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Nell’era del plebiscito permanente come ripensare il governo?

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Con questa domanda abbiamo chiuso il blog precedente. E invitiamo a riflettere: è giunto il momento di passare dalla democrazia rappresentativa a quella veramente partecipativa? Secondo alcuni la democrazia rappresentativa non può e non deve essere sostituta. Abbiamo parlato con Sebastiano Sortino, già consigliere AgCom, prima direttore generale Fieg  e dopo una lunga riflessione la conclusione ci porta a non dare tutto per scontato. Il voto espresso tramite Twitter o Facebook non può essere paragonato al voto in un’urna che impone la scelta di qualcuno che ti rappresenti.

In ogni caso è utile osservare che i politici oggi non possono più mentire attraverso il canale dei giornalisti accreditati presso le istituzioni che fino a qualche anno fa possedevano il monopolio della diffusione della notizia.  I giornalisti embedded sono sempre esistiti, cosi come politici ammaliatori, dunque non sempre si tratta di mala fede.

Per noi è il momento di ripensare senza esagerare, seguendo un percorso democratico che, come ha detto il Presidente della Repubblica, non può e non deve prescindere dalla Costituzione e dal rispetto delle istituzioni. In questi giorni gli articoli che hanno promosso la riflessione su come siamo arrivati sino qui, sono stati espressione di un ottimo giornalismo di cui non si può fare a meno perché la politica ha bisogno di un discorso costruttivo, critico e non semplicemente emozionale.

Uno scenario possibile potrebbe dare voce alla gente educata al dibattito critico. Come fare?

1. I twitteranti esprimono opinioni e desideri  attraverso i tweet.

2. Se non si risolve il problema e la situazione è delicata, gli stessi twitteranti scelgono il loro porta-parola.

3. Il porta-parola incontra chi deve dare risposte in Rete, alla radio, sulla Tv, e sulla piazza pubblica. La discussione viene seguita da tutti. Il dibattito è pubblico.

4. La gente vota ogni passaggio con i tweet.

5. Il governo prende in considerazione le indicazione del voto a favore e contro.

Democrazia sempre più social D’Ambrosio: Twitter è audience

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di FORTUNATO PINTO -

L’engagement dei cittadini nella vita politica attraverso i social network è sempre più diffuso: questo è il dato che riporta il Pew Research  Center nell’ultimo studio sull’attività dei cittadini americani nel contesto politico che li circonda. Nei dodici mesi precedenti le interviste, riferisce il centro di ricerca, il 39% dei soggetti analizzati si è impegnato in attività politiche utilizzando i social media, sopratutto Facebook e Twitter. Nell’analisi effettuata sui cittadini americani nel 2012 rispetto ai dati del 2008, il 28% ha utilizzato questi siti di networking per condividere articoli o storie di vita politica, corrispondente al 17% in più rispetto allo stesso periodo di quattro anni prima. Infatti, nel 2008 solo l’11% degli iscritti ai social network condivideva contenuti politici e, inoltre, in quel anno il 13% degli utenti connessi online è entrato a far parte di una community virtuale di tipo politico mentre lo scorso anno era il 21%.

I cittadini che sono impegnati politicamente sui social network svolgono, inoltre, altri tipi di attività,  ad esempio il 68% di essi partecipa a comizi politici oppure invia lettere  - sia offline (53%) che online (60%) - a soggetti politici a loro vicini o, ancora, contribuisce economicamente a cause di interesse comunitario (20%). Risulta nello studio del Pew Research Center che l’83% degli attivi politicamente sui social network compie anche azioni al di fuori di questi in un continuum tra diversi mezzi e modalità di interazione. A tal proposito abbiamo intervistato la professoressa Maria D’Ambrosio, dell’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa, chiedendo il suo parere sul concetto di democrazia liquida e del diffuso utilizzo dei social network, soprattutto Twitter, per partecipare alla vita politica.

