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Calabrò: “Quelli che vengono dopo facciano meglioâ€

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Nel 2005, all’inizio del nostro mandato, la prima azienda al mondo per capitalizzazione era la Esso corporation. Oggi la prima azienda al mondo è la Apple, che capitalizza più di tutta la borsa italiana. Nel 2005 i social network erano embrionali; oggi Facebook conta circa 900 milioni di utenti. Nati come “luoghi†per mettere in contatto le persone, oggi le reti sociali sono diventate sempre più pervasive, diventando nei fatti la piattaforma di accesso ad altri servizi: leggere notizie, fare acquisti, cercare lavoro, caricare e scaricare file di tutti i tipi, ed anche ricercare informazioni bypassando i motori di ricerca.
La velocità di circolazione delle idee e delle informazioni ha trasformato la popolazione mondiale in una società aperta fondata sulle comunicazioni digitali che ignora barriere statali e sconvolge stratificati assetti sociali e del potere.
In un settennio internet ha cambiato la faccia e la mentalità del mondo dei media: ha dematerializzato servizi e prodotti e ha cambiato la fruizione stessa dello spazio e del tempo. Ma ha anche allargato l’area dei lettori dei libri e dei giornali.
Internet è un cambio di paradigma nella produzione di beni, servizi, cultura e del vivere civile; se lo si considera “solo†come nuova tecnologia se ne perde la portata deflagrante e rivoluzionaria.

La TV cambia pelle ma non …..

Il campo televisivo è stato profondamente arato dalla rivisitazione operata dall’Autorità.
La premessa è stata la ricognizione della reale situazione dell’utilizzazione delle frequenze fatta dall’Autorità, d’intesa col Ministero delle Comunicazioni, col catasto delle frequenze. Dopo trent’anni di abulia è stato effettuato il censimento dell’intero spettro frequenziale televisivo, facendo chiarezza e consentendo allo Stato di riprendere il controllo di una situazione sfuggita di mano.
Il passo successivo è stato il piano delle frequenze, col quale l’Autorità ha proceduto a un radicale riordino che ha consentito il passaggio dal sistema televisivo analogico a quello digitale, con la moltiplicazione per sei dell’uso di ogni frequenza. Negli ultimi sette anni si è decuplicato il numero di famiglie che ricevono il segnale televisivo in tecnica digitale; sono già ventidue milioni le famiglie dotate di ricevitori digitali terrestri e otto milioni quelle abbonate ai servizi pay-tv. Entro l’anno in tutta l’Italia la televisione dovrà essere digitale.
Non meno importante è stato il recupero (come chiedeva la Commissione europea) di risorse destinate alle telecomunicazioni, che è derivato dal piano e che ha fruttato allo Stato un introito di quasi 4 miliardi nell’asta – la più grande mai effettuata in Italia - tenutasi a settembre dell’anno scorso; una gara che ha allentato il nodo scorsoio che strozzava l’espansione della banda larga mobile. La situazione della televisione italiana è – sia pure lentamente – in trasformazione.  Le sei reti generaliste di Rai e Mediaset detengono oggi circa il 67% dello share medio giornaliero (era l’85% nel 2005, oltre il 73% un anno fa); La7 quasi il 4%; Sky oltre il 5%. Si è affacciata alla ribalta qualche significativa TV locale. I canali tematici in chiaro sono cresciuti in audience del 27% in un anno. Col passaggio al digitale e con la TV satellitare il lancio di nuove offerte, gratuite e a pagamento, ha notevolmente ampliato le possibilità di scelta dei telespettatori. Siamo a circa 80 programmi nazionali in chiaro. L’offerta tende a crescere all’insegna di tre caratteristiche: la convergenza, la personalizzazione, la flessibilità. Il telespettatore non vuole più essere un ricettore passivo.  Il panorama è destinato a un’ulteriore evoluzione in virtù dell’utilizzazione del dividendo digitale che avverrà con l’asta che sostituirà il beauty contest, la quale ridefinirà lo spettro in coerenza con la redistribuzione delle frequenze e la razionalizzazione del loro uso prefigurate nella Conferenza di Ginevra del febbraio scorso.
Ma sono gli over the top e la catch-up TV che stanno contribuendo a disegnare un nuovo modello di TV ibrida, che ha nella rete la sua piattaforma d’elezione e che cresce rapidamente sia nella raccolta pubblicitaria che nelle forme di abbonamento.
Per quanto riguarda le risorse, comunque, permane fondamentalmente la tripartizione tra Rai, Mediaset e Sky Italia; tripartizione che a partire dal 2009 ha soppiantato il duopolio Rai-Mediaset. Le tre imprese occupano posizioni comparabili in termini di ricavi complessivi.
Persiste il divario tra le nostre televisioni e le migliori straniere, per la ricchezza d’informazione sui vari Paesi del mondo e per l’approfondimento qualificato dei temi trattati. La nostra televisione resta fondamentalmente una finestra sul cortile di casa nostra, una grande TV locale, con un esagerato interesse per i fatti di cronaca nera e con la tendenza a trasformare i processi giudiziari in processi mediatici. E’ rimasto deluso l’auspicio, condiviso dal Presidente della Repubblica, che a tale fuorviante tendenza ponesse argine il Comitato di autoregolamentazione dei processi in TV.


La televisione grande sorella

Malgrado il dilagante successo di internet, l’Italia è tuttora un Paese teledipendente.
Per quanto riguarda la comunicazione, infatti, se è indubbio che il maggior numero di informazioni proviene oggi da internet, l’informazione più influente è ancora quella fornita dalla televisione.
Le nuove forme della democrazia corrono sulla rete ma la politica visibile in Italia si fa pur sempre in televisione. Le persone e gli eventi che non appaiono sullo schermo televisivo non sono validati nell’immaginario collettivo.
Da qui la perdurante importanza della normativa sulla par condicio, alla cui osservanza presiede questa Autorità con un impegno che in occasione delle competizioni elettorali ha comportato il monitoraggio delle trasmissioni 24hx24 e tempestivi interventi con diffide, sanzioni e una costante azione di moral suasion. Il più delle volte i broadcaster hanno corrisposto all’invito o alla diffida dell’Autorità riequilibrando l’informazione (il che è l’obiettivo primario della legge).  Ammontano comunque a oltre 2,2 milioni di euro le sanzioni da noi irrogate. Di tali provvedimenti, quasi sempre impugnati, nessuno è stato annullato dal giudice amministrativo. All’esito di questo intenso lavoro possiamo dire conclusivamente che l’impianto normativo a tutela della par condicio si è dimostrato un indispensabile strumento a tutela della democrazia e che l’Autorità ne ha fatto attenta e pronta applicazione. Ce lo ha riconosciuto l’OSCE. La normativa di legge va adesso aggiornata per tener conto delle mutazioni subite dalla comunicazione televisiva (specie con l’inserimento dei politici nei programmi informativi) ed è da riconsiderare in relazione all’incalzante realtà di internet. Le aporie ed imperfezioni della legge sul sostegno privilegiato sono state segnalate al Parlamento. Qualcuno avrebbe voluto che noi facessimo di più. Ma questa – questa sì – è materia fondamentalmente riservata alla legge. Né le linee guida dell’OCSE, né la ratifica della Convenzione internazionale sul trust hanno indotto il nostro legislatore a precludere “a monte†il conflitto potenziale, stabilendo una disciplina preventiva delle incompatibilitàâ€, un blind trust, un chinese wall fra attività imprenditoriale e di Governo. Si è voluto invece che questa Autorità (come, per la parte sua, l’Antitrust) stesse in agguato per cogliere in fallo l’impresa che avesse in concreto sostenuto l’esponente governativo: ma non per fischiare la squalifica bensì semplicemente per infliggere un’ammonizione. Scopo della legge non è infatti punire “alla prima che mi fai†ma solo in caso di reiterazione della violazione e di mancato ripristino dell’equilibrio con gli altri competitori elettorali.
Che avrebbe dovuto fare la nostra Autorità? Inventarsi un ircocervo che sovvenisse alle carenze della legge? O sanzionare tout court dove la legge prevede con estrema chiarezza una semplice diffida?  Più obliquo ancora è l’intento di colpire l’impresa potenzialmente strumentale al conflitto d’interessi mediante limitazioni alle sue dimensioni, in particolare con riferimento alla raccolta pubblicitaria. Questo intendimento è stato drasticamente censurato dall’Autorità Antitrust. L’AGCOM non può prestarsi ad avventurose supplenze del legislatore. L’AGCOM si è opposta all’assunto ministeriale che la pretesa mancanza di reciprocità comportasse l’esclusione di Sky dal beauty contest. E il Consiglio di Stato, con un motivatissimo parere, ha dato ragione all’Autorità, riaffermandone l’indipendenza e la competenza nell’assicurare il rispetto dei principi e delle decisioni comunitari. Lo stesso deve valere nei confronti di analoghe invasioni di campo, da qualsiasi parte provengano. Non è accettabile che da destra o da sinistra si reclutino le Autorità indipendenti per gettarle in combattimenti gladiatori nell’arena politica.

