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SweetAge1: la medicina del futuro è nel monitoraggio preventivo a distanza

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Da oggi basta un braccialetto e un cellulare per essere continuamente monitorati dal medico sia a casa che fuori.

E’ questa infatti la rivoluzione nella telemedicina che viene da “SweetAge1″, un progetto di ricerca nato dalla efficace collaborazione fra università e impresa. Questo nuovo sistema di medicina a distanza ci permette di essere monitorati e curati direttamente da casa nostra, senza dover andare in ospedale.

Il kit per il telemonitoraggio, sviluppato e prodotto nel progetto SweetAge1, è stato testato su pazienti anziani con Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e i risultati sono stati molto incoraggianti, sia dal punto di vista scientifico-medico, sia dal punto di vista di sostenibilità e competitività dei costi rispetto ai sistemi di ricovero e cura tradizionali.

Un aspetto interessante è che, essendo stato testato su pazienti anziani, è risultato di facile utilizzo e di spiccata ergonomia.

Il kit è composto da uno speciale braccialetto “su misura” (in cui è installata la sensoristica necessaria alla specifica patologia), da un Pulsiossimetro (apparecchiatura medica che permette di misurare la quantità di emoglobina legata nel sangue in maniera non invasiva) e da un cellulare.

Ad orari prestabiliti, il cellulare avvisa il paziente di infilare il dito nel cappuccetto del Pulsiossimetro per la rivelazione dei parametri vitali. I dati rilevati sono: la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria, la saturazione dell’ossigeno nel sangue, il livello di attività fisica, la temperatura ambientale e l’indice di attivazione del sistema nervoso simpatico.

Questi parametri biometrici vengono immediatamente trasmessi al medico tramite il cellulare in dotazione collegato al kit via Bluetooth.

Il medico li riceve e li gestisce direttamente sul suo computer attraverso il “Monitor System”, un particolare software web-based. Ora è il medico che, ovunque si trovi e utilizzando un qualsiasi dispositivo collegato ad Internet, può tenere sotto controllo i propri pazienti.         

Per come è stato strutturato e organizzato il progetto, l’aspetto innovativo è la sua potenziale espansione modulare ad altre patologie. Sfruttando il diffuso collegamento Bluetooth, SweetAge1 può interfacciarsi con altri dispositivi telemedicali già in commercio, o di prossima produzione, che potranno interagire efficientemente con il “Monitor System”.

 

Un ultimo importante aspetto è che, il progetto, è stato finanziato con soldi pubblici dalla Finanziaria Laziale di Sviluppo (FI.LA.S.) in ambito del “Distretto Tecnologico delle Bioscienze DTB - FI.LA.S.

 

Il gruppo di progetto è costituito da Intersistemi Italia-Evolvo, Università Campus Bio-Medico di Roma, C.A.T.T.I.D Università “Sapienza” di Roma, GO Management Consulting e Fondazione Alberto Sordi.

UPMC, telemedicina sempre più al servizio dei pazienti

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UPMC, leader mondiale nel campo della telemedicina, ospiterà il Telehealth Symposium in data 5 e 6 maggio 2011 presso il Center for Connected Medicine di Pittsburgh, USA.

 

Un gruppo di esperti statunitensi, europei e canadesi si riunirà per discutere della portata mondiale delle applicazioni di telemedicina, del modo in cui le strategie di telemedicina stanno trasformando l’assistenza sanitaria, dei problemi inerenti gli aspetti legali e dei rimborsi a livello nazionale e internazionale, nonché degli aspetti logistici e tecnologici della eHealth. 

 

“Come abbiamo dimostrato a UPMC, la telemedicina offre enormi potenzialità in quanto consente ai pazienti maggiore accesso alle cure, migliorandone i risultati ad un costo minore” ha affermato il direttore del corso dottor Lawrence Wechsler, vicepresidente della divisione di telemedicina UPMC e direttore del dipartimento di neurologia presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Pittsburgh. “Questo simposio aiuterà gli operatori sanitari di tutto il mondo a capire le potenzialità di questa tecnologia e a valutarne alcuni ostacoli che ne impediscono lo sviluppo”.

 

A partire dal 1997, quando la videoconferenza veniva usata per fornire assistenza psichiatrica nei penitenziari, UPMC ha esteso l’uso della telemedicina a 16 diverse aree, tra cui il trattamento dell’ictus, la cardiologia, l’anatomia patologica, la dermatologia e l’oculistica. La rete di telemedicina include oggi 19 strutture operanti all’interno e all’esterno di UPMC, tra cui ISMETT, il centro trapianti con sede in Italia, e l’ospedale UPMC Beacon in Irlanda. UPMC fornisce inoltre servizi di supporto amministrativo, informatico e di assistenza commerciale a ospedali, medici e altri operatori sanitari interessati alla telemedicina.

 

“Gli sviluppi intrapresi da UPMC nel campo della telemedicina negli Stati Uniti e in Europa acquisiranno sempre più rilevanza nel prossimo decennio” ha affermato il professor Bruno Gridelli, direttore del corso e direttore medico scientifico di UPMC International. “La telemedicina sta per divenire parte integrante dell’assistenza sanitaria in tutto il mondo e UPMC sta sperimentando la creazione di un ambiente globalmente connesso e centrato sul paziente. Il nostro impegno è condividere le migliori pratiche in questo campo e le iniziative di sviluppo previste dal recente Memorandum of Understanding transatlantico per la telemedicina”. L’accordo è stato firmato lo scorso dicembre dal Ministero della Salute e Servizi Sociali statunitense (Department of Health and Human Services) e dalla Commissione Europea per promuovere l’uso più efficace delle tecnologie informatiche e di comunicazione nella sanità (eHealth).    