Secondo la prof. D’Ambrosio, Twitter è un ambiente che richiede una modalità di comunicazione dove sono necessari la brevità e la semplificazione. Costituisce una modalità che non può essere sostitutiva delle altre forme (e degli altri luoghi) della democrazia. Può essere cioè parte di una strategia più complessa (e certo non breve e non semplice) per attivare un dialogo, un confronto e una riflessione pubblica che coinvolge una comunità più o meno estesa nel processo decisionale di chi esercita il potere (per conto della comunità). “Stabilire la popolarità o l’impopolarità di una decisione, o farsi orientare dai contributi dei cinguettatori di Twitter, non credo sia un metodo partecipativo ma solo un modo per fare audience-consenso. La democrazia non può essere ridotta al consenso†sostiene la professoressa. E’, dunque, importante il dibattito, il confronto, il dialogo: da cui emergono le decisioni.

“Twitter non può ‘risolvere’ i problemi della democrazia, così come le votazioni in Parlamento non possono ridursi ad un sì o un no né tantomeno ad una logica da sondaggio, ma essere parte di un processo decisionale più complesso che parte dalla necessità di ciascun uomo politico di stare dentro le questioni su cui dovrà decidereâ€. In questo senso, secondo la prof. D’Ambrosio, la democrazia che sceglie e riconosce il Web come spazio sociale e Twitter come forma di comunicazione pubblica, riconosce il significato dei rituali e delle istituzioni che la società democratica si è data per rendere le scelte politiche un’azione sociale che investe cioè l’interesse collettivo e non individuale. “A partire dal Parlamento, considerato un ‘dispositivo’, una ‘macchina’, per l’esercizio democratico del potere decisionale fino ad altri dispositivi e luoghi della comunicazione come Twitter, c’è bisogno di chiedersi se sia legittimo l’uso che si fa di questi dispositivi. Chiedersi, cioè, se le finalità per le quali vengono usati rispondono e riguardano il ‘bene comune’â€.

Rispetto alla percezione dei cittadini relativa al contesto politico e al ruolo che può rivestire l’uso di Twitter, la prof. D’Ambrosio sostiene che gli utenti online costruiscono un loro immaginario sociale partecipando e osservando ciò che Twitter e altri spazi rendono visibile tenendo in considerazione però che la percezione che ciascuno spazio offre, dentro o fuori dal Web, è solo un punto di vista. “Essere cittadini vuol dire potersi muovere e partecipare di quanti più spazi pubblici possibili. Se il concetto di partecipazione è diventato così centrale per qualificare la democrazia, vuol dire che si sta rivendicando il senso politico, cioè pubblico, del potereâ€.

Fortunato Pinto

media2000@tin.it

Web2Society: menti condivise e strumenti open access

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di  VALERIO DAMIANO -

Web To Society, la conferenza che ha avuto luogo il 14 maggio presso l’università Lumsa di Roma, ha saputo rappresentare quella voglia di cambiamento e innovazione che spinge la maggior parte dei giovani italiani (e non) a cercare nel mondo della Rete uno strumento utile per innovare. I temi trattati sono stati il punto di forza dell’evento proprio a sottolineare come l’importanza del contenuto sia spesso il mezzo per arrivare a più persone.

Emanuele Toscano ha saputo trattare con estrema accuratezza il ruolo dei social media durante alcuni dei maggiori eventi degli ultimi anni. I casi più noti sono sicuramente la primavera araba e la rivolta giovanile di #OccupyWallStreet. L’importanza di Twitter secondo Toscano è stata essenziale ai movimenti proprio per il suo essere strumento di ribellione nei confronti del sistema. Esempi di questo sono sicuramente l’utilizzo di Youtube per organizzare gli incontri e il famoso caso dello “Speak to tweet”, mezzo attraverso cui i ribelli egiziani furono capaci di tweettare dopo la chiusura della rete nazionale da parte del regime. In pratica si sviava il problema della mancanza di internet attraverso dei messaggi lasciati in segreteria che venivano poi copiati in un tweet e inviati.