Rai forever
Nei limiti della propria competenza, l’Autorità ha tentato di promuovere una riforma della Rai che la svincolasse dalla somatizzata influenza politica e ne reimpostasse l’organizzazione con una governance efficiente, una migliore utilizzazione delle risorse e la valorizzazione del servizio pubblico.
Si trattava di proposte misurate e, in quanto tali, a nostro avviso praticabili, che abbiamo rilanciato anno dopo anno. Ma hanno subito la sorte di tutte le altre. Parafrasando una frase famosa potremmo dire che “solo i morti hanno visto la fine del dibattito sulla Raiâ€.

Le telecomunicazioni: un presente fiorente che non ha seminato per il futuro
Dagli inizi del secolo al 2006, in anni di stagnazione dell’economia italiana, il settore delle telecomunicazioni ha continuato a svilupparsi a un tasso superiore al 6% annuo; ha sostanzialmente tenuto – in rapporto agli altri settori - anche in quest’ultimo triennium horribile.
Il peso del settore sul PIL è oggi del 2,7%; il mobile vale ormai stabilmente più del fisso .
Nel corso del settennio si è duplicato il numero di linee in postazione fissa che forniscono connessioni a banda larga a famiglie e imprese; sedici volte superiore è il numero di utenti che accedono a internet in mobilità.
Nella portabilità del numero telefonico siamo ai primi posti con 30 milioni di passaggi (dal 2006) e con tempi ridotti a un giorno lavorativo. I cambi di operatore negli ultimi 12 mesi hanno superato i 9 milioni: dato record in Europa!
L’innovazione tecnologica è stata travolgente, specie nella telefonia mobile, e pone l’Italia ai primi posti nel mondo.
Nelle reti mobili il traffico dati ha superato il tradizionale traffico voce, grazie alle tecnologie 3G e alla forte diffusione di nuovi terminali, come smartphone e tablet.
Siamo il Paese col maggior numero, in Europa, di telefoni cellulari e con la maggiore diffusione di apparecchi idonei a ricevere e trasmettere dati in mobilità (smartphone, ipad, chiavette USB).
Il mondo racchiuso nel telefonino, nel tablet, nel palmo di una mano: è questo che vogliamo, ragazzini e adulti.
E’ crescente e consolidata la presenza sul mercato italiano di grandi gruppi multinazionali in aperta competizione, con ricadute positive sull’occupazione, con miglioramento della qualità e con continuo ampliamento della gamma dei servizi offerti.
E’ costante la riduzione della quota di mercato degli incumbent: nel mobile nessun operatore possiede una quota superiore al 35%; nel fisso, nonostante la legacy del monopolio, la quota retail di Telecom è scesa di quasi 20 punti percentuali dal 2005, attestandosi, nella banda larga, al 53%.
Nel contempo le telecomunicazioni rimangono l’unico servizio con una dinamica marcatamente anti-inflattiva. La diminuzione dei prezzi finali del settore è stata di oltre il 33% negli ultimi quindici anni, a fronte di un aumento del 31% dell’indice generale dei prezzi. La forbice, quindi, è di oltre sessanta punti. Le telecomunicazioni rappresentano il solo settore regolamentato in cui i prezzi siano in costante riduzione (ben il 15% solo nel periodo 2005-2010), in vistoso contrasto con i forti aumenti di energia, acqua, trasporti.
I nostri provvedimenti sulla terminazione mobile, in interazione con la concorrenza, hanno determinato un potenziale risparmio per i consumatori di circa 4,5 miliardi di euro.
La leva dei prezzi è stata utilizzata anche al fine di incentivare lo sviluppo della concorrenza tra operatori infrastrutturati con investimenti efficienti. In questo quadro, le imprese concorrenti di Telecom Italia hanno acquisito, negli ultimi anni, 5 milioni di linee.
Promuovere la qualità dei servizi significa anche promuovere la consapevolezza. E limitare quel senso di smarrimento, quando non di frustrazione, del consumatore di fronte alle numerose offerte di accesso a internet a banda larga che, sovente, promettono più di quanto mantengano. Nemesys - la nostra iniziativa per la verifica della qualità dell’accesso ad internet a banda larga; la prima, del genere, in Europa – è un grosso successo.
Si parla tanto di risoluzioni extragiudiziali per deflazionare l’amministrazione della giustizia. Da noi il sistema di decentramento funzionale per la conciliazione e per la definizione delle controversie funziona egregiamente. I Corecom ne costituiscono l’ultimo miglio: complessivamente hanno esaminato in modo gratuito e in tempi rapidi 246 mila istanze di conciliazione e quasi 6 mila istanze di risoluzione di controversie. La percentuale di esiti favorevoli per i consumatori è passata negli ultimi anni dal 50% al 72%. La Corte di giustizia europea ha riconosciuto la validità e l’efficacia del modello.

Telecom e Open Access
Nel contesto di mercato sopra delineato Telecom Italia soffre; soffre come gli altri operatori ex monopolisti d’Europa. Se soffre di più lo si deve al fatto che, negli anni decorsi, Telecom Italia, sotto il peso dei debiti accumulati per effetto delle varie scalate, ha dismesso buona parte degli asset internazionali, determinando un processo di rifocalizzazione sui mercati nazionali, per cui le attività estere di Telecom Italia pesano sul suo fatturato meno di quanto pesino le analoghe attività delle prime quindici società europee del settore. L’attuale gestione di Telecom ha determinato un’inversione di tendenza a tal riguardo. E tuttavia, considerate le quote prevalenti che la società ancora detiene sui mercati nazionali, è inevitabile ch’essa risenta della maggiore attenzione cui l’incumbent è, per definizione, doverosamente soggetto nel mercato di riferimento.
Non ignoriamo che in Europa qualche Stato è incline a regolamentazioni che tengano in particolare considerazione il campione nazionale per consentirgli di affrontare le sfide mondiali; ma la nostra linea è stata di conformarci al Quadro comunitario. Con l’evoluzione del settore verso le reti di nuova generazione il problema indubbiamente si ripresenta con una quadratura diversa e in maniera più pressante ma è un problema da affrontare in sede europea, come dirò appresso.
Ad ogni modo, in una lungimirante visione condivisa con Telecom, questa Autorità ha ricercato una radicale reimpostazione del rapporto tra l’incumbent e gli operatori concorrenti.
Con Open Access è stata attuata la separazione organica della gestione della rete di accesso da quella di commercializzazione dei servizi di Telecom, assicurando strutturalmente condizioni di effettiva parità di trattamento tra Telecom e gli altri operatori.
Sì, Open Access funziona, grazie anche al sistema di governance che abbiamo costruito, di cui l’elemento più importante è l’Organismo di vigilanza sulla parità di accesso.
In Europa Open Access è considerato un benchmark, un modello da additare ad esempio; riconoscimenti cominciano a venire, sempre meno timidamente, anche in Italia. La regolazione non potrà non tenerne conto.

