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Kodak in bancarotta: termina il monopolio lungo un secolo

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di FORTUNATO PINTO -

Ad ogni industria tecnologica è facile associare un’azienda: se dici Personal Computer pensi Windows, se dici Audio pensi Bose, se dici smartphone (o tablet) dici Apple, se dici fotografia pensi Kodak. Ma cosa accade quando l’azienda fallisce e nonostante tutto l’industria continua a vivere? Ecco il caso Kodak.

La Kodak è nata nel 1888, quando il genio di George Eastman creò il primo dispositivo portatile che permetteva anche ai non professionisti di immortalare gli attimi della loro vita. “Voi premete il pulsante e noi facciamo il resto†questo il motto dell’azienda newyorchese che per oltre 120 anni ha arricchito gli album fotografici di cinque generazioni. L’impresa di Eastman ha resistito per tutto questo tempo fintato che l’analogico ha dovuto cedere il passo al digitale, da quando lo scatto e l’impressione su pellicola sono diventati sempre più attività di professionisti e pochi amanti della fotografia. L’amatoriale, ciò che ha reso la Kodak il brand simbolo di un mezzo quale la fotografia, si è trasferito su altri dispositivi: prima sulle fotocamere digitali e oggi ancor di più sugli smartphone.

E’ notizia del 19 gennaio 2012 che la Kodak, la parte statunitense dell’azienda, ha dichiarato bancarotta con la richiesta dell’amministrazione controllata attuando l’applicazione del cosiddetto Chapter 11 del diritto fallimentare US. Con questa procedura l’azienda cercherà di raccogliere il maggior numero di introiti vendendo i suoi brevetti per mantenere in vita la produzione industriale, che d’altronde dal febbraio 2012 è stata ristretta alla sola fabbricazione di stampanti. Nonostante questo, l’azienda deve rispondere all’accusa da parte di Apple di aver utilizzato dei brevetti senza pagarne la concessione. Il Chapter 11 per ora  assicura il superamento di questo ostacolo bloccando ogni pressione da parte dei creditori ma non è detto che la Apple non ritornerà alla ribalta per far valere i suoi diritti.

Molti i motivi che hanno dato fine alla Kodak, per come siamo abituati a conoscerla, sia in materia socio-tecnologia sia amministrativa. Nell’ultimo decennio l’impresa fondata da Eastman ha scommesso poco, o quasi nulla, sulle innovazioni lasciando campo libero agli altri. La paura di cannibalizzare i propri prodotti ha reso la Kodak più debole rispetto alle altre case produttrici e fondamentalmente fuori dal mercato. Negli anni ‘70 e ‘80 la Kodak si distingueva per le sue innovazioni, si inserì anche essa nel campo delle foto istantanee ma nel 1986 dovette rinunciarci dopo aver perso una causa sui brevetti contro la Polaroid, altro marchio simbolo della fotografia analogica che oggi stenta a vivere surclassato da applicazioni per sistemi operativi Apple e Android quali Instagram e Hipstamatic, che creano effetti retrò ricordando le vecchie istantanee mantenendo un’ottima qualità ma soprattutto essendo digitali. Instagram ancor più di Hipstamatic è stato un successo senza pari nel 2011. Nominata come miglior app dalla stessa Apple, è il risultato dell’unione tra il photo-sharing e i social networking. Oggi milioni di utenti aggiornano i propri profili con foto dal sapore antico in 4 semplici passi: scatta, modifica, aggiungi didascalia e condividi.

easyshare-one

Negli ultimi venti anni, però, la Kodak non ha saputo rispondere alle esigenze dei consumatori, non li ha ascoltati. Ha perso tre opportunità che oggi le avrebbero fatto evitare la bancarotta. In primo luogo avrebbe dovuto incrementare la produzione delle fotocamere digitali: ha rinunciato ad un mercato in forte sviluppo favorendo indirettamente la crescita di aziende quali Nikon, Canon e Fujifilm, oggi leader a livello mondiale. Ha poi accantonato il photo-sharing. Il primo modello di fotocamera digitale capace di condividere foto via WiFi è proprio Kodak, la EasyShare One prodotta nel 2005 ma presto ritirata dal mercato. La Kodak non ha saputo neppur rispondere ai nuovi mercati su smartphone producendo un’applicazione proprietaria che riprendesse le caratteristiche delle sue pellicole, probabilmente perché non è stato possibile costruire un’associazione di idee che ricordassero i pregi dei rullini utilizzati dal mondo intero nel ventesimo  secolo. Ultima opportunità mancata è la riproduzione su digitale o carta stampata delle fotografie. Kodak non è riuscita ad imporsi nel mercato, i suoi prodotti (cornici digitali e stampanti) non sono risultati all’altezza dei prodotti di altre marche quali Sony e HP. Inoltre la fotografia digitale stampata è sempre più abitudine di pochi, la maggior parte di noi è solito caricare le  foto sui propri computer e principalmente condividerle tramite Flickr e Facebook.