Di estrema attualità è stato Fabio Lalli dimostrando come i network siano sempre esistiti; le ferrovie, le autostrade e la tv sono solo alcuni esempi di questa capacità dell’uomo di saper collegarsi con gli altri. Di ovvi importanza è il mondo digitale che Lalli tende a non demonizzare proprio perché “non c’è relazione online che non abbia vita nell’offline”.

Simone Favarin ha focalizzato invece l’attenzione sulla progettazione visuale dando importanza anche alla psicologia che sta dietro alle scelte che ognuno di ognuno di noi fa ogni giorno. Per farlo ha utilizzato l’esempio delle startups e di internet per mostrare come unire il pensiero serva a semplificare i processi, una visione in contrasto con una logica geriarcale che frammenta le decisioni.

Di cultura  e tecnologia parla Maria Pia Rossignaud, direttrice di Media Duemila,  elementi che impregnano il nostro modo di vivere. Alla cultura interdiscliplinare è dedicato il 30° anno di vita della rivista. Media Deumila è nata nel 1983 e narra la storia dell’evoluzione del nostro Paese. Nel prossio numero cartaceo Media Duemila riporta un saggio di Roberto Saracco direttore dell’Eit ICT Lab di Trento dedicato alle reti del futuro: 2030,  lo smartphone scompare, la rete è cervello-cervello: “Stiamo andando verso un universo sempre più connesso - racconta Maria Pia Rossignaud -  la mente e l’oggetto diventeranno una cosa sola. Noi italiani siamo la culla dell’umanesimo, unendo scienza e arte arriveremo ad un nuovo risorgimento. Responsabilizzare i giovani affinché indirizzino i governi ad attuare un’agenda digitale che sappia ripensare le regole della società secondo nuove esigenze è determinate per risorgere”.

Derrick de Kerckhove usa il termine “Persona Digitale” per indicare l’insieme di dati che appartengono ad una persona fisica. Nello speech de Kerckhove mostra come sia facile ormai per qualsiasi persona essere rintracciata e analizzata attraverso la rete. Il professore si sofferma anche sul significato di ciò che scriviamo sui social networks citando le teorie di Freud per affermare che “la persona digitale è il prodotto dell’inconscio digitale”. Qual è quindi il ruolo della scuola dell’università in tutto questo? Secondo de Kerckhove la scuola deve assistere i bambini nel mondo moderno: gestire i loro profili online, insegnare a evitare i pericoli, donare le competenze tecniche e mostrare loro come comportarsi sul Web.

Molto interessante l’idea di Riccardo Esposito secondo la quale sarebbe utile per tutti i blogger utilizzare il contributo dei lettori per renderli parte del processo creativo e creare così una sorta di fidelizzazione che li porti ad affezionarsi al “prodotto” e a continuare a seguirlo nel suo divenire. Un esempio di questo è sicuramente il progetto “Open Blog”, una sorta di “work in progress” in cui i lettori hanno un ruolo attivo nella scrittura del post attraverso commenti in tempo reale.

Si è parlato anche di politica. Natàlia Garcia Carbajo ha mostrato infatti la rappresentazione dell’opinione publica nell’era digitale citando il caso di “Sucate” per mostrare come la maggiore visibilità dei politici su Twitter sia un’arma a doppio taglio. Molti infatti i comportamenti negativi che alcune autorità politiche hanno sul Web a dimostrazione del fatto che sia sempre più necessario un codice di comportamento sul web.

Piero Polidoro infine ha proposto un confronto tra i siti ufficiali e turistici del comune di Roma e quello di Barcellona, canali essenziali per mostrare la città all’estero e ai cittadini. La differenza del linguaggio, dei contenuti e delle strategie dei siti spagnoli mostrano una Barcellona aperta e dinamica a differenza di quelli nostrani che danno l’idea di un turismo un po’ troppo tradizionale e forse non consono al momento storico che stiamo vivendo.