 

Per ulteriori informazioni: www.upmc.com/telehealth

Banda Larga: perché non sono d’accordo con Carlo Fruttero

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di CESARE PROTETTI’      

 

Ho una casa in un paesino sulle pendici dell’Aspromonte. Antico, praticamente intatto. Profumato di pane fatto in casa e di basilico degli orti ricavati nei muraglioni di pietra. E in settembre dei porcini nei boschi non lontani. Era dei miei avi materni. Ci vado qualche settimana all’anno, senza televisione, senza computer. Solo con qualche libro e il mio inseparabile blackberry, che però in casa non è raggiunto dal segnale di Vodafone. In casa c’è il telefono su linea fissa, però. Così ieri, nella previsione di soggiorni più lunghi e di aprire magari  un’attività con i giovani del paese, ho chiamato Telecom Italia e ho chiesto se quella numerazione fosse raggiunta da linee Adsl, così da approfittare anche delle offerte in corso sulla Iptv, la televisione che viaggia sul protocollo di Internet.

Niente da fare. “La sua utenza - mi ha risposto una voce gentile (il customer care è molto migliorato negli ultimi due anni) - non è al momento raggiunta dal servizio. Contiamo di arrivare nel suo paese con l’Adsl a fine 2012″.

Ecco. Questo è un aspetto, magari piccolo, del digital divide italiano sulla banda larga.

I numeri parlano chiaro. L’indicatore usato dalla Commissione europea e dall’Ocse è il “livello di penetrazione”, cioè il rapporto tra linee a banda larga fisse (Adsl, fibra ottica, cavo) e la popolazione del Paese. Ebbene, a fine 2009 il livello di penetrazione in Italia era del 21%, significativamente inferiore sia alla media europea (25%), sia a Paesi di dimensioni e sviluppo paragonabili al nostro, come Regno Unito, Francia e Germania, nei quali il livello di penetrazione è del 30% circa. Eppure la copertura lorda della banda larga in Italia (nel prossimo articolo spiegheremo la differenza con la copertura netta) a fine 2009 era superiore al 96%, quindi al di sopra della media dei 27 Paesi della Ue (94%), ma inferiore a quella di Regno Unito e Francia che sono al 100% e della Germania che è al 97%. Il fatto è che è abbastanza faticoso raggiungere quel  4% che manca al 100% (che  si è ridotto al 3% visto che la copertura è salita al 97% a settembre 2010 in base agli ultimi dati forniti da Telecom Italia). E questo proprio per i tanti comuni di piccole dimensioni come il paesino dei miei avi in Calabria. Oltre 3.600 Comuni italiani hanno meno di 2.000 abitanti (sono il 45% del totale di 8.101).

Lo scrittore Carlo Fruttero, in un testo letto da Fabio Fazio e Luca Zingaretti durante una puntata del fortunato programma “Vieni via con me” nel suo elenco ha scritto che uno dei privilegi degli ottantenni è quello di “Avere il diritto inalienabile di ignorare che cosa sia la banda larga“.

Sarà pure vero che è un suo diritto, ma se qualcuno gli spiegasse che cos’è lo scrittore imparerebbe che è una cosa che potrebbe essere molto utile proprio agli anziani, per i quali si stanno realizzando in molte Regioni italiane ottimi servizi di teleassistenza e di telemedicina basati sulla banda larga.

È proprio di questi esempi virtuosi che vogliamo parlare in questa rubrica della Newsletter di Media Duemila on line. Di questi utilizzi intelligenti, di questi soldi investiti bene nella sanità, nell’istruzione, nell’assistenza alle imprese e nella comunicazione con i cittadini. Sono queste le cose che possono innescare importanti riduzioni di costi e di tempi morti, e contemporaneamente far cresce il Paese.

 

Cesare Protettì

Ologrammi in movimento, arriva la telepresenza

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di GIULIA BELARDELLI    

 

Un team dell’Università dell’Arizona è riuscito a creare video olografici in tempo reale, trasformando in realtà il sogno di “Guerre Stellari”. Le applicazioni spaziano dal campo dei media alla telemedicina.

 

Organizzare conferenze in telepresenza, facendo apparire al centro della sala una persona che può trovarsi anche dall’altra parte del mondo. Oppure monitorare il corso di un’operazione chirurgica in 3D, quasi tirando fuori dal corpo l’organello su cui si sta intervenendo. Senza contare tutte le possibili applicazioni nel campo dell’intrattenimento, dai videogiochi al mondo del cinema. L’era della presenza virtuale, da sempre immaginata in film e libri di fantascienza, è ora un po’ vicina, grazie alla scoperta di un gruppo di ricerca dell’Università dell’Arizona. Il team, guidato da  Nasser Peyghambarian, è riuscito per la prima volta a creare un sistema olografico capace di registrare e trasmettere immagini in 3D in tempo (quasi) reale. In uno studio pubblicato sull’ultimo numero di Nature i ricercatori spiegano le varie tappe di questa rivoluzione.

L’olografia, o fotografia in 3D, è una tecnologia ottica che produce rappresentazioni tridimensionali di un oggetto. Il meccanismo funziona più o meno così: la luce emessa da un laser viene scorporata da uno specchio in due fasci di raggi; uno va a colpire l’oggetto da “fotografare”, l’altro una lastra fotografica opportunamente posizionata. Dall’interferenza tra i raggi riflessi dall’oggetto e quelli che incidono direttamente sulla superficie nasce l’immagine tridimensionale, che rimane impressa sulla lastra stessa. “Finora - spiega Peyghambarian - l’olografia ha fornito un’eccellente risoluzione per immagini tridimensionali statiche. Mancava invece la capacità di riprodurre la dinamicità del movimento”.

Per raggiungere questo risultato, i ricercatori hanno sostituito la lastra fotografica con un apparecchio composto da un innovativo polimero fotorefrattivo capace di rappresentare video policromatici alla velocità di un fotogramma ogni due secondi: una prestazione che gli autori definiscono “quasi a tempo reale”. Diversamente da un normale monitor, il polimero fotorefrattivo non è formato da pixel, bensì da “hogel” (elementi olografici, dall’inglese HOloGraphic ELement). “Questi elementi - spiegano i ricercatori - differiscono dai primi poiché contengono non solo informazioni punto per punto di luminosità e colore, ma anche i dati tridimensionali per ogni prospettiva dell’osservatore”.