L’industria della fotografia è cambiata radicalmente e l’uscita di scena dell’azienda che per anni ha monopolizzato un mercato internazionale è sintomo di una radicale trasformazione dell’industria stessa. L’analogico, almeno in questo campo, ha ceduto il passo: il digitale è riuscito a rendere obsoleto un mezzo che sin dalla sua nascita ha modificato il modo di guardare ed analizzare il mondo. La Kodak, o meglio, le pellicole Kodak diventeranno  nell’immaginario collettivo un prodotto oggi inutilizzabile ma che ha attraversato e immortalato il secolo scorso regalando infinite tracce del passato che difficilmente dimenticheremo.I rullini Kodak sono il contenuto più bello delle nostre scatole dei ricordi ma soprattutto sono le opere d’arte che fotografi come Peter Guttman e Steve McCurry ci hanno regalato. A McCurry è toccato l’onore di utilizzare l’ultima pellicola Kodachrome, la sua mostra (a Roma fino al 29 aprile) è il simbolo della fine di un’era industriale e inizio di un’era unicamente artistica.

steve_mccurry

Per approfondire abbiamo chiesto ai fan della pagina ufficiale di Media Duemila se utilizzassero il proprio telefono cellulare come fotocamera e, a conferma della tendenza mondiale, il 75% degli intervistati  ha detto che usa il suo smartphone per fotografare. Per leggere i risultati e partecipare al sondaggio cliccare qui.

Fortunato Pinto

media2000@tin.it

100 click 4 Change: in mostra anche l’iPhoneography

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di ANTONIO AMENDOLA

Grande successo a Roma per 100 click 4 Change, la mostra a cura di pianoBI che ha proposto in 100 scatti i primi due anni di vita del network internazionale di fotografi sociali Shoot 4 Change. Dal 16 al 30 settembre, il celebre Palazzo Valentini ha fatto da prima tappa a un’esposizione che intende essere itinerante, coinvolgendo altre città in Italia e all’estero  dando spazio man mano alle opere di tutti i fotografi del network.

Per ridare visibilità a storie di bisogno sociale sottovalutate dall’informazione mainstream, in mostra anche scatti fatti con gli smartphone. Perché quando la fotografia era agli albori, c’era un rituale di posa e scatto, di esercizi di laboratorio che conferivano un carattere unico all’immagine prodotta. Con l’avvento delle fotocamere digitali abbiamo ora a disposizione strumenti e dispositivi che, per molti versi, hanno via via indebolito questa sensazione di unicità. E l‘iPhoneography, l’arte di scattare fotografie con un iPhone (e in generale con tutti gli smartphone), ha probabilmente restituito questa sensazione di ‘unicità’, rendendola ancora possibile. Forse è solo una modesta illusione, forse bisognerebbe indagare in profondità, ma è certo che sta nascendo un nuovo linguaggio fotografico che Shoot 4 Change evidenzia con alcuni esperimenti.

Il progetto GRZ Lampedusa, ad esempio, in occasione dei primi sbarchi di profughi dalla Tunisia nel febbraio 2011. Oppure il lavoro di Stefano Pesarelli, che propone Africa through iPhone, un ampio progetto che amalgama la realtà e le storie di un continente con questo nuovo modo di fare fotografia.

