy, il diritto alla riservatezza ricordando che nel 1992 l’industria delle telecomunicazioni era un universo molto regolato, ma nonostante ciò già si poteva capire che saremmo andati verso il cloud computing, la banda larga e le connessioni senza fili. Tutto ciò ci ha permesso di essere quello che siamo oggi: 2 miliardi di utenti Internet del villaggio globale. Perciò l’Europa non permetterà nessun blocco di Internet per nessuna delle ragioni che si potrebbero invocare. L’Europa assicurerà sempre i diritti individuali e la protezione dei dati sensibili.
Un enorme privilegio scrutare il futuro del mobile in questo contesto grazie a Candice Johnson e a tutte le socie del GTWN che Anne Bouverot ha salutato ricordando la  frase del Presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf: “Se i tuoi sogni non ti spaventano, vuol dire che non sono abbastanza grandi”.

Discorso di Anne Bouverot.

Discorso di Viviane Reding.

Il rilancio dell’Unione Europea passa per l’ICT e l’innovazione

Tags: , ,


di LUCA PROTETTI -

Innovazione e ricerca sono al centro della strategia per il rilancio dell’economia dell’Unione Europea nel prossimo decennio. La centralità dell’ICT nella road-map economica comunitaria è stata rimarcata a fine febbraio, alla vigilia del Vertice di Primavera, dal presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso in una lettera inviata ai leader di 12 Paesi membri e al Consiglio europeo. Barroso ha sottolineato la necessità di rilanciare la crescita, la competitività e l’occupazione nell’eurozona anche attraverso progetti ed investimenti che puntino a livellare il “digital divide†tra i paesi membri. Monito raccolto dal Consiglio Europeo (riunitosi ad inizio marzo) che ha inserito nelle cinque priorità per il 2012 anche il miglioramento delle condizioni a favore dell’innovazione. Due le principali aree di intervento inserite nella più ampia strategia per la crescita denominata Europa 2020: la prima riguarda i finanziamenti ai progetti per le infrastrutture ICT, del trasporto e dell’energia; la seconda si basa sulla riduzione dei costi di roll-out per la banda larga.
L’Europa è dotata di una solida base scientifica ma occorre migliorare la capacità di trasformare la ricerca in nuove innovazioni orientate alle esigenze del mercatoâ€, è quanto emerso al termine della riunione del consiglio Europeo, dove è stata ribadita la necessità, sottolineata anche dallo stesso Barroso, di completare il mercato unico digitale entro il 2015. Si tratta di uno degli obiettivi primari del Consiglio europeo che adotterà in merito misure volte ad incrementare la fiducia negli scambi online, fornendo una migliore copertura della banda larga, anche riducendo i costi dell’infrastruttura a banda larga ad alta velocità. “In questo ambito – ha spiegato Barroso - si potrebbero ricavare circa 110 miliardi di euro, più dello 0,8% del Pil, ma solo se venisse completato il mercato interno delle comunicazioni elettronicheâ€.
Un impegno sostanziale per un settore che, come tutti gli altri, sembra aver risentito della crisi. I rapporti evidenziano infatti un mercato ancora con segno negativo in quasi tutte le sue componenti (segno positivo solo per i il segmento software), con un calo complessivo del -3,3% nel 2011, rappresentato da un valore di spesa End User per l’ICT di circa 15 miliardi di euro.
Appare quindi sempre più urgente destinare risorse importanti per la realizzazione del mercato unico europeo e conseguentemente del mercato unico digitale. “Per questo è molto importante che la nostra iniziativa pilota sui project bond possa essere lanciata il prima possibileâ€, ha detto il capo dell’esecutivo UE. “Con uno stanziamento di 230 milioni dal budget dell’UE ci aspettiamo di riuscire a mettere in moto investimenti fino a 4,6 miliardi di euroâ€. Intanto, nel pieno della discussione sul ruolo primario dell’ICT, la Commissione europea ha presentato Horizon 2020: uno stanziamento di 80 miliardi di euro che per la prima volta raccoglierà in un sistema unico i principali programmi di finanziamento attualmente dedicati alla ricerca e all’innovazione nell’Unione europea.