Valerio Damiano
media2000@tin.it

Per un presidente ‘nativo digitale’, ci tocca aspettare almeno vent’anni

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A termini di Costituzione, per salutare il primo presidente della Repubblica italiana ‘nativo digitale’ dovremo attendere ancora una ventina d’anni, poiché bisogna avere compiuto 50 anni per insediarsi al Quirinale. Ma, se va avanti così, altro che 2030 o giù di lì: dovremo –anzi, dovrete- attendere forse il 2050 e magari il 2060. I presidenti, infatti, ce li andiamo a prendere sempre più vecchi, quasi dovessimo compensare con la loro saggezza l’improvvisazione e l’approssimazione dei leader meno sperimentati.

Con la sua rielezione, Giorgio Napolitano, che già al primo colpo, nel 2006, non era un ragazzino, con i suoi 80 anni, batte il record di Sandro Pertini, che finora era il più anziano presidente eletto: era vicino agli 82 anni nel giugno 1978.

Fino a sabato 20, l’età media di elezione di un presidente italiano era 71 anni, con quel giovanotto di Francesco Cossiga, salito al Quirinale a soli 57 anni, ad abbassare la cifra. Dopo Cossiga, però, negli ultimi vent’anni e nelle ultime quattro elezioni, l’età media è stata nettamente più alta: Oscar Luigi Scalfaro 74 anni, Carlo Azeglio Ciampi 77, Napolitano 80 e 87, abbiamo una media che sfiora gli 80 anni.

E, allora, se si andasse avanti così, un ‘nativo digitale’ non entrerebbe al Quirinale prima del 2060. E, nel frattempo, chissà quali e quante diavolerie saranno state escogitate, per fare sentire pure loro, i ‘nativi digitali’, dei ‘matusa’ –termine che, di per sé, mi colloca fra quelli che erano giovani nell’arco di tempo compreso tra Mary Quant e gli ‘indiani metropolitani’-.

E’ un handicap?, quello di attendere a lungo un presidente più a suo agio su Twitter che al telefono? Fino a un certo punto, perché, a ben vedere –e lo abbiamo appena visto, in questi ultimi concitati giorni-, tecnologie dell’informazione e social media ci azzeccano abbastanza poco con l’elezione del capo dello Stato: tutto avviene all’interno di un gruppo ristretto, quello dei Grandi Elettori, dove la comunicazione diretta viene ancora meglio di quella online.

I social media possono piuttosto servire a dare la temperatura delle reazioni dell’opinione pubblica, almeno quella tecnologicamente evoluta, alle decisioni in fieri. Sempre con un margine di errore: se il flop della candidatura di Franco Marini appariva quasi scontato dal traffico che scorreva sui mio account Twitter tra giovedì sera e venerdì mattina, quello della candidatura di Romano Prodi lo era molto di meno 24 ore più tardi.

Certo, però, che ciascuno dovrebbe tarare la propria comunità di followers, per farne uno strumento di previsione affidabile. Se no, s’intrecciano e si confondono preferenze e previsioni. E, alla fine, ci s’incarta: proprio come avvenuto alla leadership del Pd. Ma, per carità, non diamo la colpa a Twitter.

Facciamoci avanti

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Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, di recente nominata da “Time” una delle 100 persone più influenti al mondo, esamina le ragioni del mancato progresso delle donne verso ruoli di leadership, ne spiega le cause di fondo e offre soluzioni semplici e convincenti per aiutarle a realizzare pienamente il loro potenziale.
L’autrice si avvale di dati statistici e studi scientifici utili a superare le ambiguità e i pregiudizi che circondano le vite e le scelte delle donne che lavorano, ma soprattutto si affida alla propria esperienza e racconta delle decisioni, degli errori, delle battaglie quotidiane che ha condotto per portare avanti le scelte giuste per sé, per la propria carriera e la propria famiglia.
Descrive i passi necessari per riuscire a conciliare il successo professionale e la realizzazione personale e dimostra, una volta per tutte, come anche gli uomini abbiano da guadagnare supportando le donne al lavoro e a casa.
Scritto con ironia e passione, Facciamoci avanti è una chiamata alle armi per tutte le donne che si sono trovate a dover scegliere tra una promettente carriera e il desiderio di costruire una famiglia: vivere in modo soddisfacente entrambe le dimensioni è possibile, ma per farlo dobbiamo prima di tutto vincere i nostri pregiudizi e le barriere sociali e culturali ancora esistenti, partendo dai vertici del sistema. Uomini e donne hanno il diritto di poter conciliare carriera e famiglia: e maggiore sarà il numero di donne a ricoprire posizioni di potere, più facilmente questo traguardo potrà realizzarsi.