La verità, come scrive Riccardo Luna nell’introduzione del catalogo della mostra, è che non abbiamo mai scattato tante foto e non ne abbiamo mai condivise così tante. La rivoluzione digitale ha messo in crisi i giornali, ha invecchiato di un secolo la tv, ma sembra aver dato nuova linfa alla fotografia: oggi non è uno slogan affermare che siamo tutti fotografi. Grazie agli smartphone abbiamo un’ottima macchina fotografica sempre in tasca, cosa che prima non accadeva nemmeno ai professionisti. E grazie alle applicazioni sempre più evolute, possiamo aggiungere effetti speciali e fare ritocchi davvero in un click. Grazie alla rete, infine, possiamo fare vedere i nostri scatti a tutto il mondo. Subito. Una volta c’era Flickr e naturalmente c’è ancora. Ma ormai è Facebook la più grande banca dati fotografica del pianeta, con oltre 100 miliardi di immagini caricate, mentre il ‘fenomeno’ Instagram ha superato 150 milioni di immagini scattate soltanto con iPhone.

Quelle foto ci raccontano il mondo che cambia in tempo reale e quello che vogliamo vedere di quel mondo: gatti, feste, amici, cibo, fidanzata. Oppure si può usare questo strumento potentissimo per aiutare una persona dimenticata, denunciare un’ingiustizia, celebrare una rivoluzione in corso.
Dipende da noi. E il merito di Shoot 4 Change è proprio questo: aver capito che anche con una foto è possibile cambiare il mondo e che tante foto condivise in rete possono renderlo un posto migliore.

Una volta quest’onere spettava solo ai fotografi professionisti. Oggi no, oggi i fotoreporter continuano a svolgere un ruolo fondamentale ma teoricamente siamo tutti fotografi. Lo strumento per raccontare una storia ce lo abbiamo in tasca e il resto lo fanno i nostri occhi e il nostro cuore. Anche grazie a questo nuovo modo di intendere la fotografia, Shoot 4 Change intende proporrre una riflessione sulla crowdphotography, la fotografia di folla: numerosi fotografi che pur non conoscendosi fotografano sfumature diverse dello stesso evento (Marcia mondiale per la Pace, Liberi Nantes, Mondiali Antirazzisti), collaborando inconsapevolmente per scrivere un unico racconto.

Ogni macchina fotografica che si aggiunge al mosaico offre una prospettiva diversa, magari impercettibile ma fondamentale e necessaria se si vuole dare completezza al racconto. La crowdphotography, intesa come storytelling collettivo, è soprattutto virale e contagiosa nonchè occasione per i tanti volontari che aderiscono a Shoot 4 Change di entrare fisicamente nelle storie da raccontare e di farlo insieme agli altri.

Antonio Amendola

Stefano Pesarelli - Africa through iPhone

Yelenia Posniak -Marcia Mondiale per la Pace, New York

Il punto di vista dei Nati Digitali

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Questi social network, regalo dell’elettricità all’organizzazione sociale dell’uomo, permettono una comunicazione senza tempo o impedimenti dovuti alla distanza e soprattutto non condizionata dai rapporti faccia a faccia. Inoltre crescono esponenzialmente e globalmente intrecciando sentimenti di appartenenza e scambi di dati in tutto il pianeta, generano nuovi tipi di emozioni, nuovi generi di legami. Le tecnologie sociali stanno portando ad una era di grande complessità creata spontaneamente dai “Nati Digitaliâ€, ragazzi dell’età dei miei studenti. Chi meglio di loro, nati praticamente con i social network (prima c’erano gli sms) può dirci a che servono e perché sono tanto amate queste piazze virtuali? E allora ho chiesto proprio ad alcuni di loro, studenti del mio corso di Metodi e Analisi delle Fonti in Rete della Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi Federico II di Napoli di darci un’opinione, ma soprattutto di parlare delle loro esperienze, del loro approccio e di come vivono e usano le reti sociali. Così ho intervistato: Fabio Catalano, Nicola Napoletano, Fortunato Pinto, Giuseppe Volpe.

DDK: Quali sono i social network principali per i giovani, dai bambini agli studenti dell’Università?

Fabio Catalano: I social network per i giovani, i bambini potrebbero identificarsi come le piazze o i bar sotto casa di alcuni anni fa, con una differenza: se la comitiva non ti stava bene dovevi cambiare bar oppure rimanere da solo con le tue idee. Oggi basta cambiare gruppo o andare sul social network adatto. Io riesco ad alimentare le mie passioni per la fotografia grazie a Flickr, la mia creatività grazie a Behance Network. Posso anche trovare lavoro senza mandare nessun CV. I social network sono una possibilità, un insieme di opportunità che possono essere accolte solo da coloro che parlano lo stesso linguaggio delle reti sociali on line.

