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Inchieste di Media Duemila / Web e Democrazia Alberto Marinelli: processo graduale dal basso

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di LIVIA SERLUPI CRESCENZI -

Si fa ma non si dice, la politica fa sempre più uso di Internet e delle nuove tecnologie, ma il rapporto tra politica e Internet resta difficile e in pochi analizzano la questione per capire fino in fondo i complicati meccanismi che ne determinano il positivo funzionamento cooperativo. Con la prospettiva di approfondire anche nei prossimi numeri Media Duemila ne parla con Alberto Marinelli, professore ordinario, docente in sociologia dei processi culturali e comunicativi e Teorie e tecniche della comunicazione e dei nuovi media della Sapienza, Università di Roma.

Si parla sempre più oggi di democrazia liquida. Twitter può effettivamente sostituire un voto politico?

In nessuna maniera e in particolar modo in Italia, perché Twitter non è assolutamente rappresentativo in questo momento.  Neanche negli Stati Uniti nel paese dove è più diffuso si possono fare discorsi di questo tipo. Le democrazie sono sistemi politici basati su procedure costituzionalmente stabilite e su altre regole di applicazione votate dai rami del Parlamento e approvate, pensiamo alle leggi elettorali. Questa è una delle più grandi deformazioni che si è diffusa negli ultimi tempi e cavalcata dal successo del Movimento 5 Stelle, ma è una deformazione assolutamente molto rischiosa. Twitter è uno straordinario attivatore di coscienze, è uno straordinario selettore di temi su cui dibattere, è uno straordinario sistema in cui le persone si scambiano opinioni spesso in maniera molto decisa, ruvida, sulle persone, sui temi, sui contenuti, non è un sistema elettorale. Se togliamo questo primo equivoco risolviamo una parte del problema. Torniamo alla  democrazia liquida, termine che probabilmente rimanda ad un’espressione giornalistica e al fatto che sia Grillo che altri fanno riferimento a una piattaforma che si chiama Liquid feedback, una piattaforma sviluppata da un nucleo del partito pirata in Germania. Anche qui se noi interpretiamo sistemi di questo tipo come meccanismi opportuni di consultazione, di attivazione del dibattito, di sollecitazione delle migliori idee, di confronto e, se vogliamo ricorrere a un vecchio termine, di sviluppo di intelligenza collettiva o cooperativa, siamo assolutamente d’accordo ed è questa, infatti, la funzione della democrazia elettronica (e-democracy). Li troviamo anche nel dibattito pubblico, politico, scientifico e della Comunità Europea, basta andarsi a riprendere i paper della Comunità Europea prodotti su questo argomento. Ovviamente, si deve far riferimento ad una procedura ormai assolutamente importante e strategica perché non si può più presupporre che il Parlamento possa legiferare non ascoltando le competenze, le conoscenze e il desiderio di partecipazione dei soggetti che a vario titolo hanno titolo a parlare o perché sono implicati, penso ai grandi problemi sul territorio come la TAV, o semplicemente perché hanno la volontà, il desiderio o l’abilità da mettere in campo. Ma un conto è l’attivazione, la procedura selettiva, l’indicazione delle idee, tutte quelle forme che una volta si consumavano sul cartaceo, sulla richiesta di firme per i  referendum e che adesso sono ovviamente molto più espanse dalle tecnologie di rete. Altra storia è il processo deliberativo, che è un processo che attiene alle regole che liberamente ci siamo dati e che liberamente ci togliamo. Nel senso che se decidiamo che diventiamo liquidi lo deve decidere un Parlamento con un voto sovrano, bisogna cambiare la Costituzione. Il motivo ovviamente finale di questa argomentazione si trova anche nei numeri. Io non posso presupporre che alcuni milioni partecipano a un dibattito, posso presupporre che alcuni milioni possono esprimersi su una candidatura o su una linea politica, cosa che avviene serenamente in presenza con le primarie, ma è abbastanza improbabile un livello di coinvolgimento tale in un dibattito, fra l’altro non è nemmeno gestibile dal punto di vista delle cacofonie che si producono, se siamo un milione a parlare. In un milione, in due milioni o in dieci milioni possiamo decidere che è più opportuno il signor X o la signorina Z per essere candidata ad un ruolo dopo un dibattito di mesi, dopo procedure in presenza o on line, dopo l’attivazione di regole: il classico meccanismo che in tutti i paesi del mondo dagli Stati Uniti in poi attiva la selezione della classe dirigente. Altra cosa è il dibattito sulle tematiche emergenti. Ne è un esempio uno dei temi cari al Movimento 5 Stelle: l’energia. E’ evidente che una diversa gestione dell’energia può coinvolgere  alcune decine di migliaia di persone, possono venire idee straordinarie, si possono sollecitare straordinarie risorse che sono depositate nella società, che vengono dal basso e sostanzialmente possono portare i processi decisionali ad un livello molto più elevato di quello che il singolo parlamentare, il singolo responsabile delle risorse energetiche di un partito, o il singolo meccanismo di consultazione classica nella camera dei deputati può portare. E’ ovvio che aprire, svecchiare, modificare da zero questo tipo di procedure può portare risultati straordinariamente positivi. Ma questo, ripeto, non sostituisce le procedure elettive.

Quindi si può parlare di partecipazione e non democrazia liquida con la quale i cittadini possono decidere in quale forma esercitare il proprio potere politico?