Il futuro anteriore anticipa il futuro prossimo
Internet è un fenomenale motore di crescita sociale ed economica, ma la rete fissa è satura e quella mobile rischia ricorrenti crisi asmatiche.
Lo vado dicendo dal 2006, con l’anticipo occorrente per la realizzazione di una grande infrastruttura (il che significa prematuramente, secondo la mentalità più corriva).
L’Italia è sotto la media UE per diffusione della banda larga fissa, per numero di famiglie connesse a internet e a internet veloce, per gli acquisti e per il commercio on line (nell’UK anche le case si vendono e si acquistano in rete). Per le esportazioni mediante l’ICT l’Italia è fanalino di coda in Europa; solo il 4% delle PMI – ovvero la spina dorsale del nostro tessuto produttivo - vendono on-line, mentre la media UE-27 è del 12%.
La via che hanno intrapreso gli operatori di telecomunicazioni per la loro espansione è quella di dotarsi di un maggior numero di frequenze per la telefonia mobile. Da qui il successo della recente asta. Ma, pur col potenziamento Lte, senza l’integrazione con la fibra (quanto meno per il backhauling dalle stazioni radio), la rete mobile non sopporterà ingenti volumi di traffico, specie nelle ore di punta e soprattutto per lo streaming video. Il problema delle reti di nuova generazione, anche per la rete fissa, non è più rinviabile.
Non può fornire alibi al rinvio la mancanza di regole. Noi infatti abbiamo provveduto a quanto di nostra competenza dettando per le reti di nuova generazione regole che sono ritenute tra le più complete in Europa. Certo, il Quadro di contenimento dell’Europa comunitaria è più complessato che negli altri continenti. Noi - anche per le reti di nuova generazione -  quel Quadro abbiamo voluto rispettarlo, a differenza di Paesi come la Germania; ma insistiamo nell’auspicare che le regole europee vengano aggiornate sotto l’incalzante spinta della necessità di realizzare finalmente le reti di cui la comunicazione ha bisogno.
Valorizzare l’innovazione senza comprimere la competizione è tentare la quadratura del cerchio: comporta un continuo braccio di ferro tra obiettivi antitetici che fanno da remora l’uno all’altro. Senza una regolazione premiale non c’è incentivo per gli investimenti.
Senonchè il comparto delle telecomunicazioni, mentre è chiamato ad investire sia nel fisso che nel mobile, non riesce ad appropriarsi del valore atteso in corrispondenza degli investimenti nelle nuove reti. La crescente partecipazione ai ricavi complessivi della filiera delle telecomunicazioni – così come dell’audiovisivo - da parte degli Over the top è inarrestabile.
Si è verificato uno spostamento dell’asse della competizione nel campo ICT: da una competizione tra gli operatori infrastrutturati per il mercato dell’accesso ad internet si è passati a una competizione tra il complesso degli operatori telco da una parte e i fornitori di servizi over-the-top dall’altra. Dopo aver disintermediato il ruolo dei fornitori di accesso su rete fissa, i fornitori di servizi stanno disintermediando anche le reti mobili (che rischiano di diventare una commodity). La loro azione ha un’estensione globale, che travalica le strategie regolatorie dei singoli Paesi interessati. Si sta delineando uno scenario in cui il flusso dei ricavi, dei volumi di traffico e degli investimenti sono tra loro scollegati.
E’ tempo che l’Unione europea focalizzi la propria attenzione su questo sconvolgente fenomeno.

L’imperativo è la crescita
La crescita dell’economia è l’imperativo primario che si impone ai nostri giorni. Urgono, urgono misure che la stimolino, da adottare prima che i pur salutari provvedimenti di risanamento finanziario avvitino il Paese in una spirale di recessione forse senza uscita.
Importanti provvedimenti sono stati varati nelle scorse settimane dal Governo. E’ il segno dell’avvio di un nuovo corso.
Ma permangono segni gravi d’involuzione del Paese che non dipendono dalla congiuntura; sono insiti in forme di chiusura mentale che minano il progresso e possono segnare il declino di un Paese.
Non solo la telefonia mobile, la quale ha un incremento esponenziale, ma tutti i servizi del futuro prossimo e di quello ulteriore richiedono una rete a banda larga e ultra larga.
L’internet delle cose segnerà un ulteriore salto di qualità nel consumo di byte.
Dal 2010 l’Europa ha un’Agenda digitale, con obiettivi precisi e sfidanti da raggiungere nel 2013 e nel 2020, anche se con una visione un po’ impacciata circa le azioni con cui traguardarli.
E’ ormai un punto fermo che lo sviluppo di un ecosistema digitale è alla base del recupero di produttività, per migliorare la competitività internazionale di un Paese e per creare nuova occupazione qualificata.
L’economia internet in Italia vale solo il 2% del PIL; la stessa stima conduce a valutare l’internet economy del Regno Unito nel 7,2% del PIL.
Il ritardo nello sviluppo della banda larga costa all’Italia tra l’1 e l’1,5% del PIL.
Senza infrastrutture a banda ultra larga i sistemi economici avanzati finiscono su binari morti.
Se ne mostrano consapevoli i tre Ministri che costituiscono la Cabina di regia per l’Agenda digitale.
Come osservava il Ministro Passera, per le infrastrutture è l’offerta a generare la domanda. Quando avremmo costruito le autostrade se avessimo atteso che prima fossero fabbricate le automobili che le avrebbero percorse?
Ma non meno importante è lo sviluppo concomitante dei servizi. Infrastrutture e servizi devono fertilizzarsi a vicenda; disponibilità di applicazioni e utilizzo reale devono andare di pari passo, così come l’alfabetizzazione digitale della popolazione. Nella sua segnalazione al Governo e al Parlamento l’AGCOM ha dato suggerimenti specifici e mirati, rilanciati pubblicamente da Confindustria Digitale.
C’è ancora scarsa consapevolezza delle potenzialità globali delle tecnologie della società dell’informazione; il che relega queste ultime a uno dei tanti strumenti di sviluppo economico, mentre esse possono invece dare una spallata a un sistema imballato. Il settore delle tlc è la chiave di volta della rivoluzione digitale che, abilitando l’innovazione, può cambiare radicalmente i paradigmi dell’economia e della società.
La Cassa Depositi e Prestiti è ancora un convitato di pietra. Ci sono invece iniziative di fondi privati, di Amministrazioni pubbliche e di operatori che segnano dei passi avanti sul terreno delle realizzazioni concrete.
Ma l’Agenda digitale è un progetto olistico e non può esaurirsi in una serie non sequenziale di azioni frammentate.
Ha osservato la Commissaria Kroes che se l’economia digitale fosse un Paese la sua performance le varrebbe la partecipazione al G-20. Il suo tasso di crescita del 12% annuo supera quello cinese.
Nessun altro settore è in grado di accelerare in misura comparabile la crescita e lo sviluppo del Paese, in un momento in cui ne abbiamo assoluto bisogno. Soprattutto per le generazioni future.
Non è più tempo di simulazioni, o di iniziative sperimentali. Dum Romae consulitur, Italia regressa est.