Nicola Napoletano: Nel corso della mia esperienza ho individuato, soprattutto tra gli adolescenti, un utilizzo improntato essenzialmente all’intrattenimento “puroâ€. Succede che molti giovani ci vadano non per condividere idee e interessi, ma spesso per “perdere tempoâ€.

DDK: Quali sono i più frequentati, per dire cosa e cosa fare?

Fortunato Pinto: Primo fra tutti Facebook che dopo aver spodestato MySpace in America e Europa si allarga sempre di più. Resistono nei paesi arabi e nell’estremo oriente social network sconosciuti agli occidentali, con leadership nazionale. In Cina, a causa dei divieti dell’instant messaging, “QQ†della Tencent mantiene il dominio con più di 800 milioni di utenti iscritti e circa 300 milioni collegati al mese. In Russia, Ucraina e Bielorussia V-kontakte è il più utilizzato con 39 milioni di utenti, primeggia nei siti più visitati al mondo piazzandosi al 25esimo posto ed in termini di visite e trasferimento dati il primo in tutta Europa, chiamato anche Facebook-clone mantiene il suo posto allargandosi agli stati confinanti. Nell’America Latina Hi5 e Orkut di Google, forte anche in India, sono i più frequentati. Ultimo arrivato, ma non per utilizzo, Twitter che si fa strada nel mondo e sta cambiando il modo di concepire il giornalismo. Quasi quasi mi fa pensare alle notizie Ansa.

Fabio Catalano. L’imbattuto a livello di utenza oggi come oggi è sicuramente Facebook, lo definisco una vetrina, un posto dove esporre della merce e in questo caso la merce esposta è la nostra identità. A differenza del passato però FB non mostra un avatar puramente virtuale (un’alterazione del proprio io) bensì per la prima volta viene mostrata un’identità puramente reale quella che in Second Life chiamerebbero “real lifeâ€. Credo che su Facebook appartenere ad un gruppo, aggiungere tra le amicizie una persona che nemmeno conosco ma forse rispetto, sia un gesto per definire e far conoscere la propria sfera culturale, ma non è quello che preferisco. Ne esistono di meno frequentati ma con obiettivi più definiti come Jamendo che ogni giorno promuove centinaia di artisti; opensourcecinema.org che permette di creare film direttamente on line; Flickr, Behance, YouTube aiutano nella ricerca creativa e nei contatti lavorativi; zoompa.it, logotournament.com, threadless.com mi permettono di trovare lavoro e migliorare le mie capacità creative.

Beppe Volpe: I giovani li utilizzano per mantenere vive le proprie relazioni e per crearne delle nuove, perchè sono veloci, perchè si confanno splendidamente al nuovo tipo di società che stiamo vivendo con la postmodernità. Inoltre sono diventati una vera e propria moda. Essere su FB per esempio è “coolâ€, mentre chi non c’è è come se venisse tagliato fuori dal mondo, è “outâ€.

DDK: In quali casi si rivelano utili ed in quali sono decisamente dannosi?

Beppe Volpe: Legalmente alcuni social network, pongono come limite di età i 14 anni, tuttavia molte persone anche di età minore li utilizzano ugualmente creando account fittizzi.

Fabio Catalano: sono utili/dannosi allo stesso modo di una strada, di una piazza. Io scendo e posso essere rapinato, ma nella stessa strada il giorno dopo potrei anche incontrare l’amore della mia vita.

Fortunato Pinto: Proprio un mese fa una mia amica condivise un gruppo che recitava: “diamo così il benvenuto agli immigrati†ed era allegata un’immagine con un uomo con un lancia fiamme rivolto contro un gruppo di rom (sicuramente un fotomontaggio) ma di certo violento. Per questo gruppo ho fatto una denuncia, non rispettava i diritti dell’uomo.