Le piattaforme come Liquid feedback non sono piattaforme di decisione sono piattaforme di consultazione, di aggregazione delle idee e di espressione di una tendenza. Le piattaforme cosiddette di consultazione servono per far salire al livello dell’attenzione pubblica questo tipo di dibattiti per coinvolgere nel processo decisionale anche l’interlocutore politico, cioè quello che ha poi la responsabilità politica, per premere dal basso perché alcune cose si attivino. Il movimento di opinione, l’ascolto della società civile è da sempre storicamente servita a fare questo. Se la società civile o il movimento di opinione o le competenze sono più avanzate è evidente che la piattaforma tecnologica, l’ambiente tecnologico consente a queste idee di emergere, di salire, di conquistare l’attenzione, di poter far dire alla persona che è seduta nella redazione di un giornale di un show televisivo di successo: bene, vieni a parlarne qui – perché così arriva piano piano a una massa sempre più grande che si sensibilizza.

Si parte dalla Rete per approdare ai media tradizionali?

Non a caso quello che è successo in campagna elettorale risponde proprio a questa logica. Nessuno si sogna di dire che Grillo ha vinto per la Rete, chi lo dice sbaglia clamorosamente. Grillo ha vinto perché è stato rilanciato ovviamente dalla televisione sulle parole d’ordine che ha avuto modo di far emergere anche attraverso un dibattito con i suoi, ma poi sono diventate parole condivise dai giornali e dalla televisione che parlavano di lui, questo è sufficientemente evidente. D’altra parte la soluzione è nei numeri: i numeri delle persone che possono leggere i blog sono di un certo tipo, i numeri che guardano la televisione sono di un altro tipo. Insegno nuove tecnologie da anni non è che ho un complesso di inferiorità sapendo che  i blog ragionano su alcune migliaia di numeri e  i media tradizionali su alcuni milioni. Anzi, penso di essere più smart di quelli che ragionano su alcuni milioni ma allo stesso tempo non ho un delirio di onnipotenza e non dico che è la rete che muove, no, la rete agita. Se alla rete aggiungo alcuni colpi ad effetto cioè Grillo ad esempio  che in Sicilia ha attraversato a nuoto lo Stretto. Lì non c’è niente di tecnologico. C’è l’impresa fatta giustamente per richiamare l’attenzione dei media, lo sbarco in Sicilia. C’è un uso strategico dei vari sistemi della comunicazione. Non è la rete che decide.

Cosa sono quindi le Quirinarie?

Le Quirinarie sono una cosa inventata giustamente, dal loro punto di vista, per fare battaglia politica. Come si fa campagna politica e si prova a svecchiare le candidature che venivano dai partiti tradizionali, beh, si prova dicendo alle persone votatemi qualcuno. Poi si sa che la Gabbanelli è una splendida giornalista che va lasciata al suo mestiere e che non è la candidata per la Presidenza della Repubblica e, quindi, che cosa sono le Quirinarie se non un grande spazio in cui emergono delle tendenze più o meno positive e propositive. Andiamo al dunque. Dei dieci candidati, lui si è autoescluso e siamo a nove, dei restanti sette non erano di fatto eleggibili o quasi  anche  perché si sono rifiutati  in quanto facevano giustamente altro mestiere, ne rimanevano due, su quei due Rodotà e Prodi è stata fatto una battaglia politica. Quindi le Quirinarie sono servite a far emergere Rodotà e Prodi. Perciò hanno ottenuto il loro scopo. E’ un sistema democratico? Ma non è un sistema democratico è un sistema di consultazione della base. Il sistema democratico, fin quando non lo cambieremo, è quello che prevede i franchi tiratori in Parlamento a prescindere da quello che eticamente si pensa dei franchi tiratori e di tutto il resto. Ovviamente, le Quirinarie sono andate al loro obiettivo. Il loro obiettivo era di far emergere dei nomi che potessero entrare nella contesa della Presidenza della Repubblica a pari titolo di altri nomi. I partiti sono stati spinti a votare sull’uno e sull’altro, si sono spaccati al voto sull’uno e sull’altro. E’ evidente che quello non è un sistema per eleggere è un sistema per far emergere energie dal basso, cosa sempre straordinariamente positiva. E’ Il ricambio delle classi dirigenti teorizzato da Vilfredo Pareto in poi, e anche nella sociologia politica della scuola italiana di circa un secolo fa oramai. Per far circolare le élite  bisogna avere un sufficiente ricambio dal basso. E questo ricambio dal basso oggi si esercita anche facendo pressione con i sistemi che sono stati giustamente messi in campo dal Movimento 5 Stelle. Dico queste cose da studioso, osservatore e cittadino, non da persona che fa politica in maniera diretta e attiva.

Cosa conta come numero quindi quel 4677, cioè i voti ottenuti da Stefano Rodotà in Internet per la sua candidatura a Presidente della Repubblica?

Una testa è una testa, conta e va rispettata. Se quella testa serve a muovere altre teste e quindi a far emergere la candidatura di un personaggio nobile, quella testa conta. Contano le 20.000 e più che hanno firmato la petizione pubblica per Rodotà e contano i 4677 iscritti al Movimento 5 Stelle che hanno votato Rodotà. Non è democrazia diretta. Io non penso si debba arrivare all’elezione del Presidente della Repubblica attraverso una espressione di volontà su Internet. Penso che quindi i sistemi democratici arriveranno al ricorso alle nuove tecnologie per gradi. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta congiunta. Questo è il sistema elettorale, poi, attraverso le tecnologie, è possibile far emergere una candidatura. E’ un diritto e le tecnologie abilitano questo diritto.

Livia Serlupi Crescenzi

Grillismo: cultura (televisiva) anti-potere e assolutiva

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di MARCO PIGLIACAMPO -

Il successo elettorale del Movimento 5 Stelle e l’ampio utilizzo che fa della Rete hanno portato i commentatori a raccontarlo come il partito del Web. Ciò, peraltro, ha rinforzato il cliché molto diffuso ma ben poco fondato secondo cui Tv e Rete debbano necessariamente rappresentare schemi culturali tanto differenti. Eppure gli argomenti per contestare una simile idea sono molti a ben guardare il movimento di Grillo, i cui sostenitori si muovono in internet ma hanno recepito i modelli della televisione, da cui peraltro proviene il loro leader.