Gli hogel del monitor, dunque, vengono attivati grazie a impulsi laser della durata di sei miliardesimi di secondo e rimangono accesi per diversi minuti, a meno di un nuovo segnale laser: in questo modo lo schermo riesce a rappresentare sia oggetti in movimento, sia immagini statiche con una tridimensionalità pressoché reale. “Gli hogel permettono di avere una sensazione di completa parallasse”, precisano gli autori. “Attraverso il nostro  monitor è possibile osservare l’oggetto da diverse prospettive, avendo una sensazione molto più realistica rispetto a quella delle altre tecnologie tridimensionali”.

“La grande novità del nostro sistema è di consentire la telepresenza olografica, ovvero la possibilità di registrare immagini tridimensionali che possano essere viste in ogni parte del mondo in tempo reale”, spiega Peyghambarian. “Basta avere a un’estremità delle telecamere che registrano, una connessione con fibra ottica e uno dei nostri schermi dall’altra parte”. Per dimostrare l’efficienza della telepresenza, i ricercatori hanno usato un sistema di registrazione basato su sedici telecamere, un computer da tavolo che processa le immagini e le trasmette via internet - sfruttando solo il dieci percento della banda disponibile - e il meccanismo di attivazione degli hogel sul monitor finale.

Come si è detto all’inizio, le potenziali applicazioni di questa scoperta sono estremamente vaste. Si va dalla telemedicina all’elaborazione di mappe tridimensionali, passando per l’industria dell’intrattenimento e il campo pubblicitario. Intanto saranno contenti gli appassionati di fantascienza, che finalmente potranno gustare dal vivo (si fa per dire) l’emozione di un ologramma in diretta. La prima apparizione cinematografica di questo “miracolo della visione”, infatti, risaliva al 1977, anno in cui in “Guerre Stellari” la principessa Leila comparve agli occhi di  Luke Skywalker e Obi-wan Kenobi con il suo messaggio di aiuto. Oggi, 33 anni dopo, sarebbe potuto succedere anche in un laboratorio dell’Arizona.

 

Qui trovate un video:

http://www.youtube.com/watch?v=kbk5_XEZ3DQ

Giulia Belardelli

ISMETT, ricerca e innovazione tecnologica per la sanità

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Lo sviluppo della telemedicina è una priorità per un Paese che vuole crescere. Lo scorso 8 ottobre, a Palermo, si è tenuta la conferenza sul millesimo trapianto eseguito in ISMETT, l’Istituto Mediterraneo per i Trapianti e Terapie ad Alta Specializzazione. Media Duemila pubblica l’intervista a Laura Raimondo, Amministratore Delegato UPMC Italia (University of Pittsburgh Medical Center).

 

“Nel 1997, quando nasce il progetto di sperimentazione gestionale ISMETT,  l’Unità per la selezione dei pazienti candidati al Trapianto dell’Ospedale Cervello, guidata dal Prof. Palazzo, aveva assistito e accompagnato oltre 200 pazienti  in centri italiani o esteri e 300 erano i pazienti in lista di attesa.  L’innovazione a ISMETT nasce da qui, cioè dalla scelta determinata di un gruppo di responsabili  medici dell’Unità e di politici e amministratori attenti a individuare  un  soggetto privato qualificato e pronti a rischiare e costruire con lui un partenariato la cui finalità era, ed è ancora oggi, quella di  mettere al servizio dei pazienti con malattie terminali di organo i vantaggi che la ricerca avanzata  può assicurare per dargli una vita nuova e possibilmente di elevata qualità, nella propria Regione, vicino alla propria famiglia”.

 

Chi era il partner privato e cosa è diventato da quell’ormai lontano 1997?

“Si tratta dell’Università di Pittsburgh, della sua scuola di medicina e del suo centro medico. Un’Università americana di medie dimensioni che aveva costruito la sua fama internazionale sulla sperimentazione prima e sulla trasformazione poi in terapia definitiva del trapianto di fegato e della crescita e sullo sviluppo del più grande centro trapianti, conosciuto dal ‘96 come il Thomas E. Starzl Transplantation Institute. Allora UPMC, impresa non-profit per la salute, era in fase di grande crescita ma le sue dimensioni erano ancora  limitate. Il valore della produzione degli ospedali di UPMC era di circa 1,8 miliardi di dollari e 9.000  erano gli addetti. Oggi il valore della produzione è di 8 miliardi di dollari e gli addetti sono 50.000.

Il progetto ISMETT nacque come un progetto  ambizioso che intendeva  trasferire velocemente le competenze e  il know-how necessari per poter rendere operativo in poco tempo uno dei programmi ancora oggi fra i più complessi in medicina, il programma del  trapianto di fegato.   Dopo circa 11 anni dal primo trapianto aver tagliato il traguardo dei mille casi  è certamente un attestato del fatto che quelle competenze e quel know how, in questa sperimentazione gestionale fra pubblico e privato, sono state create e il numero di trapianti effettuato è il miglior indicatore  di risultato disponibile: 1000 trapianti effettuati oltre a migliaia di interventi chirurgici di alta specializzazione, con tassi di mortalità estremamente contenuti ed elevati indicatori di qualità.  