Nicola Napoletano: In generale, i SN inducono soprattutto i ragazzi a cercare relazioni provvisorie, poco durevoli, dove la quantità degli amici diventa molto più importante della qualità. I ragazzi vengono spronati ad avere più amici possibili, a collezionarli come fossero beni di consumo. Un’altra problematica è lo sfruttamento commerciale di questi luoghi virtuali. Molti ragazzi che si espongono di continuo su Facebook e Twitter non vedono la differenza tra pubblicizzare se stessi ed essere bersaglio di pubblicità. In generale, l’adolescente che naviga in questi “luoghi†ha le difese abbassate nei confronti di qualsiasi messaggio, commerciale incluso. Inoltre le foto, i video pubblicati in grandi quantità sono file pesanti che occupano spazio su hard disk e server e consumano banda, solo attraverso un incremento dei servizi a pagamento e dei ricavi pubblicitari in futuro questi luoghi di incontro diventeranno real business.

Beppe Volpe: Sicuramente una cosa non positiva è la questione privacy; si confonde sempre di più la linea tra il privato ed il pubblico.

Nicola Napoletano: Tra i pregi indiscutibili delle nuove modalità di comunicazione espresse dai SN, troviamo la possibilità di superare le barriere spazio-temporali. La nascita di una “piazza virtuale†permette di sopperire alla cronica mancanza di spazi pubblici e sociali. La possibilità di trovare delle risposte autonome ai propri bisogni, selezionando e incrociando le voci provenienti dalla community, si dimostra un’attività molto più coinvolgente rispetto alle relazioni che si instaurano in base ai criteri di autorità (insegnanti, parenti,ecc…) o ai vincoli geografici (per esempio, le relazioni “quasi obbligate†che coinvolgono i membri di piccole comunità).

DDK: La problematica dell’identità del giovane sulla rete sociale

Beppe Volpe: Prima di FB le persone si iscrivevano ai servizi e ai forum con dei nomi fittizi, con FB le cose cambiano: i dati sono reali. Questo passaggio è molto importante; le persone si “ri-appropriano†della loro identità.

Nicola Napoletano: Giocare con la propria identità, vivere rapporti esclusivamente virtuali durante la crescita, può compromettere lo sviluppo di una struttura psichica forte ed autonoma.

DDK: Twitter, Facebook, solo una moda passeggera?

Beppe Volpe: Non credo alla moda passeggera, sono un mezzo, uno strumento o qualcosa con cui svagarsi. È innegabile che noi proviamo delle emozioni quando parliamo tramite FB, o quando ci iscriviamo ad un gruppo o ancora quando attraverso un’applicazione virtuale, che ci permette di formare un nostro alter ego, compiamo delle azioni. Alcuni dicono che i SN tengono lontane le persone dai “legami realiâ€, io non credo. Alcuni vietano di utilizzare Facebook durante gli orari lavorativi; altri lo disprezzano perchè tiene le persone “incollate davanti al PC†e questo nuoce alle relazioni sociali… L’unico modo per riuscire a capire il significato di questi mutamenti (sociali) non è quello di rifiutare a priori senza capire, ma è proprio quello di cercare di capire, di studiare e meditare per arrivare ad essere cittadini coscienti ed attivi del mondo che ci circonda.

Nicola Napoletano: Ovviamente, per un’analisi accurata, non possiamo trascurare le peculiarità del mezzo che, se da un lato consentono un’apertura della discussione e della socializzazione a dei livelli potenzialmente planetari, dall’altro favoriscono l’insorgere di dibattiti e contatti evanescenti, liquidi. Di conseguenza, mi permetterei di escludere a priori la scomparsa di una comunicazione personale, diretta, come forma più elevata di interazione in grado di produrre cultura come valore. Una comunicazione off line, in generale, rimane la base su cui poter instaurare una fruttuosa comunicazione on line.