Se l’ascesa politica di Berlusconi trovò terreno fertile in una cultura nazionale che la televisione italiana degli anni ‘80 aveva plasmato, oggi quella di Grillo trova perfetta accoglienza in modelli culturali più recenti e sofisticati, ma ugualmente forgiati alla fonderia della Tv commerciale. In particolare, trasmissioni televisive come “Striscia la notizia†e “Le iene†sono esempi eclatanti di un modo di fare Tv che negli ultimi vent’anni ha fatto scuola, influendo sui format, i linguaggi e i contenuti di gran parte della televisione italiana. Non a caso, proprio Striscia e Le Iene hanno messo alla berlina spesso gli stessi politici attaccati da Grillo. Non che esista un accordo, ma di certo c’è un “idem sentire”, manifestato in scelte linguistiche, estetiche, persino etiche, decisamente paragonabili.

Si tratta di programmi che hanno fatto dell’ibrido il loro marchio di fabbrica: dare notizie senza fare i notiziari, smascherare furfanti indossando maschere, denunciare problemi senza spiegarli, lanciare tiritere moraleggianti senza mai salire sul pulpito. L’abile mix di serio e faceto che giunge ai telespettatori segnala continuamente la propria diversità rispetto alla Tv “seriaâ€, quella dei notiziari ufficiali, anche quando l’inviato - con lo sturalavandini in testa - denuncia le peggiori porcherie. In questo modo ci si ritaglia una zona franca in cui non vigono le regole del buon giornalismo, la verifica delle fonti, il diritto di replica. Si tratta di mimetismo, capacità di camuffarsi per trarne vantaggio. E’ lo stesso metodo adottato da Grillo, che fa competizione politica senza mai vestire i panni del politico. Non che sia un atteggiamento del tutto nuovo, ma oggi Grillo riesce a sfruttarlo in modo estremo, ottenendone il massimo rendimento, sia per la personale capacità di giocare su piani differenti (non abbandona mai completamente la veste del ‘comico’, del giullare, libero per definizione di parlare senza freni) sia per la condizione attuale di un ‘pubblico’ fuorviato da vent’anni di messaggi televisivi ibridi ed efficaci.

Tutti i programmi tv che adottano “il modello di Striscia†provocano nei telespettatori sempre il medesimo dilemma: fidarsi o non fidarsi? Da un lato, lo spettatore sa bene che le informazioni che riceve non sono “ufficialiâ€, né confezionate in modo “normaleâ€, e sa pure che concorrono – insieme alle buffonate più evidenti – alla vera finalità della trasmissione: intrattenere il pubblico per somministrargli i soliti “messaggi promozionaliâ€. Tuttavia, dall’altro lato, ogni nuova rivelazione (anche poco importante) è benaccetta da uno spettatore che vede gli organi “ufficiali†non darne conto e sempre più si convince che questo modo irregolare sia l’unico possibile per raccontare la verità, visto che il Tg1 e il Tg5 (quindi “l’intero sistema dell’informazioneâ€) non hanno il coraggio di additare tutti i malfattori. Il messaggio che arriva allo spettatore è forte e chiaro, come la Tv parlasse: “la nostra reale vocazione è decisamente un’altra, ma in un contesto così brutale non possiamo fare a meno di denunciare tutte le porcherie, in un sistema dell’informazione così connivente con i potenti non possiamo che stare dalla parte della genteâ€. Ecco quindi che i clown si ergono a paladini dell’anti-sistema, solleticano il rancore popolare verso “i potenti†e scommettono sull’assoluzione da parte del pubblico per la forma adoperata: tutto è permesso a chi consente di accedere senza fatica ad un sapere superiore.

Risolto l’annoso dilemma “televisivo†con la scelta di fidarsi, milioni di elettori si son trovati pronti, ancor prima della discesa in campo del Movimento 5 Stelle, a seguire la stessa dinamica in campo politico, sciogliendo il dilemma iniziale in favore di un sostegno fideistico ad un paladino anti-sistema. Pienamente conscio di questa predisposizione, Grillo si è immediatamente posto come “anti-politico†e, in quanto “anti-sistemaâ€, come l’unico in grado di diffondere tutte le verità nascoste dalla politica alla gente comune. In questo senso, è da notare il superamento di Berlusconi, che si presentava come “non politico†e quindi, provenendo da “fuori dal sistemaâ€, era percepito da milioni di cittadini come l’unico in grado di capirli e di mettersi “dalla parte della genteâ€. Oggi, al contrario, Grillo reclama la gente a sé, a seguirlo nella battaglia verso un chimerico nemico comune. I sostenitori non temono di essere ingannati perché conoscono il gioco: chi ha votato Grillo sa benissimo che è un miliardario, che fa un merchandising sfrenato dei suoi prodotti, che usa la censura sul suo blog, eppure per loro Beppe rappresenta l’unica sponda che può opporsi al potere per dire la verità. Ed ecco che milioni di italiani risolvono il dilemma col medesimo “realismo†già applicato ai programmi ibridi della Tv commerciale: ne conoscono tutti i difetti, ma non possono che sostenerlo. Applicano anche qui “il paradigma dell’assoluzioneâ€, particolarmente pericoloso quando penetra nella sfera politica.