Il progetto ebbe inizio con una massiccia presenza di medici di Pittsburgh  a Palermo e una formazione spinta e mirata di infermieri presso UPMC  prima dell’avvio del programma. Nel tempo si sono succedute continue rotazioni di medici, farmacisti e infermieri a/da Pittsburgh.  A oggi sono state effettuate più di 115 rotazioni per oltre 6000 giornate di formazione a Pittsburgh . Solo con questo tremendo sforzo organizzativo e di integrazione fra la struttura americana e quella italiana si poteva ottenere in cosi breve tempo l’aggregazione di competenze complesse, non solo mediche, che hanno caratterizzano lo sviluppo dell’unico ospedale specializzato in trapianti d’Europa. Oggi l’istituto è dotato di team di lavoro infragruppo, fra Pittsburgh e Palermo, oramai consolidati e non solo nel campo dei trapianti di fegato ma anche nel campo dell’IT, della patologia e radiologia, della farmacia, della cardio-chirurgia,  della formazione con simulatori. Si affinano, così, i protocolli di intervento, i programmi di gestione dei dati e delle informazioni,  i prodotti e servizi di cui fa uso l’ospedale adattandoli alle esigenze di ISMETT. Grazie a questa integrazione negli ultimi due anni ISMETT ha ottenuto tutti i più importanti riconoscimenti e certificazioni di  qualità degli standard per strutture sanitarie”.

 

Ma cosa altro ha trasferito UPMC in questi anni: molti si domandano, alle volte dubitando, dell’effettiva possibilità che si possa fare davvero trasferimento tecnologico fra luoghi cosi distanti?

“Il partenariato pubblico-privato ha messo a disposizione di ISMETT i risultati della ricerca effettuata a Pittsburgh negli ultimi 15 anni.  Vorrei citare solo un dato che dà il senso della dimensione di questo contributo: sono stati circa 10 i miliardi di dollari investiti in quindici anni, dal 1996 al 2009, in ricerca medica di base, traslazionale e clinica, da UPMC e dalla Scuola di Medicina, mettendo insieme risorse proprie e fondi statali (NIH -National Institute of Health, e altro). Questo ha significato poter aver accesso a tutte le innovazioni e protocolli di ricerca che si sono man mano sviluppati in questi anni e alle nuove tecniche di alta specializzazione messe a punto e puntualmente impiegate a ISMETT e offerte ai suoi pazienti.

Ciò che tuttavia è più importante sottolineare in questa occasione di riflessione, è che il modello che integra attività clinica,ricerca e formazione, che è il modello proprio di Pittsburgh,  è nel tempo divenuto parte integrante delle modalità di operare di ISMETT. L’ampliarsi delle linee di ricerca nel campo dell’ingegneria rigenerativa, la creazione dell’Unità di Medicina Rigenerativa e Tecnologie Biomediche , istituita al fine di sviluppare programmi di riparazione di organi e tessuti compromessi utilizzando le differenti metodologie rese possibili dalle attuali tecniche di biologia cellulare, biologia molecolare e ingegneria tissutale,  ne  è  una testimonianza. 

ISMETT non è più solo dunque un programma di trapianti d’organo frutto di un esperimento di trasferimento di know-how, ma è divenuto un soggetto attivo della produzione di know-how e ciò in soli dieci anni.  ISMETT  trova sempre sponda nei ricercatori di Pittsburgh ma  ha cominciato ad aggregare intorno a sè altri centri di ricerca  nazionali e internazionali potenziando in questo modo la sua capacità innovativa.  La proposta avanzata sul Programma Operativo Nazionale ne è testimonianza: guidata da ISMETT, include l’Università di Genova, l’Istituto Superiore di Sanità, due piccole e medie  imprese,  il CNR, la Fondazione Ri.MED, e la Poliambulanza di Brescia.

Per questo motivo ISMETT è stato da più parti riconosciuto come un soggetto creatore di valore sul territorio perchè  produttore di reti d’eccellenza e di competenze specialistiche. Da luogo dell’innovazione , come lo definì il Censis nel 2009, ISMEET deve poter contribuire a creare una filiera di eccellenza nelle scienze della vita e per far questo  ha bisogno del continuo apporto di una massa critica di risorse qualificate e di istitutzioni capaci si sostenere i processi innovativi.

L’apporto di UPMC in questa nuova fase della maturità di ISMETT può per alcuni versi essere ancora più determinante che in passato. ISMETT infatti, se opportunamente sostenuto nel rafforzamento delle sue capacità di ricerca, può diventare motore per lo sviluppo di attività biomedicali nel campo delle biotecnologie e in quello dell’IT applicata alla sanità.  ISMETT può attrarre, come del resto ha già fatto, finanziamenti in Sicilia per lo sviluppo della ricerca  e nuovi soggetti imprenditoriali interessati allo sviluppo delle sue linee di ricerca.

In questo sarà di grande aiuto la rete di relazioni internazionali in campo scientifico di UPMC e dell’Università di Pittsburgh, e la rete di accordi per la ricerca di soluzioni tecnologiche avanzate con provider internazionali nel campo medicale.

Ugualmente importante in quest’ottica è la rete dei  progetti internazionali di UPMC che si sta intensificando grazie anche, e forse soprattutto, al successo dell’esperienza di ISMETT. Quella rete  ha portato UPMC a intessere relazioni in Cina, Giordania, Kazakistan, Egitto, dopo l’Irlanda, l’Inghilterra e il Qatar . È una rete di rapporti e relazioni che possono, non solo beneficiare ISMETT,  ma essere rilevanti per lo sviluppo  del progetto Ri.MED per la ricerca nel campo delle biotecnologie.  Le opportunità da cogliere per il futuro sono dunque molte e possono costituire una seria opzione di sviluppo per quest’area territoriale. Noi ci auguriamo di poter consolidare questa esperienza e di poterla allargare a nuovi terreni di collaborazione”.