Sheryl Sandberg devolverà tutti i proventi di questo libro alla creazione di Lean In, un’organizzazione non profit che vuole incoraggiare le donne a farsi avanti nelle loro ambizioni, e ad altre associazioni di volontariato a sostegno delle donne.

ANSAFoto: l’immagine è la notizia. Archivio illimitato

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di CHIARA GUIDA -

La notizia diventa foto: arriva ANSAFoto, il nuovissimo portale della famosa agenzia d’informazione italiana completamente dedicato alle fotografie provenienti da tutto il mondo. Nell’era di Facebook, Instagram e Twitter, la notizia vola via immagini, e così l’ANSA si è messa al passo creando un portale che contiene un archivio di circa 5 milioni di scatti, in continuo aggiornamento con un ritmo di 6000 nuove foto al giorno. Si tratta, nello specifico, di una banca dati fotografica che possa aiutare i professionisti del settore a far veicolare le loro novità sul mondo, di qualsiasi argomento o ambito essi trattino.

Consultare ANSAFoto è facile e veloce, grazie al sistema semantico che elabora le parole chiave richieste operando secondo campi lessicali. Ad esempio digitando ‘calciatore’ si otterranno automaticamente anche risultati associati ai descrittori ‘attaccante, ‘centrocampista’, ‘partita di calcio’, ecc. in modo tale da ridurre il tempo della nostra ricerca e ottenere ugualmente tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Altro criterio di ricerca è quello visuale (ancora in fase sperimentale), perfettamente in linea con la natura fotografica del portale: cercando una foto con un determinato soggetto, il sistema in automatico seleziona e raggruppa per noi tutte le foto che hanno un soggetto simile; ad esempio se viene selezionata l’immagine di un tennista nell’atto di colpire la pallina di rovescio, usando questa modalità si ottengono tutte le immagini di tennisti, quali che siano, che compiono lo stesso gesto. Ma è possibile ricercare immagini anche utilizzando il linguaggio naturale, cioè semplicemente inserendo affermazioni nel motore di ricerca. Qualunque sia la metodologia di ricerca, la funzione “raggruppàti†permette di usufruire di foto-gallery già pronte e complete sulla base dei descrittori inseriti nel motore di ricerca.

Per un sito dedicato interamente alle fotografie la presentazione è particolarmente importante, e così ANSAFoto è provvisto di un’interfaccia grafica che, basandosi su meccanismi intuitivi, riesce a facilitare la ricerca, con un buon margine di precisione e accuratezza. Sono infatti già disponibili le categorie in cui effettuare la propria indagine, i temi (Reportage, Cronaca, Spettacolo, Sport, etc) e gli Speciali (legati ad eventi importanti su scala nazionale e mondiale) con contenuti aggiornati all’ultima ora. In home page c’è una presentazione a tutto schermo con una selezione di foto tra le più belle o le più significative della giornata, in modo tale che con una rapida occhiata si può avere un quadro generale di ciò che è accaduto nel mondo.

La particolarità forse più interessante di questo nuovo portale è sicuramente quella di fungere anche da Archivio storico con un ulteriore milione e mezzo di immagini in più; è in cantiere infatti anche una sezione dedicata non solo a foto ma anche a diapositive e negativi che il cliente stesso può chiedere di digitalizzare e inserire nel database del portale.