In tutto questo il Web ha un ruolo marginale, anche se è lì che il Movimento si organizza e prende forma: non è in rete che si costruisce il consenso popolare per il paladino, a confermarlo è sufficiente lo stesso risultato elettorale (8 milioni e mezzo di voti provengono evidentemente da tutte le età e strati sociali). Il Web è semmai il luogo dove si riverbera l’aggressività di una scelta fideistica, specialmente nelle polemiche con coloro che esprimono critiche (basta frequentare i principali social network per rendersene conto). La stessa figura di Grillo è coerente a un consenso raccolto “verticalmenteâ€, non certo costruito “orizzontalmenteâ€: è un leader populista e tradizionale, che attraversa lo stretto di Messina a nuoto e incentra tutta la campagna elettorale sui suoi comizi, rivelando l’ipocrisia delle chiacchiere sull’orizzontalità e sulla democrazia diretta. L’utilizzo programmatico e declamato del Web da parte di Grillo ha invece un ruolo fondamentale per sostenere l’immagine “anti-sistema†del movimento e del suo leader presso gli altri media, a cominciare da quello televisivo, l’unico in grado di raggiungere tutti gli elettori. Con una sensibilità mediatica nettamente superiore a quella dei politici regolari, Grillo ha capito che l’unico modo per stare tutti i giorni in televisione senza subirne la capacità corruttiva (della propria immagine) è muoversi “contro la televisioneâ€: nascondersi per apparire, insultare per farsi rispondere, scrivere il blog per ascoltarsi al tg. Ma il modo più elevato per apparire “anti-televisivo†è l’apologia della Rete come mezzo di comunicazione opposto alla Tv, come zona libera dai condizionamenti del potere e presunto veicolo di partecipazione diretta. Il Web per parlare alla tv.

Diceva McLuhan che “per farsi capire al giorno d’oggi bisogna parlare con due vociâ€. Grillo lo ha pienamente compreso e la sua comunicazione è estremamente efficace. L’indagine dei canali e dei modi che utilizza è particolarmente affascinante per chi si occupa di analisi dei media, ma anche inquietante, visto che delinea sempre più chiaramente una nuova forma di populismo, in cui la Rete è utilizzata come lusinga per attirare in un tranello assai meno nuovo, quello della “videocraziaâ€, che in forme più sofisticate continua ad affliggere la democrazia italiana.

Marco Pigliacampo

media2000@tin.it

Democrazia sempre più social D’Ambrosio: Twitter è audience

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di FORTUNATO PINTO -

L’engagement dei cittadini nella vita politica attraverso i social network è sempre più diffuso: questo è il dato che riporta il Pew Research  Center nell’ultimo studio sull’attività dei cittadini americani nel contesto politico che li circonda. Nei dodici mesi precedenti le interviste, riferisce il centro di ricerca, il 39% dei soggetti analizzati si è impegnato in attività politiche utilizzando i social media, sopratutto Facebook e Twitter. Nell’analisi effettuata sui cittadini americani nel 2012 rispetto ai dati del 2008, il 28% ha utilizzato questi siti di networking per condividere articoli o storie di vita politica, corrispondente al 17% in più rispetto allo stesso periodo di quattro anni prima. Infatti, nel 2008 solo l’11% degli iscritti ai social network condivideva contenuti politici e, inoltre, in quel anno il 13% degli utenti connessi online è entrato a far parte di una community virtuale di tipo politico mentre lo scorso anno era il 21%.

I cittadini che sono impegnati politicamente sui social network svolgono, inoltre, altri tipi di attività,  ad esempio il 68% di essi partecipa a comizi politici oppure invia lettere  - sia offline (53%) che online (60%) - a soggetti politici a loro vicini o, ancora, contribuisce economicamente a cause di interesse comunitario (20%). Risulta nello studio del Pew Research Center che l’83% degli attivi politicamente sui social network compie anche azioni al di fuori di questi in un continuum tra diversi mezzi e modalità di interazione. A tal proposito abbiamo intervistato la professoressa Maria D’Ambrosio, dell’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa, chiedendo il suo parere sul concetto di democrazia liquida e del diffuso utilizzo dei social network, soprattutto Twitter, per partecipare alla vita politica.

Secondo la prof. D’Ambrosio, Twitter è un ambiente che richiede una modalità di comunicazione dove sono necessari la brevità e la semplificazione. Costituisce una modalità che non può essere sostitutiva delle altre forme (e degli altri luoghi) della democrazia. Può essere cioè parte di una strategia più complessa (e certo non breve e non semplice) per attivare un dialogo, un confronto e una riflessione pubblica che coinvolge una comunità più o meno estesa nel processo decisionale di chi esercita il potere (per conto della comunità). “Stabilire la popolarità o l’impopolarità di una decisione, o farsi orientare dai contributi dei cinguettatori di Twitter, non credo sia un metodo partecipativo ma solo un modo per fare audience-consenso. La democrazia non può essere ridotta al consenso†sostiene la professoressa. E’, dunque, importante il dibattito, il confronto, il dialogo: da cui emergono le decisioni.

“Twitter non può ‘risolvere’ i problemi della democrazia, così come le votazioni in Parlamento non possono ridursi ad un sì o un no né tantomeno ad una logica da sondaggio, ma essere parte di un processo decisionale più complesso che parte dalla necessità di ciascun uomo politico di stare dentro le questioni su cui dovrà decidereâ€. In questo senso, secondo la prof. D’Ambrosio, la democrazia che sceglie e riconosce il Web come spazio sociale e Twitter come forma di comunicazione pubblica, riconosce il significato dei rituali e delle istituzioni che la società democratica si è data per rendere le scelte politiche un’azione sociale che investe cioè l’interesse collettivo e non individuale. “A partire dal Parlamento, considerato un ‘dispositivo’, una ‘macchina’, per l’esercizio democratico del potere decisionale fino ad altri dispositivi e luoghi della comunicazione come Twitter, c’è bisogno di chiedersi se sia legittimo l’uso che si fa di questi dispositivi. Chiedersi, cioè, se le finalità per le quali vengono usati rispondono e riguardano il ‘bene comune’â€.