Il rapporto col Parlamento e con l’Unione europea
Il rapporto col Parlamento - che si è sviluppato, oltre che nelle relazioni annuali, in più di 40 audizioni - ha costituito per l’Autorità un momento importante di verifica del suo operato dinanzi all’Organo più rappresentativo del Paese. Ne abbiamo tratto stimolo per il migliore esercizio delle nostre funzioni, allontanando - semmai ci fosse stata - qualsiasi tentazione di autoreferenzialità.
In tempi recenti è sorta qualche incomprensione sulla ragion d’essere della competenza delle Authorities, quale garantita dal Quadro comunitario.
Le Autorità indipendenti hanno fornito risposta all’esigenza di ripensare l’organizzazione dell’amministrazione statale nei rapporti interni tra Stato e cittadini e, parallelamente, nei rapporti esterni tra i singoli Paesi e tra essi e gli organismi sovranazionaliâ€.
Il Consiglio di Stato ha rilevato che, nel rapporto tra politica e tecnica, la presenza del regolatore determina che “a quest’ultimo, in linea di massima, spetta la conformazione del mercato mediante l’esercizio della funzione di regolazioneâ€, proprio al fine di evitare che “il mercato sia definito secondo criteri mutevoli, soggetti al variare degli orientamenti delle maggioranze politicheâ€.
E la Corte di Giustizia, ancor più esplicitamente, ha affermato che “le ANR devono promuovere gli obiettivi della regolamentazione previsti dall’art. 8 della direttiva «quadro» nell’esercizio delle funzioni di regolamentazione specificate nel quadro normativo comune. Di conseguenza […] anche il bilanciamento di tali obiettivi, in sede di definizione e di analisi di un mercato rilevante suscettibile di regolamentazione, spetta alle ANR e non al legislatore nazionale†.
Le regole nella nostra materia devono dunque avere origine endogena, non esogena al mercato. E in un mercato comune le regole devono essere fondamentalmente comuni. Alla loro adozione bisogna pervenire con il giusto procedimento (analisi di mercato, consultazione pubblica) previsto dalle regole comunitarie.
Per questo le norme e i principi comunitari che valgono nel nostro ordinamento giuridico esigono che le Autorità operino in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione.
Con la modifica dell’art. 117 Cost. il nostro Paese ha accettato le limitazioni di sovranità che derivano dall’appartenenza all’Unione europea.
Certo, alcune delle competenze affidate all’AGCOM stanno con un piede sulla soglia di diritti fondamentali, garantiti dalla nostra Costituzione e dal Trattato dell’Unione europea, come la libertà d’iniziativa economica privata (art. 41 Cost), la dignità sociale (art. 4 Cost), il rispetto della dignità umana (art. 21 Trattato), la protezione dei minori (art. 37 Cost), il pluralismo (art. 2 Trattato), la libera manifestazione e comunicazione del pensiero (art. 21 Cost).
Su questo limitare la legge può sovvenire con disposizioni di principio, essendo comunque il fine tuning e i tecnicismi riservati alla più pronta, costante, dinamica azione del regolatore.
L’AGCOM ha il merito di aver avviato trasparentemente un dibattito sulla protezione del diritto di autore on-line in un panorama legislativo che vede una legislazione vecchia di settanta anni. Non abbia timori il popolo della rete! L’AGCOM ha dimostrato nella sua azione quotidiana di saper conciliare antinomie che coinvolgono nevralgicamente diritti basilari per la convivenza civile e per il corretto funzionamento della democrazia, come, appunto, il bilanciamento tra il diritto di cronaca e di manifestazione e diffusione del pensiero e la par condicio, nonché la salvaguardia, rispetto a quello stesso diritto, della dignità della persona.
Con lo stesso equilibrio e senso della misura l’AGCOM saprà conciliare il diritto alla libera circolazione del pensiero sulla rete nelle nuove forme della tecnologia col diritto d’autore, ch’è il fertilizzante della società dell’oggi e di quella a venire: anche a esso ha riguardo la Costituzione (art. 9).
Internet ha un’insostituibile funzione informativa; nessuno più di noi ne è consapevole. Ma nessun diritto è senza limiti. Il diritto alla libertà di navigazione marittima non ha comportato il diritto alla pirateria.
L’intesa era però che il Governo avrebbe adottato una norma di interpretazione autentica che rendesse leggibili per tutti le nome primarie che inquadrano la nostra competenza. E’ vero che una tale norma non è indispensabile, ma sarebbe certamente utile in una materia, qual è quella in questione, nella quale, per la sua sensibilità, è auspicabile la massima chiarezza. Finché il Governo non adotterà questa norma, noi – almeno in questa Consiliatura – non ci sentiremo tenuti alla deliberazione del regolamento, pur così equilibrato, che abbiamo predisposto e messo a punto con ampia consultazione.

Dopo anni in cui ha cercato con sforzo di stare alla ruota dei migliori Regolatori europei, l’AGCOM in questo settennio è passata nel gruppo di testa.
L’attribuzione della presidenza dell’ERG (oggi BEREC), dell’EMERG, del Réseau delle Autorità audiovisive del Mediterraneo, del Gruppo europeo del radiospettro1 ne sono la cartina di tornasole. Molte nostre misure sono considerate best practice e oggetto d’imitazione.
Con questo non vogliamo certo asserire che siamo stati sempre all’altezza del nostro compito. Siamo più che consapevoli dei nostri limiti soggettivi; peraltro, anche al di là di questi, di fronte a scenari che mutano con rapidità sconvolgente, il compito del regolatore è inevitabilmente inadeguato, specie quando non si tratta semplicemente di regolare l’esistente ma di dettare regole a prova di futuro. A maggior ragione quando la missione è quella di un’Autorità convergente, qual è la nostra. Il perseguimento dell’obiettivo avviene sempre in modo asintotico perché, malgrado la tempestività e flessibilità della disciplina regolamentare, l’obiettivo si è spesso già spostato in avanti quando la regola dettata per esso entra in applicazione. La certezza del diritto non esclude l’operatività diuturna di un cantiere sempre aperto.

Functi sumus munere nostro. Faccio mio l’auspicio espresso una volta dal carissimo e compianto professor Leopoldo Elia:
Faciant meliora sequentes!

Bilancio Agcom tra polemiche e successi, Onu e trasparenza

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di LIVIA SERLUPI CRESCENZI -

L’assenza al Senato dei commissari D’Angelo, Sortino e Lauria per il discorso di presentazione sul bilancio di mandato del Presidente uscente dell’Agcom fa discutere, ed in rete la polemica continua. D’Angelo ha detto, a Media Duemila, che la sua posizione, soprattutto sul Copyright, è sempre stata distante da quella del Presidente e dunque ha manifestato così il suo dissenso. Televisione e mercato, poi, sono altri temi caldi su cui discutere. Intervisteremo ampiamente, nelle prossime Newsletter di Media Duemila, ciascuno dei commissari per comprendere ed analizzare nel dettaglio le tematiche che hanno portato per la prima volta ad una riunione non plenaria da molti punti di vista perché mancavano anche alcune cariche istituzionali di primo piano. Intanto invitiamo i commissari a partecipare al Premio “Nostalgia di Futuro 2012″ perché la persona digitale sarà protagonista dell’evento e l’opinione di esperti sulla neutralità della rete, sugli aspetti giuridici di questo mondo digitale che cresce costantemente saranno estremamente importanti per comprendere il nostro presente.

Sulla relazione al Senato del settennato dell’Agcom del Presidente Calabrò, un giudizio sostanzialmente positivo, viene da Cesare Avenia, presidente di Assotelecomunicazioni-Asstel, l’associazione delle imprese di Tlc aderente a Confindustria Digitale.“In un mondo fortemente caratterizzato dalla velocità e dalla complessità dei cambiamenti indotti dall’innovazione – afferma Avenia – l’attività svolta in questi sette anni dall’Autorità si è distinta per la linea di equilibrio emersa nell’affrontare le diverse tematiche, contribuendo così all’evoluzione del settore Tlc italiano in termini fortemente concorrenziali, capace di svolgere una chiara e marcata funzione anticiclica. Inoltre, cogliendo in pieno il valore strategico dello sviluppo delle telecomunicazioni per la crescita dell’economia e la modernizzazione del Paese, la presidenza Calabrò ha giocato anche un importante ruolo di stimolo per l’attuazione dell’Agenda Digitale in Italia, che ci auguriamo venga svolto e valorizzato anche dalla prossima presidenza Agcomâ€.