 

Laura Raimondo

Amministratore Delegato UPMC Italia

Con l’ISMETT trapianto numero 1000 a Palermo. Telemedicina accorcia le distanze allunga la vita

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di MARIA PIA ROSSIGNAUD

 

A Palermo il pubblico ed il privato in una collaborazione di eccellenza  nel settore dei trapianti. L’immagine di una Sicilia al centro del mondo mediterraneo per aiutare malati difficili, un’Italia capace di soccorrere tutta l’area dei Paesi mediterranei con un centro trapianti all’avanguardia. L’ISMETT (Istituto Mediterraneo per i Trapianti e Terapie ad Alta Specializzazione) invita a Palermo i giornalisti scientifici per festeggiare il  millesimo trapianto di cuore e soprattutto il centro di eccellenza che dal 1996 cresce e fa crescere.  Giuseppe Di Piazza direttore del settimanale Sette del Corriere della Sera apre una giornata dedicata all’eccellenza sanitaria nel capoluogo siciliano: “Torno nella mia città dopo 30 anni per presentare i traguardi di una struttura all’avanguardia, un’emozione particolare constatare che nel  Sud esistono eccellenze direttamente collegate alla salvaguardia della vita dell’uomo”. L’Università di Pittsburgh e la Regione Sicilia, insieme  hanno creato le  premesse per un polo di eccellenza nel Mediteranno. Dopo 10 anni di sperimentazione oggi l’efficacia di questo binomio è sotto gli occhi di noi tutti: un uomo bolognese che racconta la sua esperienza di essere curato al Sud del mondo. E’ lui il millesimo trapiantato commosso e felice di raccontare la sua storia. La storia di chi non viene capito dagli amici perché sceglie il Sud per curarsi.  Il video del ministro Fazio racconta un’esperienza unica ed indica le prospettive di una sinergia che sicuramente può solo essere declinata al positivo. Meno sprechi, più risultati, meno costi, più successi e più umanità.

Il Cardinale di Palermo sottolinea l’orgoglio di una comunità che può guardare avanti con speranza perché un piccolo sole sorge in Sicilia con 1000 trapianti e terapie d’avanguardia che hanno salvato la vita di molte persone: “Quando una vita finisce, con la donazione dell’organo ne nasce un’altra. La chiesa è sempre stata vicina a questo settore. L’ISMETT serve la gente, dovremmo moltiplicare questi centri dove i malati non sono obbligati a prendere una valigia. Una persona che emigra per lavoro è nel pieno delle sue forze, un malato che parte è nel momento più buio della sua vita, in una fase di debolezza oggettiva”.  

Tutti i relatori presenti a rappresentanza delle autorità regionali che hanno creduto nell’iniziativa sono concordi nel sottolineare che  la strada intrapresa porterà la Sicilia a diventare un polo di eccellenza internazionale con uno sguardo particolare al Mediterraneo, grazie a  nuovi modelli che evitano errori: “Nelle burocrazie professionali troppo spesso le esigenze strutturali vengono prima delle esigenze dell’utente. Non ci possono essere strutture nel deserto, c’è bisogno di una fertilizzazione generale”.

Laura Raimondo, amministratore delegato di UPMC in Italia ricorda: “Quindici anni fa  sono iniziate le discussioni ed oggi il nostro ospedale è un esperimento ben riuscito.  Ora si può parlare di solidità e consolidamento dell’istituto. Dove la partnership non è di mero trasferimento tecnologico, ma è una collaborazione effettiva che ha portato a questo punto. 6000 giornate di formazione fatte a Pittsburg per fare uno sforzo di integrazione delle competenze con trasferimento di know how. Mille trapianti sono un’evidenza che sovrasta ogni altro risultato, ma non bisogna sottovalutare la capacità di produrre innovazione. Da una eccellenza si deve passare alla costruzione di una filiera che produrrà moltissime altre attività”.

Le scienze della vita sono da sempre un’area in cui l’UGIS cerca momenti di incontro e di confronto e qui a Palermo i giornalisti che hanno accolto l’invito di Simona Abbro, direttore della UPMC International Marketing, hanno ascoltato medici esperti di trapianti con metodologie all’avanguardia. Le specialità sono trapianto di fegato, polmone e cuore, la ricerca va verso la creazione di organi artificiali.  Certo qui a Palermo viene senz’altro “Nostalgia di Futuro”, titolo del premio in ricordo del fondatore della nostra  rivista Giovanni Giovannini.

Bruno Gridelli, direttore ISMETT, racconta non solo del millesimo trapianto, ma tanto altro.  Racconta il primo interveto del 1999, presso l’ospedale civico  di Palermo, del 2003 anno che segna l’inizio dei trapianti pediatrici, il 2004  con il nuovo ospedale ed infine non meno importante ricorda il 2006  per il trapianto di polmone in paziente HIV positivo. Ed eccoci anche ai trapianti di  fegato in via laparoscopico da donatore vivente.  In totale 555 trapianti di  fegato,  99  di rene, 77 di cuore, 65 di  polmone,  4 di  pancreas  e 22 trapianti combinati: “Siamo uno dei 4 ospedali europei che hanno un alto livello di  informatizzazione - conclude - per avere sotto controllo tutte le informazioni che ruotano intorno al pazienze, anche per ottimizzare le risorse economiche per curare sempre più e sempre meglio i pazienti”.  

John  P. Williams, direttore del Dipartimento di Anestesia presso l’Università di Pittsburgh parla di telemedicina in terapia intensiva  e di come si può trasferire specialità in luoghi remoti. “E’ scienza istantanea,  un modo per usare la tipologia delle reti sociali anche per la medicina.  Dunque  la telemedicina è una specie di facebook della medicina,  il pubblico è limitato ai medici”. Il professore della Pennsylvania lancia anche un grido di allarme sostenendo che non ci sono medici sufficienti per la terapia intensiva: “La domanda per intensivisti sarà sempre maggiore. Non avremmo abbastanza intensivisti  nei prossimi 20 anni perché la domanda cresce continuamente, la telemedicina può sopperire anche a questo genere di dieficit”. Nel prossimo numero di Media Duemila un ulteriore approfondimento.

 

Maria Pia Rossignaud

Tecnologia sì, ma al servizio dell’uomo

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Oggi voglio parlare solo di tecnologia e salute dopo la visita all’ospedale di Palermo gestito dall’ISMETT (vedi l’articolo in Media Duemila on line ed in più anche l’approfondimento nella prossima edizione cartacea).

Ebbene a Palermo un centro di trapianti all’avanguardia collegato in banda larga con Pittsburgh ha allungato la vita a 1000 persone dal 1996 ad oggi. E’ un ospedale modello dove pazienti, personale medico e addetti di ogni tipo vivono in armonia con i parenti che entrano ed escono più o meno senza interruzioni significative dall’edificio.