Rispetto alla percezione dei cittadini relativa al contesto politico e al ruolo che può rivestire l’uso di Twitter, la prof. D’Ambrosio sostiene che gli utenti online costruiscono un loro immaginario sociale partecipando e osservando ciò che Twitter e altri spazi rendono visibile tenendo in considerazione però che la percezione che ciascuno spazio offre, dentro o fuori dal Web, è solo un punto di vista. “Essere cittadini vuol dire potersi muovere e partecipare di quanti più spazi pubblici possibili. Se il concetto di partecipazione è diventato così centrale per qualificare la democrazia, vuol dire che si sta rivendicando il senso politico, cioè pubblico, del potereâ€.

Fortunato Pinto

media2000@tin.it

Web2Society: menti condivise e strumenti open access

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di  VALERIO DAMIANO -

Web To Society, la conferenza che ha avuto luogo il 14 maggio presso l’università Lumsa di Roma, ha saputo rappresentare quella voglia di cambiamento e innovazione che spinge la maggior parte dei giovani italiani (e non) a cercare nel mondo della Rete uno strumento utile per innovare. I temi trattati sono stati il punto di forza dell’evento proprio a sottolineare come l’importanza del contenuto sia spesso il mezzo per arrivare a più persone.

Emanuele Toscano ha saputo trattare con estrema accuratezza il ruolo dei social media durante alcuni dei maggiori eventi degli ultimi anni. I casi più noti sono sicuramente la primavera araba e la rivolta giovanile di #OccupyWallStreet. L’importanza di Twitter secondo Toscano è stata essenziale ai movimenti proprio per il suo essere strumento di ribellione nei confronti del sistema. Esempi di questo sono sicuramente l’utilizzo di Youtube per organizzare gli incontri e il famoso caso dello “Speak to tweet”, mezzo attraverso cui i ribelli egiziani furono capaci di tweettare dopo la chiusura della rete nazionale da parte del regime. In pratica si sviava il problema della mancanza di internet attraverso dei messaggi lasciati in segreteria che venivano poi copiati in un tweet e inviati.

Di estrema attualità è stato Fabio Lalli dimostrando come i network siano sempre esistiti; le ferrovie, le autostrade e la tv sono solo alcuni esempi di questa capacità dell’uomo di saper collegarsi con gli altri. Di ovvi importanza è il mondo digitale che Lalli tende a non demonizzare proprio perché “non c’è relazione online che non abbia vita nell’offline”.

Simone Favarin ha focalizzato invece l’attenzione sulla progettazione visuale dando importanza anche alla psicologia che sta dietro alle scelte che ognuno di ognuno di noi fa ogni giorno. Per farlo ha utilizzato l’esempio delle startups e di internet per mostrare come unire il pensiero serva a semplificare i processi, una visione in contrasto con una logica geriarcale che frammenta le decisioni.

Di cultura  e tecnologia parla Maria Pia Rossignaud, direttrice di Media Duemila,  elementi che impregnano il nostro modo di vivere. Alla cultura interdiscliplinare è dedicato il 30° anno di vita della rivista. Media Deumila è nata nel 1983 e narra la storia dell’evoluzione del nostro Paese. Nel prossio numero cartaceo Media Duemila riporta un saggio di Roberto Saracco direttore dell’Eit ICT Lab di Trento dedicato alle reti del futuro: 2030,  lo smartphone scompare, la rete è cervello-cervello: “Stiamo andando verso un universo sempre più connesso - racconta Maria Pia Rossignaud -  la mente e l’oggetto diventeranno una cosa sola. Noi italiani siamo la culla dell’umanesimo, unendo scienza e arte arriveremo ad un nuovo risorgimento. Responsabilizzare i giovani affinché indirizzino i governi ad attuare un’agenda digitale che sappia ripensare le regole della società secondo nuove esigenze è determinate per risorgere”.

Derrick de Kerckhove usa il termine “Persona Digitale” per indicare l’insieme di dati che appartengono ad una persona fisica. Nello speech de Kerckhove mostra come sia facile ormai per qualsiasi persona essere rintracciata e analizzata attraverso la rete. Il professore si sofferma anche sul significato di ciò che scriviamo sui social networks citando le teorie di Freud per affermare che “la persona digitale è il prodotto dell’inconscio digitale”. Qual è quindi il ruolo della scuola dell’università in tutto questo? Secondo de Kerckhove la scuola deve assistere i bambini nel mondo moderno: gestire i loro profili online, insegnare a evitare i pericoli, donare le competenze tecniche e mostrare loro come comportarsi sul Web.

Molto interessante l’idea di Riccardo Esposito secondo la quale sarebbe utile per tutti i blogger utilizzare il contributo dei lettori per renderli parte del processo creativo e creare così una sorta di fidelizzazione che li porti ad affezionarsi al “prodotto” e a continuare a seguirlo nel suo divenire. Un esempio di questo è sicuramente il progetto “Open Blog”, una sorta di “work in progress” in cui i lettori hanno un ruolo attivo nella scrittura del post attraverso commenti in tempo reale.

Si è parlato anche di politica. Natàlia Garcia Carbajo ha mostrato infatti la rappresentazione dell’opinione publica nell’era digitale citando il caso di “Sucate” per mostrare come la maggiore visibilità dei politici su Twitter sia un’arma a doppio taglio. Molti infatti i comportamenti negativi che alcune autorità politiche hanno sul Web a dimostrazione del fatto che sia sempre più necessario un codice di comportamento sul web.

Piero Polidoro infine ha proposto un confronto tra i siti ufficiali e turistici del comune di Roma e quello di Barcellona, canali essenziali per mostrare la città all’estero e ai cittadini. La differenza del linguaggio, dei contenuti e delle strategie dei siti spagnoli mostrano una Barcellona aperta e dinamica a differenza di quelli nostrani che danno l’idea di un turismo un po’ troppo tradizionale e forse non consono al momento storico che stiamo vivendo.