Ma sugli sviluppi futuri dell’Agcom incombe, però, la lettera ufficiale che l’Onu ha inviato al Governo italiano dove chiede, per la prima volta, di garantire trasparenza e pluralismo per le nuove nomine dei membri dell’autorità pubblica di controllo.

Frank La Rue, relatore speciale dell’Onu sulla tutela del diritto per la libertà di manifestazione del pensiero ha scritto rivelando la sua grande preoccupazione sulla vicenda. Il relatore delle Nazioni Unite invita, infatti, il Sottosegretario di Stato agli Esteri, Staffan De Mistura, a lanciare una consultazione pubblica per la nomina dei nuovi vertici, che coinvolga anche la società civile. Chiede, quindi, sempre in nome della trasparenza, anche la pubblicazione online dei curricula dei candidati. La Rue, oltretutto, non si esime a candidarsi come osservatore Onu per verificare che il processo si svolga in modo trasparente e corretto.

Anche la società civile – scrive vogliamo-trasparenza.it, l’iniziativa promossa da Open Media Coalition - sembra intenzionata a sostenere quel che La Rue chiede. Un foltissimo gruppo di cittadini, associazioni di categoria e imprese, infatti, si è già mobilitato per sollecitare il Parlamento e i partit a rispettare merito e trasparenza nelle nomine dei consiglieri Rai, Agcom e Garante Privacy. Il tutto in nome di quel diritto all’informazione, partecipazione e libertà di espressione che una società democratica dovrebbe avere.

Livia Serlupi Crescenzi

media2000@tin.it

Le sfide dell’Autorità nel mondo convergente

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di CORRADO CALABRO’ -

La convergenza nel mondo delle comunicazioni è divenuta concreta realtà. Internet assume sempre più un ruolo centrale.
Nel nuovo contesto c’è un soggetto che ha rivoluzionato la catena del valore, l’operatore over the top, che valorizza, a fini propri, reti e contenuti altrui.
E’ questo uno dei temi principali che si pongono al regolatore. Meno regole per tutti o qualche regola in più a chi oggi non ne ha per stabilire un corretto terreno competitivo (level playing field)? La questione assume ancor maggiore importanza se si considera che Internet, quale luogo privilegiato della convergenza, implica anche dimensioni extra-economiche che toccano libertà fondamentali della persona, dal diritto di informazione alla libertà di espressione. Per non parlare della privacy.
Declinazione del diritto alla libera circolazione del pensiero nelle nuove forme della tecnologia, necessità di conciliare il diritto di accesso dell’utente di internet con la tutela del diritto dell’autore dell’opera e dei fornitori dei contenuti (net neutrality e copyright), tutela della concorrenza e incentivazione dell’innovazione nelle reti di nuova generazione, costituiscono le nuove frontiere sulle quali l’Autorità, come i regolatori di tutto il mondo, deve misurarsi.
Si tratta di snodi fondamentali per definire un framework regolamentare che garantisca una competizione equa e sostenibile tra i diversi attori che contribuiscono allo sviluppo dell’ecosistema digitale, nel rispetto delle fondamentali garanzie per l’individuo.
In gioco non vi è “solo†la concorrenza o la tutela di diritti sensibili: c’è lo sviluppo di un settore cruciale per la crescita del Paese e per il suo posizionamento nel mercato globale.
La difficoltà risiede proprio nel tenere tutto insieme. Per un regolatore, è la sfida più complessa. Quella che, però, può effettivamente caratterizzare e nobilitare la missione di un’Autorità convergente, qual è l’AGCOM.

Corrado Calabrò

Presidente AGCOM

Calabrò: “Riforma Rai, sviluppo delle reti, banda larga priorità nazionali per vivere nel villaggio globaleâ€

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Sintesi della Relazione del Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò (Camera dei deputati, Sala della Lupa, 14 giugno 2011)

 

Viviamo nell’epoca di internet.

Nei Paesi del Nord-Africa e del Medio-Oriente Twitter e Facebook hanno fatto da detonatore della rivolta. Una coppia egiziana ha chiamato la figlia Facebook in onore del ruolo del web nella rivoluzione di piazza Tahir. L’ultima campagna elettorale americana è stata condotta dal presidente Obama sulla Rete.

E tuttavia in Italia è ancora la tv il veicolo di gran lunga prevalente per l’informazione: oltre il 90%; poi vengono i quotidiani col 61%; internet è per ora soltanto al 20%.

Le tendenze si stanno stabilizzando: crescita, ancora, del comparto dell’audiovisivo; riposizionamento del comparto dell’editoria; crescente rilievo di internet, divenuto uno dei più importanti canali di raccolta pubblicitaria; per quanto riguarda la raccolta pubblicitaria la crescita di internet è continua.

Il sistema televisivo italiano è ormai tripolare.

Per quanto riguarda la ripartizione delle risorse, Mediaset rappresenta il 30% delle risorse complessive, Sky il 29%, Rai il 28%.

Nella raccolta pubblicitaria, Mediaset, con il 38% degli ascolti, attira il 56% delle risorse pubblicitarie; Sky meno del 5%.

La Rai, con circa il 41% degli ascolti, controlla il 24% della pubblicità (opera uno stringente limite di legge). Con il canone non riscosso (almeno 300 milioni l’anno) la Rai sarebbe il primo operatore. È intollerabile il livello di evasione del canone. Nelle mie precedenti relazioni ho fatto delle proposte per la riforma della Rai in senso duale, che, come tutte le altre, non hanno avuto seguito.

Certo la Rai dovrebbe avere maggiore considerazione per la qualità del suo servizio. Purtroppo arrestare il declino della tv pubblica è una priorità non percepita come tale.

Le sei reti generaliste di Rai e Mediaset conquistano ancora oltre il 73% di share medio giornaliero.

Pertanto il modello tradizionale imperante della tv generalista tiene ancora. E i principali broadcaster sono più o meno gli stessi.

Da qui l’importanza della messa in gara (beauty contest) di 5 nuovi multiplex di frequenze televisive per il digitale terrestre. Questo ampliamento del pluralismo televisivo è stato reso possibile dal piano delle frequenze approvato dall’Autorità che, dopo trent’anni di propagazione spontaneista (ratificata, negli anni, dal Ministero in base a un sempre prorogato regime transitorio), ha fatto chiarezza ed ha messo ordine nell’utilizzazione delle frequenze.

La nostra Autorità e l’Antitrust si sono espresse nel senso che Sky possa partecipare al beauty contest, a certe condizioni. E il Consiglio di Stato ha condiviso tale avviso.

La Commissione europea ha adesso all’esame il bando di gara, predisposto dal Ministero dello sviluppo economico. Solo in esito a tale esame chiuderà la procedura d’infrazione contro l’Italia.

Sempre sul tema del pluralismo abbiamo segnalato al Governo e al Parlamento l’opportunità di prorogare il divieto di cumulo tra stampa e tv; e il Governo ha accolto la nostra segnalazione.

Siamo appena usciti dalle campagne elettorali per le elezioni amministrative e per i referendum. Abbiamo adottato, quando necessario, puntuali interventi correttivi, in una situazione che minacciava di debordare in più modi. Certo, l’applicazione della legge sulla par condicio è un esercizio giuridico arduo e complesso, per l’amplificazione e la suggestione mediatica e per la necessità di tenere il passo coi tempi.