Nessun viaggio della speranza fuori dalla casa, dalla Nazione, qui a Palermo  si trova  l’eccellenza.  Il  viaggio di ritorno da questo aggiornamento professionale organizzato da me per i giornalisti dell’UGIS, Unione Giornalisti Scientifici, lo faccio con qualcuno che di trapianti ne ha fatti due (polmone e cuore) venti anni fa. Mi racconta un calvario incredibile. Questo mi fa riflettere:  bisognerebbe forse più spesso ricordare che tecnologia e banda larga significano anche e soprattutto telemedicina, centri di eccellenza utili alla salvaguardia della vita dell’uomo di ogni età. Questa sì che è tecnologia la servizio dell’uomo e come diceva qualcuno “ho tanta nostalgia di futuro”. Un futuro in cui sia ben chiaro a tutti a cosa serve la tecnolgia.

Infrastrutture ICT di nuova generazione

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di ROBERTO NAPOLI.


Nel periodo di grave crisi che l’intera comunità internazionale sta vivendo, numerosi ed autorevoli sono i pareri, come quelli espressi dalla Commissione Europea e da gran parte dei Paesi del G8, che ritengono prioritari gli investimenti nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per produrre i maggiori effetti sulla crescita del prodotto interno lordo dei Paesi avanzati.

In Italia, tale strategia, che garantirebbe ricadute positive su tutto il sistema economico e produttivo, accrescendo la produttività del lavoro e l’occupazione e riducendo i costi delle transazioni di mercato, trova un deterrente nella scarsa alfabetizzazione informatica della popolazione, anche se il livello di scolarizzazione è destinato a salire, per l’aggiornamento della scuola e per il formidabile impulso di domanda che sale dalle giovani generazioni, anche nell’ambito delle famiglie.

Un notevole aiuto può venire, in tal senso, da un’efficiente informatizzazione della Pubblica Amministrazione (di seguito P.A.), che costituisce un aspetto qualificante nell’ambito del rapporto stato-cittadini cui si commisura il livello di civiltà di un Paese.

E sulla indispensabile ed improrogabile esigenza di un processo di rapida ed estesa digitalizzazione dei servizi della Pubblica Amministrazione, il dibattito è, oggi, molto vivace. Si registrano quasi quotidianamente interventi, proposte e progetti autorevoli in materia e ci piace citarne solo alcuni veramente significativi.

Non si può non partire dal piano E-gov 2012 del Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione, presentato ormai già più di un anno fa (gennaio 2009), che, partendo dalla strategia di Lisbona della Comunità Europea, punta al miglioramento della regolamentazione e alla riduzione degli oneri amministrativi per il rafforzamento della competitività, della crescita e dell’occupazione, utilizzando le nuove tecnologie ICT per allineare l’Italia alle migliori performance europee. Il piano propone quattro ambiti di intervento prioritari (settoriali, territoriali, di sistema, internazionali), individuando circa trenta obiettivi e più di sessanta progetti o macro-progetti, con i principali interventi indirizzati a Scuola e Università, Salute, Giustizia, Anagrafi, Dematerializzazione e Cooperazione tra Amministrazioni.

Anche il rapporto di Francesco Caio al Ministero dello Sviluppo Economico-Comunicazioni sulle conclusioni del progetto per portare l’Italia verso la leadership europea nella banda larga (marzo 2009), facendo molte volte riferimento al piano E-gov 2012, individua tra gli obiettivi primari di sviluppo dell’infrastruttura di rete a larga banda, “l’universalità d’accesso, per mettere tutti i cittadini e le imprese, in tempi rapidi, in condizione di poter collegarsi alla rete e fruire di servizi che sempre più hanno caratteristiche di essenzialità”, evidenziando la criticità della piattaforma per accelerare la trasformazione della P.A.

A giugno 2009 Confindustria ha pubblicato il Rapporto “Servizi e Infrastrutture per l’innovazione digitale del Paese”, per la diffusione della banda larga e sottolinearne ancor più la valenza strategica per lo sviluppo competitivo delle imprese italiane. Nel rapporto grande enfasi e spazio sono dedicati alla “digitalizzazione della P.A., resa possibile da una diffusa rete di telecomunicazioni a larga banda, che può generare una vera e propria rivoluzione sia nell’organizzazione interna che nell’offerta di servizi verso imprese e cittadini”, auspicando, “per conseguire tali benefici, obiettivi e scadenze temporali certe, a livello Paese, per transitare rapidamente da comuni pratiche svolte in modalità tradizionale a procedimenti digitalizzati e servizi dematerializzati”.Vengono, in proposito individuate e specificate ben 21 proposte di intervento (su un totale di 68 proposte presentate nell’intero rapporto) nelle aree dello switch-off dei processi cartacei, della sanità, dell’istruzione e della giustizia.

Anche l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (di seguito Agcom), nell’ambito dei suoi compiti istituzionali, è proattiva sul tema dell’innovazione della P.A.: nel corso del 2009 ha finanziato il Programma di Ricerca “Infrastrutture e Servizi a Banda larga e Ultra Larga”, con la collaborazione di alcuni dei principali atenei italiani. Il programma si è articolato su 3 progetti (Tecnologico, Economico e Giuridico) e 14 sottoprogetti (work packages) con l’obiettivo di porre le basi per un presidio permanente dell’Autorità sulle tematiche tecnologiche, normative, economiche, relative agli aspetti infrastrutturali delle Reti di Nuova Generazione a banda larga e ultra larga, al fine di ottenere risultati utili alla promozione e allo sviluppo delle reti NGN, a vantaggio dell’intera collettività. Uno di tali sottoprogetti (work package 3.2) di cui è disponibile, da febbraio 2010, il Final Report, è stato in particolare dedicato a Servizi ed Applicazioni di Pubblica Utilità, approfondendo i temi di reti, servizi e organizzazione dell’e-Government, e-Learning, e-Health e telemedicina, telelavoro.