In questo modo ANSAFoto è destinato ad ingrandirsi a dismisura e in breve tempo, tanto che per la fine dell’anno in corso si prevede un quantitativo di foto e materiale multimediale che potrebbe arrivare anche al milione, un numero tale che consentirebbe all’ANSA di diventare a buon diritto una delle agenzie più importanti e aggiornate su scala mondiale. Proprio allo scopo di un riconoscimento internazionale sono già integrati nel portale gli archivi e la produzione in real time di ben 10 agenzie tra cui l’Abaca, la De Agostini e altre.

La vera ambizione del progetto, fondata soprattutto sul valore d’archivio e sulle partnership con le agenzie estere, è quella di diventare un aggregatore globale di contenuti fotografici. A questo scopo è già attiva la versione inglese del portale che ha, così come la versione in lingua italiana, anche una newsletter fotografica con quattro invii quotidiani.

Entro l’anno ANSAFoto dovrebbe allargare i suoi confini, trasformandosi in un portale multimediale a 360°.

Chiara Guida

medai2000@tin.it

Stampa – Blog - TV. Tre partiti

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Le elezioni le abbiamo associate ai diversi ambienti media della nostra società: la stampa, con tutti i suoi problemi sta al mondo Bersani.  L’universo Blog evidentemente è ben rappresentato da Grillo ed infine, ma non ultima, la televisione ben si associa a Berlusconi.

Che ne dite?

Di ritorno dal  MWC dobbiamo considerare che lo schermo sarà  (ma in parte lo è già) l’oggetto che guadagnerà maggior parte del nostro tempo.  La televisione è ancora il media con più utenti, sebbene la giornata dell’utente medio si divide fra diversi gadget e nel tardo pomeriggio il consumo da tablet cresce. Il cambiamento è in atto e le elezioni lo hanno dimostrato,  così come è successo con la democrazia politica dopo l’introduzione dell’alfabeto in Grecia e a Roma. Sono processi lunghi. Rispetto ad allora, oggi ci vorrà meno tempo perché gli  effetti  importanti diventino evidenti. L’evoluzione e la rivoluzione del sociale, soprattutto quando dipendono dagli strumenti che trasportano il linguaggio, oggi sono velocissime. Alcune hanno anche conseguenze brutali: le guerre mondiali sono state guerre del telegrafo e della radio. Le guerre dell’epoca di Internet le stiamo vedendo. Nel frattempo la mediazione giornalistica sta traendo benefici dalla contaminazione con la popolazione connessa e twittante.  Le fonti tradizionali non possono rischiare di diffondere notizie false, l’informazione in tempo reale avviene attraverso la gente, l’ambiente diviene un unicum dove tutto si consolida: comunicazione degli individui e informazione delle testate tradizionali si filtrano mutualmente. Passiamo sempre più tempo davanti a uno schermo, di qualsiasi tipo sia. È già questo è di per sé un cambiamento nel nostro uso dello spazio e del tempo. Questo comporta anche un cambiamento “mentaleâ€, che deriva dall’essere così connessi. Raggiungiamo tutti e siamo sempre raggiungibili. Avere accesso al mondo intero è  cosa visibilmente utile. Quali le conseguenze di un mondo che ha accesso a noi stessi? Siamo bagnati, innervati nell’informazione in tutte le forme,  regolate dall’elettricità e dalla sua figlia, la digitalizzazione. L’intellettualità diffusa è un principio di coesione. La collaborazione di tutti su Facebook,  Twitter,  la creazione di apps, la ricerca scientifica,  la produzione e promozione di servizi e prodotti, è un segno di crescita dell’intelligenza collettiva. La forma globale dell’intelligenza è la somma di tutte le intelligenze individuali, a partire dai milioni di connessioni intelligenti. L’intelligenza collettiva è quella che forma un’etica diversa. Ci sarà un momento in cui, contiamo non troppo lontano, vedremo accadere un riconoscimento generale delle incompetenze, per non dire delle disonestà dell’ordine politico e finanziario (già in corso). Scopriremo l’urgenza di condividere di più rispetto  non solo l’intelligenza ma sopratutto il senso della nuova responsabilità sociale che deriva dell’essere così connessi.