L’editoria - che rimane il secondo veicolo d’informazione dell’attualità - attraversa una complessa fase di trasformazione. Prosegue la riduzione delle copie vendute; le risorse attivate complessivamente diminuiscono (-4,5%), anche se nell’ultimo anno la raccolta pubblicitaria sulla carta stampata è rimasta pressoché costante. Cresce la capillare presenza delle testate giornalistiche nell’area della multimedialità.

La raccolta pubblicitaria on line complessiva cresce sino a sfiorare il miliardo di euro. Google è il giocatore più importante.

Internet che in meno di 40 anni è diventata un’infrastruttura da cui dipendono non solo la comunicazione mondiale, ma anche le transazioni economiche di tutti i settori, il trasferimento e la conservazione dei dati, le operazioni militari.

Ma internet vuol dire anche disintermediazione.

La funzione di filtro in precedenza era affidata a pochi grandi “custodi” del sapere: editori, università, autorità culturali. Oggi la ricchezza quantitativa d’informazione travolge la possibilità di un concomitante giudizio critico, qualitativo. Questo può arricchire ma può disorientare. L’informazione diventa più libera ma più esposta al “rumore di fondo”.

Bisogna comunque prendere atto che la cittadinanza digitale sembra rappresentare ai nostri giorni la “naturale” estensione della cittadinanza tradizionale.

Ma non si può ignorare che la grande libertà nell’utilizzazione dei nuovi strumenti insidia il diritto alla remunerazione dei creatori delle opere dell’ingegno.

È universale la richiesta di una nuova disciplina del diritto d’autore attestata sulle nuove frontiere della tecnologia. Una disciplina a livello sovranazionale, come vado sostenendo da anni (adesso l’ha detto pure Sarkozy nell’ultimo G8). Noi abbiamo elaborato uno schema che ha riscosso consensi, che sono andati al di là di quanto potessimo immaginare. Addirittura il nostro schema viene tenuto a confronto in Francia, Olanda, Gran Bretagna e nel Congresso degli Stati Uniti.

Abbiamo azzeccato la soluzione? Non credo, ma forse siamo sulla via giusta.

Una via da praticare perché l’Italia ha due primati negativi: agli ultimi posti del ranking dei Paesi europei sul fronte dell’accesso ad internet, e ai primi posti a livello mondiale per la pirateria.

Rappresenta ormai una costante positiva nel quadro economico del nostro Paese il contributo antinflattivo dei servizi di telecomunicazioni. Nell’ultimo anno i prezzi del settore sono diminuiti del 5%, proseguendo una dinamica che porta a quasi 65 punti, dal 1997, la forbice tra l’indice di tali prezzi, diminuito quasi del 33%, e l’indice nazionale dei prezzi e servizi, cresciuto di oltre il 31%. Nessun altro Paese europeo è così virtuoso.

Ma abbiamo un’Italia a due velocità.

Nella rete mobile abbiamo da tempo il primato per numero di cellulari, primato che si sta trasferendo anche sull’utilizzazione della larga banda mobile per il traffico dati.

Vantiamo il dato più elevato di diffusione degli apparecchi idonei a ricevere e trasmettere dati in mobilità (dagli smartphone - alle chiavette USB). Sono circa 12 milioni gli italiani che navigano in rete dal telefonino, scaricano applicazioni, vanno quotidianamente su Facebook, prenotano il cinema, il treno, l’aereo, guardano gli orari degli autobus.

Non solo il pianeta è divenuto un villaggio globale; si è anche rimpicciolito fino a entrare in un telefonino o in un tablet.

Nella rete fissa, invece, la situazione è più stagnante.

La percentuale di abitazioni connesse alla banda larga (fisso e mobile) è inferiore al 50%, a fronte di una media europea del 61%. Esiste ancora un 4% di digital divide da colmare. Siamo sull’orlo della retrocessione in serie B.

Le piccole e medie imprese stentano ad acquisire maturità nell’utilizzo delle soluzioni informatiche.

L’anno scorso avevo dato un segnale di allerta: se non interveniamo rapidamente la nostra rete mobile rischia il collasso. Qualcuno prese male il mio avvertimento, ma oggi il riconoscimento della sua fondatezza è diffuso: negli ultimi 4 anni il traffico sulla rete mobile è aumentato di 16 volte.

L’internet delle cose segnerà un ulteriore salto di qualità nel consumo di byte.

Il sistema delle comunicazioni elettroniche deve poter reggere l’impatto affinché i benefici della svolta digitale non siano soffocati nella culla.

Il tema dello sviluppo delle reti è dunque la cornice imprescindibile in cui inquadrare tutti i tasselli del puzzle e promuovere la sostenibilità dell’ecosistema digitale. Il problema, tuttavia, è complicato dal fatto che motori di ricerca, over the top, non sono vincolati ad investimenti in infrastrutture.

I nuovi soggetti sviluppano servizi ad alto margine e non pagano agli operatori di telecomunicazione un pedaggio proporzionato al valore che estraggono dalla rete, proprio nel momento in cui gli operatori avrebbero maggior bisogno di risorse per investire nelle reti di nuova generazione.

Da parte loro gli operatori di telecomunicazione stanno in surplace.

Il Governo, al tavolo Romani, sta cercando di convincere i maggiori operatori di telecomunicazioni a investire insieme.

Ma il suo potere di convinzione è scarso, visto che non mette sul tavolo nemmeno un euro e che addirittura gli 800 milioni destinati alla riduzione per il digital divide si sono praticamente volatilizzati.

E allora?

C’è un soggetto, uno solo, che può giocare l’atout per trasformare l’Italia in un Paese informatizzato così come l’IRI ha svolto un ruolo fondamentale nella trasformazione dell’Italia da Paese agricolo in Paese industrializzato: la Cassa Depositi e Prestiti.

Lo farà? La consapevolezza della fondamentalità della banda larga per lo sviluppo del Paese è ben presente nella struttura.

Non è questa un’opinione solamente mia, dell’Agcom o degli esperti e studiosi italiani. È  un’opinione universalmente condivisa, perfino in un Paese disastrato come la Grecia.

L’effetto positivo dell’alta velocità trasmissiva si manifesta sia sul versante dei risparmi di spesa che su quello della produttività.

Destinare anche solo 80 MhZ alla banda larga mobile comporterebbe per l’economia italiana una creazione di valore tra gli 11 e i 19 miliardi.

Almeno 1 punto di PIL per ogni 10% di diffusione della banda larga e circa 30 miliardi all’anno, a regime per l’Italia, di risparmi.

Non solo chi ha il debito più elevato risulta maggiormente esposto nel panorama globale, ma anche chi sperimenta la crescita economica più bassa. E l’Italia ha un trend di crescita modesto, pur nell’ambito della modesta area euro.

C’è scarsa consapevolezza delle potenzialità delle tecnologie della società dell’informazione, mentre esse possono invece dare una spallata a un sistema imballato.

Al giorno d’oggi nessun altro settore è in grado di accelerare in misura comparabile la crescita e lo sviluppo del Paese, in un momento in cui ne abbiamo assoluto bisogno.

 

Il valore dell’indipendenza

La trasposizione nell’ordinamento nazionale del terzo “pacchetto” delle comunicazioni elettroniche non è avvenuta entro il termine previsto del 25 maggio. Lo svigorimento normativo è appena temperato dal fatto che le disposizioni self-executing delle direttive comunitarie hanno comunque efficacia nell’ordinamento interno.

Continuiamo comunque ad auspicare che possa trovare seguito nel testo del d.leg. di recepimento la nostra segnalazione - che rinnoveremo - circa l’opportunità di rafforzare l’indipendenza dell’Autorità nazionale di regolamentazione, come prefigurato dalla Direttiva Quadro.

L’attività di programmazione e di promozione strategica è di competenza dell’Autorità politica.