Valerio Damiano
media2000@tin.it

Inchieste di Media Duemila / Web e Democrazia. Il parere di Vincenzo Vita: “Twitter è trasparenza”

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di MARIA PIA ROSSIGNAUD -

Democrazia Liquida, se ne parla sempre di più, il parere su un cambiamento teorizzato da Derrick de Kerckhove (leggi Blog) è di Vincenzo Vita già Sottosegretario del Ministero delle Comunicazioni, giornalista politico esperto di comunicazione.

“Spesso si dà un’enfasi sbagliata ad un determinato fenomeno. I tweet, come tutte le forme di comunicazione, sono strumenti e rappresentano certamente un’evoluzione, un passo avanti.  Non è corretto – spiega Vita – dare la colpa ai tweet per quanto si sta verificando oggiâ€.

Il moderno spaventa? “Piuttosto cercherei di evitare l’antica tradizione che è quella di demonizzare tutto quanto c’è di nuovo, inedito. In più – continua – il deficit di linea politica è una cosa ben diversa che va analizzata e presa nella giusta considerazione. Il tweet rende la discussione più trasparente, non può sostituire la partecipazione. In ogni caso è un argomento di cui si può discutere fino all’esaurimentoâ€. In rete si trovano i risultati delle Quirinarie sul web, in molti criticano i numeri per esempio raccolti da Rodotà (4677). “Propongo di analizzare il numero tenendo conto della tipologia di consultazione, certo su 50milioni 4mila sono pochi. Se però in una stanza ci sono 20 persone e 15 sono a favore di qualcuno o di qualcosa, è diverso. Se l’entrata è molto selettiva, la campionatura nel contesto ha un suo pesoâ€.

Maria Pia Rossignaud

media2000@tin.it

Per un presidente ‘nativo digitale’, ci tocca aspettare almeno vent’anni

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A termini di Costituzione, per salutare il primo presidente della Repubblica italiana ‘nativo digitale’ dovremo attendere ancora una ventina d’anni, poiché bisogna avere compiuto 50 anni per insediarsi al Quirinale. Ma, se va avanti così, altro che 2030 o giù di lì: dovremo –anzi, dovrete- attendere forse il 2050 e magari il 2060. I presidenti, infatti, ce li andiamo a prendere sempre più vecchi, quasi dovessimo compensare con la loro saggezza l’improvvisazione e l’approssimazione dei leader meno sperimentati.

Con la sua rielezione, Giorgio Napolitano, che già al primo colpo, nel 2006, non era un ragazzino, con i suoi 80 anni, batte il record di Sandro Pertini, che finora era il più anziano presidente eletto: era vicino agli 82 anni nel giugno 1978.

Fino a sabato 20, l’età media di elezione di un presidente italiano era 71 anni, con quel giovanotto di Francesco Cossiga, salito al Quirinale a soli 57 anni, ad abbassare la cifra. Dopo Cossiga, però, negli ultimi vent’anni e nelle ultime quattro elezioni, l’età media è stata nettamente più alta: Oscar Luigi Scalfaro 74 anni, Carlo Azeglio Ciampi 77, Napolitano 80 e 87, abbiamo una media che sfiora gli 80 anni.

E, allora, se si andasse avanti così, un ‘nativo digitale’ non entrerebbe al Quirinale prima del 2060. E, nel frattempo, chissà quali e quante diavolerie saranno state escogitate, per fare sentire pure loro, i ‘nativi digitali’, dei ‘matusa’ –termine che, di per sé, mi colloca fra quelli che erano giovani nell’arco di tempo compreso tra Mary Quant e gli ‘indiani metropolitani’-.

E’ un handicap?, quello di attendere a lungo un presidente più a suo agio su Twitter che al telefono? Fino a un certo punto, perché, a ben vedere –e lo abbiamo appena visto, in questi ultimi concitati giorni-, tecnologie dell’informazione e social media ci azzeccano abbastanza poco con l’elezione del capo dello Stato: tutto avviene all’interno di un gruppo ristretto, quello dei Grandi Elettori, dove la comunicazione diretta viene ancora meglio di quella online.

I social media possono piuttosto servire a dare la temperatura delle reazioni dell’opinione pubblica, almeno quella tecnologicamente evoluta, alle decisioni in fieri. Sempre con un margine di errore: se il flop della candidatura di Franco Marini appariva quasi scontato dal traffico che scorreva sui mio account Twitter tra giovedì sera e venerdì mattina, quello della candidatura di Romano Prodi lo era molto di meno 24 ore più tardi.

Certo, però, che ciascuno dovrebbe tarare la propria comunità di followers, per farne uno strumento di previsione affidabile. Se no, s’intrecciano e si confondono preferenze e previsioni. E, alla fine, ci s’incarta: proprio come avvenuto alla leadership del Pd. Ma, per carità, non diamo la colpa a Twitter.

Privacy, marketing aziendale e social media: novità normative

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Sistemi Uno (società capogruppo di Sistemi Torino, da più di 25 anni sul mercato dell’Informatica e delle Comunicazioni) ha organizzato, il 27 febbraio 2013, in collaborazione con ICT Legal Consulting un corso di formazione Privacy specifico sui nuovi strumenti di Marketing e Comunicazione: i Social Media.

L’utilizzo di nuovi strumenti per la promozione di prodotti e servizi quali i Social Media come Linkedin o Facebook e la diffusione di tecnologie per la comunicazione particolarmente evolute quali i tablet o gli smartphone, pongono alle aziende problematiche nuove relative alla protezione dei dati. Obiettivo del corso è inquadrare in modo puntuale questi aspetti e fornire le linee guida utili alla loro gestione.

Il corso si rivolge ai Responsabili Privacy, Legali, Marketing, Comunicazione, Personale.