Dal web i dati del Viminale battono gli instant poll in Tv

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di FORTUNATO PINTO -

Durante le elezioni, per legge, non è stato possibile parlare di dati e previsioni sui risultati elettorali, subito dopo la chiusura dei seggi sono stati diffusi prima da Sky Tg24 e poi da Rai1 gli instant poll e exit poll, strumenti solitamente usati in questa fase del processo di voto. Poco dopo, però, grazie ai social network sono emersi altri dati più veritieri: i risultati in tempo reale degli spogli che il Viminale ha messo a disposizione sul proprio sito. Questi ultimi hanno da subito messo in crisi i sondaggi presentati fino a quel momento, dimostrando come, ancora una volta, Internet e gli internauti siano più veloci ad arrivare alla notizie rispetto alla Tv.

Dalle 15 di lunedì, alla chiusura dei seggi, gli speciali sulle reti nazionali e private (Mediaset esclusa) hanno iniziato a parlare dei dati degli instant poll e dei meno affidabili exit poll. Ospiti esclusivi e del settore hanno fatto le loro previsioni affidandosi a questi dati. Addirittura, la Borsa di Milano che ha chiuso intorno alle 17:30 ha riscontrato una forte perdita in previsione della situazione poco certa che si andava delineando grazie ai dati trasmessi da Tecne per Sky Tg 24 e dalla Rai.

Proprio quando la Borsa ha chiuso, però, dalla Rete è arrivata una nuova voce che parlava di dati certi, era la voce del Viminale. Il Ministero dell’Interno ha messo a disposizione di tutti un sito in cui verificare lo stato degli spogli in tempo reale con le percentuali per ogni coalizione e singolo partito o movimento. Grazie ai social network, sempre più utenti hanno condiviso con amici e follower i dati aggiornati a pochi minuti di differenza, dati che hanno messo in crisi quanto detto e scritto online e in Tv. Attraverso i dati reali del Viminale quelli che erano previsioni sono diventate certezze: gli argomenti e i toni delle trasmissioni televisive si sono dovuti adattare a quanto arrivava dalla Rete, ospiti e presentatori, Berlinguer e Mentana in primis (rispettivamente Tg3 e La7 ndr) hanno riformulato i loro programmi parlando di dati reali e non più imprecisioni.

La differenza tra i dati del Viminale e gli instant poll sta proprio nella veridicità dei primi rispetto ai secondi ed anche agli exit poll: gli instant poll vengono effettuati basandosi sulle sole schede già scrutinate ottenendo una proiezione del risultato finale, gli exix poll usati per lungo tempo, invece, sono sondaggi effettuati attraverso interviste a campione agli elettori all’uscita dai seggi. Mentre questi ultimi sono già da tempo considerati dati poco accurati, gli instant poll sono stai presi inconsiderazione per la loro attendibilità secondo misurazioni matematiche. La Rete, però, ha bisogno di informazioni vere e non si fida di quanto detto in Tv, per questo il collegamento al sito del Ministero è iniziato a girare sulle pagine di tutti gli internauti che seguivano le elezioni, in poco tempo tra i trend topic di Twitter è sparito l’hashtag #instantpoll per fare spazio ai nuovi, e più coerenti con le modalità di condivisione del web, #datireali e #Viminale.

Anche questa volta la Rete è stata più veloce e ha dimostrato l’esigenza sempre più calzante della Tv di adattarsi ai nuovi modelli comunicativi, dove utenti attivi condividono e creano informazioni per tutti, a volte più veritiere di quanto dice la stessa televisione.

Fortunato Pinto
media2000@tin.it

Occupare il presente significa comprenderlo

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L’occasione delle elezioni 2013 poteva essere per i giornali il momento giusto per riguadagnare il ruolo di amplificatori delle esigenze della gente comune. I politici avrebbero dovuto tarare le agende sui titoli delle prime pagine e non il contrario.