Ma, una volta dato il quadro istituzionale, le competenze sono definite e non devono mischiarsi e/o sovrapporsi. Un recente parere del Consiglio di Stato lo ha messo scultoreamente in evidenza.

Tanto più indispensabile è il requisito dell’indipendenza per un’Autorità come la nostra, cui è affidato anche il compito delicatissimo della tutela del pluralismo.

Un regolatore ben attrezzato non è esente da inadeguatezze ed errori, ma la sua soggezione al controllo di quadro dell’Unione europea e del Parlamento e al penetrante sindacato del giudice amministrativo costituisce una precisa garanzia per il suo retto funzionamento.

Resta indubbiamente fondamentale - specie nel nostro settore - che ci siano imprese capaci di cogliere il nuovo e programmare l’avvenire.

Oggi; perché il domani sarà il frutto di scelte che andavano fatte oggi.

Nuove tecnologie motore di un cambiamento epocale

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Pubblichiamo l’intervento di Corrado Calabrò, Presidente dell’Agcom, per la presentazione del volume “ICT, Italia: idee, rischi, opportunità”

 

È un onore per me essere qui come presidente dell’Autorità italiana per le comunicazioni in occasione della pubblicazione degli atti delle Giornate marconiane sui cento anni del premio Nobel a Guglielmo Marconi. Ça va sans dire che l’Agcom ha nel cuore Marconi e, soprattutto, ha a cuore l’evoluzione e la traduzione della sua visione.

 

“Quali che possano essere i suoi attuali difetti e le sue deficienze, la telegrafia senza fili è destinata ad affermarsi, e non soltanto ad affermarsi, ma a progredire e svilupparsi. Per questa via si potrà forse trasmettere un giorno i messaggi a Paesi lontani con un minimo consumo di energia e conseguentemente, con minima spesa”.

Queste le parole pronunciate da Marconi nel suo discorso per il conferimento del Nobel, nel dicembre 1909.

Quanta consapevolezza poteva avere Marconi degli sviluppi futuri della sua invenzione?

Nessuno immaginava allora che quell’invenzione avrebbe letteralmente cambiato il mondo.

Telefono, televisione, Internet hanno fatto del pianeta un “villaggio globale”. Ma in principio fu la radio, vale a dire la trasmissione a distanza, senza fili, di segnali sulle onde hertziane.

Marconi cominciò, così come altri (Hertz, Tesla, Braun, Edison, Popov), con esperimenti di trasmissione a breve distanza. Ma fu lui il primo a credere nella possibilità della trasmissione di messaggi istantanei a grande distanza.

La cosa era in contrasto con la conoscenza scientifica - e con lo stesso senso comune - che gli ostacoli naturali (montagne, oceani), e soprattutto la curvatura della Terra, costituivano un impedimento insuperabile per le onde hertziane.

Nessuno - e meno che mai Marconi, che non era uno scienziato teorico - sapeva allora che la Terra è circondata da una fascia di gas ionizzati, la ionosfera, che riflette le onde radio.

Marconi credette nella trasmissione da un punto all’altro del globo terrestre nell’erronea convinzione che le onde radio seguissero la curvatura terrestre.

Non solo ci credette: la realizzò.

Serendipity: si chiama serendipity la capacità di rilevare e sfruttare in modo appropriato una scoperta occorsa in modo del tutto casuale durante una ricerca orientata verso altri obiettivi.

“L’immaginazione è più importante della conoscenza” ha affermato una volta Einstein.

 

Le tecnologie della comunicazione sono un motore di sviluppo senza paragoni, se non con l’utilizzazione dell’energia elettrica. In cento anni hanno prodotto cambiamenti mille volte maggiori di quelli realizzati in trenta secoli. La convergenza tra audiovisivo e telecomunicazioni ha potenziato la capacità umana in una maniera sbalorditiva.

È la Rete a costituire l’elemento nuovo di vera discontinuità rispetto alle condizioni che storicamente hanno determinato i circoli virtuosi di crescita della società.

In meno di 40 anni Internet è diventata un’infrastruttura da cui dipendono non solo la comunicazione mondiale, ma anche le transazioni economiche di tutti i settori, il trasferimento e la conservazione dei dati, le operazioni militari, il successo dei moti insurrezionali.

La Rete è la spina dorsale della moderna intelligenza collettiva, della nuova economia; è il tessuto connettivo della società non localizzata d’oggi.

L’elemento dirompente è quello della nuova comunicazione digitale - aperta a tutti, globalizzata e in tempo reale - nata con i vecchi Sms e ora esplosa con le chat, i blog, YouTube, Wikipedia. Si creano nuove comunità che annoverano milioni di membri (Facebook ha 600 milioni di aderenti, di cui 18 milioni solo in Italia; Twitter ha circa 200 milioni). Comunità aggregate e interattive più delle comunità di quartiere, di paese, di partito, di parrocchia.

È impressionante il ruolo che la comunicazione digitale ha avuto nelle rivolte dei Paesi nord-africani. Che sia stata il tramite della propagazione dell’onda rivoluzionaria o una delle con-cause non è facile dirlo; di certo è stata il veicolo di trasmissione più potente all’interno degli Stati (anche di quelli più autoritari) e nei confronti della comunità mondiale. Nel giro di poche ore la comunicazione (specie su Twitter) è dilagata inarrestabilmente.

 

Nella telefonia mobile - smentendo, sia pure a scoppio ritardato, il detto nemo propheta in patria - l’eredità marconiana è sotto gli occhi di tutti. La diffusione dei terminali mobili nel mondo è cresciuta vertiginosamente: da 700 mila sim a 5 miliardi in 10 anni, dal 2000 al 2010; e l’Italia è il primo Paese per penetrazione dei cellulari.

Non solo il pianeta è divenuto un villaggio globale; si è anche rimpicciolito fino a entrare in un telefonino o in un tablet, nel palmo di una mano.

Le nuove forme di comunicazione non cambiano solo il modo con cui gli individui e i gruppi si rappresentano tra di loro; cambiano anche il modo di rapportarsi con le cose.

I navigatori di mappe tematiche sono un esempio: le nuove versioni permetteranno di usare anche riprese di telecamere in diretta, integrate con la realtà virtuale e altro ancora.

Il Web 2.0 - il sito dei blog, dei social network - sarà rimpiazzato dal Web 3.0: un Web semantico col quale si interagisce usando il linguaggio naturale.

Prossimamente, gli oggetti che ci circondano saranno dotati di etichette radioelettriche intelligenti (Rfid) che permetteranno una rappresentazione virtuale dell’ambiente che ci circonda (Internet of things).

 

Aveva previsto tutto questo Marconi? Certamente no. Che c’entra allora tutta l’evoluzione cui ho accennato con Marconi? C’entra.

La novità fondamentale dell’invenzione di Marconi sta nella dematerializzazione della comunicazione e nel fatto conseguente che questo ha soppresso la distanza e ha sincronizzato i tempi di trasmissione e di ricezione di un messaggio. È da lì che è scaturita tutta la sequenza di invenzioni successive (telefono, televisione, Internet), ancorché non fatte da Marconi.

È questa la novità rivoluzionaria che ha cambiato il mondo. E questo Marconi lo previde e lo capì subito.

Oggi siamo così assuefatti alla realtà contestuale che stentiamo a renderci conto della sua innovatività.

Ricevere all’istante una missiva non su un foglio di carta ma mediante segnali elettronici; leggere un libro non su un supporto materiale ma sul nostro computer, sull’iPad, sul tablet, sullo smartphone; vedere e agire fuori dalla portata del nostro campo visivo mediante una telecamera; fare una diagnosi, un referto radiologico (e, in un domani, un intervento chirurgico) a distanza; tagliare la carena di una nave a Taiwan mediante un computer situato a Trieste … controllare il marito mentre sta nell’altro emisfero … sono tutte cose entrate nella nostra quotidianità.