Da tale breve excursus emerge prepotente una primaria esigenza: dotare il Paese di una nuova infrastruttura di comunicazione elettronica, la cosiddetta rete a banda larga ed ultralarga, in grado di assicurare la corretta ed universale fruizione dei servizi innovativi che attengono non solo alla P.A. ma, in generale, a tutto l’universo delle applicazioni ICT. E questo prima che si verifichi il rischio di accorgersi troppo tardi che l’infrastruttura non è sufficiente a fronteggiare la domanda. Non è qui il caso di soffermarci sugli aspetti tecnologici delle reti di accesso di nuova generazione (NGAN) in grado di soddisfare i predetti requisiti di alta velocità trasmissiva (quali ad esempio le tecnologia xDSL sulla rete in rame, le tecnologie wireless e satellitari, quelle di tipo mobile a larga banda, quali HSPA ed LTE), ma non si può prescindere dal menzionare la fibra ottica, che, nella configurazione FTTH (fiber to the home), sembrerebbe non solo rispondere alle esigenze attuali delle zone ad alta densità di traffico, ma essere in grado di assecondare le richieste di crescita negli anni a venire con un intervento valido per i prossimi 50 anni.

In tale contesto evolutivo riveste fondamentale importanza il ruolo di regolatore di Agcom, che nel preservare i massici investimenti degli operatori previsti sulle nuove infrastrutture e garantirne il giusto ritorno economico, deve, nel contempo, assicurare condizioni di concorrenzialità sul mercato e tutelare gli interessi ed i diritti degli utenti finali.

Da tempo l’Agcom ha intrapreso questo percorso di regolazione, anche in sintonia con gli indirizzi e le indicazioni provenienti dalla Commissione Europea, che ha varato un nuovo quadro normativo del settore.

Basti pensare all’intenso lavoro di indagine e confronto tra i vari soggetti operanti nel mercato, intrapreso fin dal 2006, sugli aspetti regolamentari relativi all’assetto della rete di accesso fissa ed alle prospettive delle reti di nuova generazione a larga banda, che ha dato un determinante impulso alla decisione di Telecom Italia, l’operatore dominante nel mercato dell’accesso, di creare, a febbraio 2008, la divisione Open Access, preposta alla gestione della rete d’accesso, e, quindi, alla finalizzazione e definitiva approvazione degli impegni presentati da tale operatore in materia di parità di trattamento, a dicembre 2008, tra i quali un rilievo particolarmente strategico assumono le misure relative alle reti di accesso di nuova generazione.

Sulla base di tali impegni, nel corso del 2009, l’Agcom ha lavorato a finalizzare i procedimenti di identificazione e analisi dei mercati dell’accesso alla rete fissa e di individuazione dei relativi obblighi regolamentari per le imprese notificate con significativo potere di mercato (SPM). In particolare sono stati identificati il mercato dell’accesso a banda larga all’ingrosso come rilevante a dimensione geografica nazionale e Telecom Italia come operatore SPM su tale mercato, con imposizione dell’obbligo dell’accesso ai cavidotti ed alla fibra spenta e dell’obbligo di fornitura del servizio bitstream, ma non dell’unbundling fisico.

A febbraio 2009, l’Agcom ha, inoltre, istituito il Comitato NGN Italia quale organo consultivo del Consiglio dell’Autorità, con l’obiettivo di elaborare proposte ed individuare soluzioni relative a questioni attinenti gli aspetti tecnici, organizzativi ed economici connessi alla transizione alle reti di nuova generazione. Il Comitato è sede di confronto ed elaborazione tra quanti operano nel settore, e, attualmente, ha focalizzato i propri sforzi alla finalizzazione, entro luglio 2010, di una proposta di “Linee guida per la regolamentazione della transizione alle reti NGN”, nel cui ambito individuare, tra l’altro, le procedure per la migrazione dalla rete in rame, la possibilità e le modalità per l’unbundling delle reti in fibra, le modalità di attuazione e disciplina economica dell’obbligo di bitstream su fibra, le condizioni di condivisione delle infrastrutture, ivi comprese le installazioni all’interno dei condomini.

Nel breve termine, i principali obiettivi che l’Agcom si pone, in prosecuzione del percorso finora illustrato, sono:

- Analizzare la proposta di Linee guida per la regolamentazione della transizione alle reti NGN, una volta ultimata dal Comitato NGN Italia e presentata al Consiglio dell’Autorità;

- Tradurre in eventuali proposte attuative e normative nazionali la Direttiva 2009/140/CE, approvata dal parlamento europeo a fine 2009, che introduce, tra le altre, alcune norme innovative sull’accesso, quali la co-ubicazione e condivisione di elementi della rete e risorse correlate per i fornitori di reti di comunicazione elettronica;

- Contribuire alla consultazione pubblica recentemente indetta dalla Commissione Europea per stabilire se sia necessario adeguare l’impianto normativo sul servizio universale per tenere conto dell’avvento del digitale e, in particolare, se vada esteso anche all’accesso a banda larga: sarebbe auspicabile che lo schema di provvedimento europeo finale preveda tale obbligo, a garanzia dell’universalità dell’accesso a larga banda per tutti i cittadini, con l’obiettivo di abbattere il Digital Divide infrastrutturale entro il 2011-2012;

- Avviare una riflessione sulla qualità del servizio delle reti di nuova generazione, per mettere i cittadini e le imprese allo stesso livello di competitività dei Paesi più avanzati, come autorevolmente auspicato da più parti.