de Kerckhove: Sentimenti reali in mondi virtuali

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La ragione, caro Giampiero, è semplice: odio Facebook e non ci vado salvo sotto la minaccia delle baionette. Ho lì 1815 “amici†(tra di loro un sacco di ex-studenti, carini, certo, ma conosciuti appena, allora…) e ancora 530 che me la richiedono, e in più 34 raccomandati in attesa del mio click. Lo sai che non si possono mantenere relazioni veramente umane con più di 150 persone a qualche “tranche de vie†che ci troviamo? Le cose che non sopporto sono due. La prima è personale. Non vedo perché devo concedere amicizia a quelli che non si danno neanche la pena di scrivermi un piccolo messaggio per presentarsi. Pigrizia generazionale (sono tutti giovanotti) o automatizzazione dei rapporti umani. Non lo so. Però non è incoraggiante per niente. Se tu, per caso, richiedi la mia amicizia, non c’è problema. Amico lo sei, questo è già chiaro. Però affinché ciò sia possibile a questo punto devi deciderti a saltare dentro FB, anche tu! Detto questo, proverò ad invitare tua figlia Chiara, forse! La seconda ragione è ancora più grave dal mio punto di vista: odio la tendenza di FB di voler provare a conquistare tutto il mondo della Rete, Flickr, Twitter, e-mail, ecc… La neutralità di Internet è minacciata quando tutto passa attraverso uno spazio privato. Questa tendenza imperialista di FB viene proposta e spiegata nell’ultima rivista Wired (edizione americana, certo). Il mensile dice che FB  sta provando a sconfiggere Google. Io non voglio e non vorrò mai essere prigioniero di un’azienda privata per tutto ciò che mi riguarda, e non sto qui a dilungarmi su tutta la problematica del controllo sui contenuti messi da partecipanti. Credo che esistano due forme di fascismo elettronico, entrambi presenti in Italia: quella politica relativa alle legge Alfano, specialmente nella parte che penalizza i fornitori di servizi; penalizzare qualcuno significa andare contro la legge italiana! Ipso fatto, tutti i blog, fonte essenziale della critica dello Stato, si troverebbero “baionettatiâ€. L’altra forma riguarda proprio FB che cerca di aggregare tutti i dati di ciascuno di noi in un social network. Immagina quale collusione potrebbe nascere tra lo Stato e FB (Rings a bell? La Cina e Google?). Un social network che non lascia spazio all’essere assolutamente privato è da condannare senz’appello. Povero Giampiero, evidentemente stai soffrendo di un complesso d’infe

riorità, assolutamente ingiustificabile. Non solo ti considero all’altezza anche più di me (fisica e professionale) ma ti ho sempre ammirato. Tutto ciò arriva dalla dimensione privata di cui sto parlando: che faremo su FB in più o meglio di ciò che si fa, con molta più soddisfazione, intorno ad una tavola ben alcolizzata? Che spirito missionario Giampiero! Il tuo agnosticismo lo condivido totalmente. Io sono su Twitter, FB, Wavn e tanti altri (grazie a Dio nessuno mi ha ancora richiesto di mettermi su MySpace) perché la gente tutto sommato mi forza e, siccome sono debole, accetto mio malgrado di aprire una delle 35 richieste che trovo ogni giorno sul laptop. Il vero spam viene proprio da FB adesso! Però devo confessarti una cosa grave: ho scritto un sacco di cose sulla televisione (per esempio nella Pelle della Cultura) senza mai guardare la TV! Mi sa che è meglio stare fuori dal medium per vederlo bene. Intanto fai bene a tenerti fuori. “Far from the maddening crowd!â€. Hai ragione Giampiero a lasciar perdere Stefano, Giovanna, Max e Daniela, come del resto faccio io, Bob, Karin, Laetitia (non quella, un’altra), Solange, François, ecc… Fino al momento in cui si evidenzia qualche vero sforzo di contatto, lascio perdere tutti. Detto questo, devo confessare anche che molti altri, anch’io ogni tanto - assolutamente raramente - vi trovo persone che escono come fantasmi del passato: studenti delle prime classi, cugino perso, amore svanito…Questo potrebbe essere un primo passo di difesa per FB. Allora vedi, ti rispondo veramente, Giampiero, su Media Duemila, cosa tangibile, cartacea, analogica, durabile, dove tanti amici veri mi vengono in mente. Concludo ringraziandoti per le domande, per la tua amicizia vera e con la prospettiva di vederti presto alla prossima riunione. Però ti anticipo subito che in questo stesso numero della nostra preziosa rivista troverai anche un mio elogio dei social network, che nulla ha a che fare con i miei sentimenti e con l’uso che ne faccio io personalmente. Infine, devo ammettere che per la generazione che segue la nostra, questi social network danno a tanti ragazzi un sentimento: la sensazione di far parte del mondo. Questo serve. Certamente ti ricordi il tempo della tua giovinezza, quando tutti i giornali erano scritti non per te, ma per gli adulti. Forse è per superare il sentimento di non far parte del mondo vero che sei divenuto il grande giornalista che sei. Grazie ancora per la tua amicizia, Derrick.