MERCOLEDÌ 27 FEBBRAIO 2013
Sala Incontri Hotel Holiday Inn – TORINO, p.zza Massaua 21
orario: 10.00 – 13.00 / 14.00 – 17.00

I docenti sono figure particolarmente qualificate:
Avv. Luca Bolognini (Presidente Istituto Italiano Privacy, Socio Fondatore ICT Legal Consulting - Studio Legale Balboni Bolognini & Partners)
Avv. Paolo Balboni (Direttore European Privacy Association, Socio Fondatore ICT Legal Consulting - Studio Legale Balboni Bolognini & Partners)
Dott. Luca Leone (Responsabile Servizi Privacy Sistemi Uno S.r.l. – gruppo Sistemi Torino) INFORMAZIONI

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Tina Quarto: “Internet a sostegno della democrazia, senza trascurare le ambiguità. Think pink & green”

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Una donna come tante che ha accettato di misurarsi con l’ambiente politico (in questo caso il Pd Campania) perché crede che la società civile può cambiare le regole, può riportare le azioni in un contesto di collaborazione attiva e costante fra palazzo e cittadini. Sociologa, esperta di formazione in ambito pubblico, lavora e vive a Napoli, racconta a Media Duemila la sua visione del mondo digitale, della Rete fondamentale per il movimento “Se non ora quando†e per ogni campagna elettorale.  Il suo motto think pink and green, 50 a 50 il rapporto fra uomini e donne in parlamento.

Italia, meridione. Quanto contano Facebook e Twitter nella corsa alle elezioni?

La Rete è uno strumento fondamentale, e lo sta diventando sempre di più – a dispetto di un ritardo iniziale – anche nelle regioni meridionali. Facendo riferimento alla mia esperienza personale, fare networking tra le donne è stato decisivo per l’organizzazione e il successo di un movimento come “Se non ora quando†in Italia. All’estero penso alla primavera araba del 2011.
In campagna elettorale è uno strumento utilissimo, di grande democrazia anche per l’accesso diretto alle fonti informative ma non può essere l’unico. Certo, la Tv è inflazionata, ma in Italia conta ancora tanto, pur con tutte le sue ambiguità. Ambiguità che però presenta per certi aspetti anche la rete. Penso a Facebook (e in misura minore a Twitter) che può essere uno strumento nient’affatto neutrale e presentare alcune criticità: a volte è difficile un confronto effettivo e può essere facilmente usato per costruire polemiche ad hoc. Come per tutti i media ma per la Rete, ancor di più,  è importante lavorare sulla formazione e sull’accesso, e soprattutto sul suo uso consapevole e critico. Sottolineo che per le donne è uno strumento formidabile.

Quali sono i punti salienti del suo programma?

Sono due, fondamentalmente. Per dirli nel modo più diretto: think pink and green .
Sono una convinta sostenitrice della democrazia paritaria: sempre più donne nelle istituzioni e nel governo, con l’obiettivo di un rapporto 50 a 50 con gli uomini. Siamo ancora agli inizi, pur limitando il confronto agli altri paesi europei, ma è un processo avviato per fortuna anche da noi. E necessario: la nostra democrazia è incompiuta se non c’è parità di genere nei luoghi decisionali (e non solo nell’accesso e non solo in politica). Non si tratta più solo di una questione di diritti ma dell’effettiva partecipazione delle donne alla costruzione di un Paese e di un futuro migliore per tutti.
Per quanto riguarda l’ambiente, propongo politiche di sostegno alla Green Economy e alla Blue Economy. Si tratta di politiche del lavoro e dell’occupazione, che possono favorire l’inserimento nell’economia produttiva anche di coloro che oggi ne sono esclusi: giovani e donne, una risposta concreta alla crescita di cui tanto si parla. Personalmente preferirei parlare di sviluppo sostenibile, un concetto ben più ricco e complesso, dove la qualità è un indicatore fondamentale del benessere,  non solo economico, duraturo per il futuro. Ovviamente questo approccio, che definirei culturale, è finalizzato anche alla messa in sicurezza del territorio e del patrimonio naturalistico italiano, della cui fragilità e del cui bisogno di tutela e salvaguardia ci ricordiamo solo in occasione delle catastrofi e delle ormai frequenti emergenze, che costano in termini sociali ed economici molto più di quanto non costerebbe la prevenzione.

A ogni elezione, ti riscopro l’America: Internet, Twitter, i social media

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Ecco!, ci risiamo. E’ dagli Anni Novanta, beh diciamo dalla metà degli Anni Novanta, che, ad ogni elezione, i guru della comunicazione ci spiegano che questa volta è tutto diverso, che la campagna sarà un’altra cosa, perché adesso c’è –turno a turno- Internet, il web, il 2.0, i social network.

E, poi, puntualmente, i leader, una volta adempiuto il loro dovere di presenza mediatica sulle nuove frontiere della comunicazione politica, eccoli addensarsi su tutte le Tv possibili, di servizio pubblico e private, all news e puro entertainement, in chiaro e a pagamento, nazionali e locali. Nessuno che denunci la colonizzazione del web da parte dell’altro; e tutti a contarsi i minuti delle presenze in video.

Intendiamoci. Non è un fenomeno italiano, ma vale ovunque in Occidente e non solo. Lo abbiamo visto, e pure raccontato in questi appunti, l’anno scorso negli Stati Uniti: Usa 2012, la campagna più social network di tutti i tempi –e ti credo: prima, Twitter quasi non c’era e Facebook era solo un luogo simbolo di confidenze adolescenziali-, s’è accesa ed è divenuta incerta al primo dibattito televisivo fra i due principali contendenti. Romney perdeva con Obama tutti i duelli a colpi di tweet ed aveva la metà dei followers –per altro, pure fasulli-, ma gli è bastato vincere un match televisivo per rimettere il risultato in forse.