In conclusione, riprendendo le parole ed i concetti espressi dal presidente Calabrò nella presentazione dell’ultima relazione annuale dell’Autorità, è innegabile che “le infrastrutture a larga e larghissima banda rappresenteranno la spina dorsale dell’avvenire dei Paesi avanzati”. Perché anche l’Italia diventi una Fiber Nation è necessario, allora, realizzare un progetto nazionale di grande respiro, basato su un modello aperto di sviluppo della rete: una società veicolo, aperta anche alla partecipazione del capitale pubblico, formata da un nucleo forte di partner industriali con un mix di capacità imprenditoriali per sviluppare il progetto fibra. Essa dovrebbe mettere a frutto i tratti in fibra eseguiti dalle Amministrazioni locali e anche le opere civili realizzate ad altro scopo. Il progetto di transizione potrebbe essere organizzato sul modello del digitale terrestre: ossia identificando, sulla base dell’aspettativa di redditività, una serie di aree territoriali (necessariamente meno estese e più mirate rispetto al digitale terrestre) dove effettuare la sostituzione del doppino in rame con la fibra ottica.

Roberto Napoli

commissario dell’AGCOM

Dominici: Telemedicina, la tecnologia applicata alla cura a distanza

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A che punto siamo in Italia? Qual è, oggi, il reale impatto dell’innovazione tecnologica sulla vita dei pazienti, ma anche sul lavoro di medici e infermieri e sulla gestione delle aziende sanitarie? Siamo partiti da queste domande per realizzare la ricerca sui Livelli di Innovazione Tecnologica in Sanità (LITIS), che è stata presentata a Roma il 25 febbraio scorso. Una ricerca che nasce dalla stabile collaborazione tra FORUM PA e Federsanità ANCI, impegnati già dal novembre 2008 in un percorso per la costituzione di un Tavolo di lavoro permanente sull’innovazione in sanità che coinvolga i direttori generali delle aziende sanitarie ed ospedaliere e i vertici regionali deputati. La ricerca LITIS rappresenta una novità assoluta nel panorama italiano, perché per la prima volta sono stati coinvolti i direttori generali delle aziende sanitarie, ai quali abbiamo chiesto, non di fornirci indicazioni sulla presenza di strumenti tecnologici e infrastrutture informatiche all’interno della loro azienda, ma di entrare nel dettaglio dei processi e servizi innovativi realmente attivati e fruibili da cittadini, medici e altro personale socio-sanitario, manager e personale amministrativo (prescrizioni elettroniche, certificati digitali, Fascicolo Sanitario Elettronico, gestione integrata delle patologie, telemedicina). E la risposta è stata superiore alle aspettative: ben 147 direttori generali su 220, quindi un campione ampissimo, hanno contribuito a tracciare una fotografia inedita e molto dettagliata sullo stato e la diffusione della sanità elettronica nelle strutture pubbliche italiane. La ricerca si è avvalsa del supporto metodologico del CNR ed è stata realizzata in stretta collaborazione con il Dipartimento per la Digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Tecnologica del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione. È soprattutto uno il dato che emerge: molte aziende possiedono già gli strumenti necessari per sviluppare pienamente la sanità elettronica (ad esempio infrastrutture e applicazioni software in grado di produrre documenti digitali), ma non le sfruttano appieno e, perciò, sono in grave ritardo nella realizzazione di processi e servizi innovativi. Esistono, quindi, grandi potenzialità di sviluppo, ma per ora sono pochi gli effetti dell’innovazione tecnologica in sanità sulla vita quotidiana dei cittadini, soprattutto se si fa il confronto con altri settori. Vediamo, ad esempio, che il pagamento del ticket via Web è disponibile soltanto nel 7% delle aziende sanitarie; una differenza davvero notevole rispetto all’e-banking, offerto dalla quasi totalità delle banche italiane. Più diffusa è invece la possibilità di prenotare gli esami via Web, offerta dal 22% delle aziende, anche se spesso riservata soltanto ad alcune tipologie di prestazioni. Anche in questo caso, tuttavia, il confronto con un’altra applicazione di Internet, ossia la prenotazione di viaggi (biglietti aerei, ferroviari, traghetti, hotel, e così via) è decisamente a sfavore della sanità. Se si guarda poi al passaggio dalla carta al digitale per ricette e certificati, anche qui le percentuali non sono elevate: la ricetta elettronica interessa il 22% dei medici di famiglia e il 20% di quelli ospedalieri, mentre i certificati digitali sono presenti, in forme sperimentali, solo nel 5% delle aziende sanitarie. La telemedicina, poi, ovvero la tecnologia applicata alla cura a distanza dei pazienti, riguarda un numero davvero marginale di cittadini. Ma, se questi sono i dati attuali, ci sono notevoli margini di miglioramento; le basi strutturali, infatti, fanno ben sperare: molto buona, ad esempio, è tra gli operatori la diffusione di strumenti per la condivisione dei dati clinici (71% delle aziende) e la presenza di meccanismi di collaborazione per la notifica elettronica di eventi di rilevanza socio-sanitaria (50%). C’è anche un buon utilizzo di documenti con firma digitale (36% delle aziende). Un quarto delle aziende sanitarie (24%) impiega al proprio interno il Fascicolo Sanitario Elettronico/Dossier Sanitario, anche se poi la percentuale si dimezza (12%) nel caso dei medici di famiglia. Da notare, infine, il forte divario geografico riscontrato nella ricerca: sono state individuate 5 classi per indicare il livello di innovazione tecnologica in sanità raggiunto dalle aziende. Nessuna azienda del Sud risulta nella fascia di eccellenza, mentre vi rientra il 50% delle aziende del Nord-est. Insomma, il fenomeno dell’innovazione tecnologica in sanità risulta estremamente disomogeneo e necessita di politiche e strategie di ampio respiro, che puntino sull’innovazione non in modo episodico, ma secondo un approccio che garantisca un impatto reale sulla vita dei pazienti, sul lavoro degli operatori e sulla gestione delle aziende sanitarie. In quest’ottica, il modello relativo ai livelli di innovazione messo in piedi da Federsanità ANCI e da FORUM PA con la ricerca LITIS vuole offrire un punto di riferimento per poter misurare, d’ora in avanti, i progressi fatti da ciascuna struttura e, sulla base di questa misurazione, pianificare gli interventi di innovazione all’interno di un processo di governance condivisa.

 

Gianni Dominici | Direttore Generale FORUM PA