In un mondo dove anche il nobel rischia di essere offuscato da  “L’anti premio nobel che unisce Google e Facebookâ€,  e dove le immagini rappresentano la nuova forma di scrittura si deve cavalcare il cambiamento con forme sostenibili. Leggere i giornali gratuitamente  è ormai  abitudine diffusa… ma non più sostenibile!

Freccero nel suo ultimo saggio dice “leggere la Tv significa fare un’analisi sociologica più accurata di uno stage sul campo…il pubblico scegliendo reti e programmi comincia a dettare le sue regole al palinsestoâ€.

Il rettore dell’Università Europea di Roma afferma che la pedagogia deve seguire i tempi. Il calo degli iscritti all’università ne è prova. La sapienza non risiede più fra le mura di un edificio o di chi la rappresenta?

L’attaccamento degli italiani al contante vacilla: nel 2012 quasi un miliardo di euro è stato pagato dagli italiani utilizzando il cellulare come strumento di attivazione del pagamento.

Il Mobile Remote Payment & Commerce passa infatti da 700 milioni di € nel 2011 a oltre 900 milioni di euro nel 2012, registrando una crescita del +30%.

Segnali che vanno interpretati!

Media e web salvano Pompei dalla cattiva gestione

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di ANTONIO IRLANDO -

Le recenti clamorose conclusioni dell’indagine della Procura della Repubblica di Torre Annunziata sugli scavi di Pompei hanno spiegato uno squallido scenario di truffe e spreco di ingenti risorse. Sono soldi pubblici, secondo gli inquirenti, che sono stati sottratti alla conservazione di uno dei più importanti patrimoni archeologici mondiali, da molti anni interessato da crolli e distruzioni quotidiane.
“Osservatorio Patrimonio Culturale†ha definito l’indagine come â€il più importante contributo finora attuato per arginare il degrado conservativo e gestionale degli scavi di Pompeiâ€.
I significativi risultati giudiziari sono il frutto di un competente lavoro svolto dagli inquirenti. Determinante, però, è stato il contributo di conoscenza e denunzia costante proposto dal mondo dell’informazione. Vediamo in che modo. Con un grande giornale (Corriere della Sera) che, per primo, nel 2010, ha raccontato lo scempio del “restauro-stupro†del teatro degli scavi di Pompei. Con tanti giornalisti che lo hanno descritto con rigore, puntualità, competenza e passione civile. Con uno storico giornale territoriale (Il Gazzettino Vesuviano) che ne ha fatto una “bandiera†per affermare la volontà di chi non si vuole arrendere alla distruzione del più importante patrimonio archeologico della nazione. Con tanti giornali e tv del mondo intero.
Però, il grande contributo per arginare il degrado di Pompei, causato da gravi responsabilità gestionali,  si è avuto dal web. Senza i nuovi strumenti della comunicazione, le “persone digitali†che “vivono†nel territorio democratico della rete, il “popolo†di internet, non avrebbero potuto creare un vasto movimento d’opinione pubblica internazionale che è stato utilissimo (per dirette ammissioni “politicheâ€) anche per convincere l’Unione Europea a stanziare 105 milioni per la conservazione dell’area archeologica pompeiana.
La rete ha prodotto in Facebook un gruppo militante (Stop Killing Pompeii Ruins) che ha costantemente informato sui mali di Pompei per contrastarne il dilagare. Sul social network è stato pubblicato il primo video che mostrava e faceva sentire martelli pneumatici all’opera tra i delicati resti del teatro romano di Pompei. Nell’era senza il web, l’immancabile “censura istituzionale†avrebbe forse bloccato la diffusione di immagini, certamente non gradite ai burocrati dei beni culturali. E invece tutti hanno visto e sentito, hanno letto, approfondito e si sono “costruttivamente indignatiâ€.

Antonio Irlando

media2000@tin.it