E se Obama con internet e i tweet è a suo agio i personaggi di casa nostra, poi, paiono, e spesso sono, a disagio con le nuove frontiere della comunicazione politica. Se il loro primo ‘cinguettio’ ufficiale viene annunciato con un enfasi che uno potrebbe credere riservata  a quelli di Benedetto XVI, poi il flusso si perde o è affidato a ‘replicanti’ . E – ancora - prendete poi la pubblicazione sul web della subito mitica Agenda Monti: difficile trovare, su tutta la rete, un documento presentato in modo altrettanto piatto. Simile in tutto e per tutto a un testo di un Professore, o a un documento dei federalisti, che sono parenti prossimi dei volantini Anni Settanta – non per i contenuti, per carità, ma per l’aspetto grafico assolutamente scoraggiante-.

Strano, per certi versi, perché questi nostri politici impacciati con i social media si sono, invece, adattati benissimo alle esigenze televisive dei ‘sound bites’, le battute ‘mordi e fuggi’: una frase che magari non vuole dire nulla di preciso, ma è efficace e, se possibile, graffiante e polemica – meglio se chiaramente indirizzata contro qualcuno, per altro senza nominarlo-. I nostri Tg ne sono già pieni d’abitudine, ne diventano addirittura zeppi in tempi di campagna: c’è tutta una scenografia dietro, chi li preferisce davanti a una libreria, chi in strada sul portone di casa, chi al parco.

Ecco, quando i nostri leader, o aspiranti tali, metteranno la stessa cura a studiare un tweet che un ‘sound bite’, vorrà dire che la loro campagna è davvero un’altra cosa. Ma, allora, magari, la tecnologia si sarà già inventata qualche altra frontiera e tweet e social network saranno diventati cimiteri degli elefanti.

La privacy al tempo del Graph Search. Google è antico?

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di FORTUNATO PINTO -

Durante la scorsa settimana Facebook ha introdotto due  nuovi servizi: il Graph Search e le chiamate tramite app con gli iPhone Apple, entrambi piuttosto prevedibili e già annunciati dall’Ad Mark Zuckerberg lo scorso autunno durante un’intervista per TechCrunch. La società fondata a Menlo Park si sta impegnando per allargarsi sempre di più e minare il territorio a chi ancora oggi possiede il primo posto online, Google.

I motivi che hanno spinto i cinquanta ingegneri (tra cui anche gli ex googoliani Lars Rasmussen e Tom Stocky) a creare un prodotto che potesse competere proprio con Big G è spiegato da Anna Masera che, nel suo blog de La Stampa, riporta una perdita di contatti attivi sul Facebook e << la speranza probabilmente di trattenere dentro le mura del social network proprietario quel miliardo di utenti promettente per gli introiti pubblicitari, che attualmente escono sul Web almeno per le ricerche>>.
Facebook però attacca tutti, e non risparmia nessuno, con il Graph Search, lo strumento di ricerca semantico che non si limita a rendere disponibili contenuti dalla Rete ma produce i risultati della sua ricerca tramite i collegamenti con le persone che compongono la rete sociale di ogni iscritto al social network. Una banca dati incredibilmente grande con contenuti quali foto, video, e tanto altro, che gli utenti iscritti potranno utilizzare per rispondere alle richieste più diverse.

Si è parlato fin da subito del Graph Search come un avversario di Google, in realtà questo strumento sarà un avversario per i siti che rispondono alle più semplici domande che gli internauti fanno: LinkedIn, Yelp, Tripadvisor, come tutti i servizi locali e settoriali dovranno vedersela con i risultati di ricerca apparsi sul social network di Zuckerberg. Google, come riportato anche dalla Masera, dovrà competere - come già oggi succede - con il motore di ricerca Bing. Questo servizio infatti verrà ancor di più integrato su Facebook e nei risultati di ricerca avrà una colonna dedicata che aiuterà l’utente a completare la sua richiesta, da ciò, chi si occupa di SEO investirà nel servizio di Microsoft e il problema maggiore di Mountain View sarà, dunque, quello di riuscire a rispondere allo stesso modo al di fuori di questa rete da un miliardo di utenti, migliorando il suo social network Google+, per non perdere non solo visitatori ma anche il guadagno ricavato grazie ad Adwords.

Non sono mancate le questioni riguardanti la privacy, nonostante l’Ad Zuckerberg abbia dichiarato che i risultati comprenderanno solo i dati che gli utenti rendono pubblici ai propri amici o a tutti. In effetti la riservatezza delle relazioni online e offline potrà essere minata dallo stesso comportamento degli utenti che condivideranno le loro posizioni online e i loro gusti. Come riportato sul blog Mashable, è abitudine di tutti ormai utilizzare Four Square oppure Instagram condividendo tante informazioni che possono sembrare inutili nell’attimo della condivisione ma che saranno prima utili agli amici che cercheranno informazioni e poi, quando Graph Search sarà strutturato per gli introiti economici,  utili ma soprattutto profittevoli per le aziende.

Il servizio di chiamate tramite app non è di certo in una novità tra le applicazioni del “melafoninoâ€, le già conosciute Viber oppure Tango permettono da sempre di effettuare questo tipo di utilizzo, ciò che cambia in questo caso è la possibilità di connettersi con gli amici in un ulteriore modo, fin ora non presente nel “pacchetto†di Facebook, che sempre più arricchisce i dispositivi mobili di funzioni utili al cliente (come la fotografia e la messaggistica) ma, per ammissione stessa di Zuckerberg, non è intenzionata a produrre un telefono proprietario. Almeno in questo territorio Facebook non è ancora pronta ad affrontare Google e il suo sistema operativo Android, nulla toglie però che presto sarà fatto.

Fortunato Pinto

media2000@tin.it