L’assuefazione fa sì che non ci rendiamo conto di quale capacità visionaria e operativa al tempo stesso ci sia voluta per questo sconvolgente cambiamento di scenario.

 

Ma, com’è stato giustamente osservato (da Aldo Grasso, in Convergenza hi-tech, sul Corriere della Sera del 7 marzo 2010), “nella società capitalistica anche la più geniale delle invenzioni deve trovare un mercato per diffondersi: deve cioè intercettare o generare dei bisogni.”

C’è quindi un’attività di fertilizzazione necessaria perché l’innovazione prenda corpo e diventi sistemica, alimentando così un nuovo ciclo, in un percorso che dovrebbe essere continuo.

L’immagine dell’Italia è quella di un Paese che quanto a creatività non difetta, ma che non ha un assetto organizzativo che dia un seguito sistematico all’idea. I talenti emigrano in cerca di un’organizzazione migliore a supporto della ricerca (maggiori fondi, ambiente scientifico meritocratico, migliori relazioni tra scienza e industria), i progetti pilota realizzati in Italia vengono sviluppati su scala industriale altrove, i nostri brevetti servono ad altri per implementare soluzioni commerciali. Un esempio fra i tanti? Poste Italiane firma un accordo commerciale con l’operatore postale albanese per la fornitura di servizi di comunicazione digitale sicura e certificata; lo stesso progetto in Italia non si è affermato in egual misura. 

Ancora: l’inventore dell’accelerometro è un italiano (Bruno Munari); l’accelerometro è alla base del successo della console Nintendo-Wii, dell’iPhone e dell’iPad. Ma l’Italia ha un ruolo marginale nella produzione di device. Un altro italiano (Leonardo Chiariglione) ha promosso ed avviato l’attività di standardizzazione dello standard Mpeg che ha facilitato la rivoluzione digitale nel settore audiovisivo attraverso l’Mp3: non si può certo dire che l’industria ICT italiana abbia tratto vantaggio competitivo da questa conoscenza. 

Insomma: vendiamo copie “zero” per sviluppi seriali di altri.

Il settore delle Tlc è la chiave di volta della rivoluzione digitale che, abilitando l’innovazione, può cambiare radicalmente i paradigmi dell’economia e della società.

L’agenda digitale europea identifica chiaramente le priorità e le linee di intervento che gli Stati membri devono sviluppare per recuperare la minore velocità di sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, realizzando un mercato digitale europeo alimentato da reti internet ultraveloci e da applicazioni interoperabili.

Nel nostro Paese, per una mancanza di visione d’insieme, questi scenari rischiano seriamente di non tradursi nella vita di ogni giorno in contemporaneità con quello che sta accadendo negli altri Paesi, europei ed extraeuropei.

La scarsa consapevolezza delle potenzialità delle tecnologie nella società dell’informazione relega queste ultime a uno dei tanti strumenti di sviluppo economico, mentre esse possono invece dare una spallata a un sistema imballato, possono essere il motore di un cambiamento epocale.

Telelavoro, e-learning, e-government, e-health, mobile payment, e-paper, gestione energetica intelligente: le città intelligenti possono al contempo promuovere la crescita e generare importanti risparmi. Confindustria è arrivata a stimarli complessivamente in circa 30 miliardi all’anno, a regime per l’Italia. Grazie alla sola gestione informatizzata del traffico le smart cities del progetto Ibm hanno risparmiato più di 15 milioni di dollari l’anno in minor tempo perso negli ingorghi. Potrei andare avanti con altri esempi.

L’innovazione ha un potere abilitante che proietta tutto in un contesto globale. Un potere talmente deflagrante che anche barriere storiche, politiche, sociali, mentali possono essere superate. Nel terzo mondo le reti mobili e le applicazioni per le transazioni monetarie sostengono l’imprenditorialità più di tanti sussidi. Israele e l’Alleanza europea per l’innovazione (Eai) stanno collaborando in questi giorni per mettere a disposizione di Israeliani e Palestinesi una piattaforma virtuale comune (Zooranet) per condividere informazioni, pensieri, progetti, esperienze e idee diverse al fine di creare un’unica grande rete di solidarietà e conoscenza.

Se l’ICT giova a contribuire a realizzare un ponte di pace in una delle zone più martoriate del pianeta, è ammissibile che noi non rinunciamo ai battibecchi quotidiani tra i diversi operatori della comunicazione per convogliarne le potenzialità nella costruzione di una grande infostruttura che faccia correre l’Italia?

 

Attenzione: un collo di bottiglia rischia di frenare lo scenario digitale di per sé tecnicamente realizzabile. Le comunicazioni mobili hanno urgente bisogno di frequenze per lo sviluppo di nuovi servizi e per garantire la qualità di una rete su cui è il traffico è esponenzialmente crescente. La diffusione delle nuove applicazioni postula infatti una disponibilità di banda su una scala che non è minimamente confrontabile con il fabbisogno di ieri. Uno sviluppo spettacolare e rapidissimo che, nella mia ultima relazione al Parlamento, mi ha portato a dare un segnale di allerta: se non interveniamo rapidamente la nostra rete mobile rischia il collasso.

Qualcuno fraintese il mio avvertimento, ma oggi il riconoscimento della sua fondatezza è diffuso. Stime puntuali portano diversi advisor a identificare in 1 GHz di spettro la soglia minima per un utilizzo diffuso delle nuove applicazioni quali la telemedicina, il controllo del traffico e del consumo energetico nazionale.

In questa prospettiva, l’azione dell’Autorità è coerente con la visione. Non solo il Piano delle frequenze e il relativo dividendo digitale esterno, ma anche gli interventi di liberazione e di incentivo alla liberazione di diverse bande di frequenza, si prefiggono un risultato strategico di lungo periodo. Si possono ora mettere a gara oltre 300 MHz di spettro. È un primo passo; non potremo fermarci qui.

È necessaria una riflessione più ampia sulla sostenibilità dell’ecosistema digitale nel suo complesso. Una riflessione che avrà sicuramente una dimensione internazionale e che l’Autorità, anche in omaggio al genio di Marconi, intende promuovere e supportare con slancio.

 

In un mondo in continua trasformazione, dove la rete intelligente fornisce nuove dimensioni di spazialità e temporalità, sorge la sfida dei nuovi diritti e della nuova economia: una sfida che postula una regolazione adeguata.

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni guarda a questo cambiamento da un osservatorio privilegiato e con un compito estremamente impegnativo: adeguare costantemente il sistema delle regole a una realtà in vertiginosa evoluzione.

Lo facciamo commisurando continuamente le nostre regole agli effetti prodotti sulle situazioni in divenire. Altrimenti le regole diventano un letto di Procuste che coarta, deforma, mutila l’innovazione.

 

Emanare norme “a prova di futuro” è l’obiettivo - irrealizzabile - di qualunque regolatore.

Noi cerchiamo di fare del nostro meglio. Ma non abbiamo né il genio di Marconi né la sua serendipity. Non abbiamo nemmeno il suo maggiordomo Mignani.

 

                               Corrado Calabrò

                              Presidente Agcom

Incentivi all’innovazione e neutralità della Rete per combattere la pirateria

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Pubblichiamo l’intervento di Corrado Calabrò, Presidente AGCOM, su “Diritti d’autore nell’era di Internet”

 

Combattere una battaglia con armi inadeguate conduce ad una sconfitta sicura, peraltro con dispiego di energie e, al contempo, avvalora il mantenimento di posizioni di retroguardia chiuse alla comprensione del fenomeno da contrastare.

La rivoluzione di Internet e il suo impatto deflagrante sull’universo dei contenuti ha elevato a dismisura il livello della complessità di analisi e di azione per tutti gli stakeholder coinvolti: dall’industria dei contenuti, al mondo delle telecomunicazioni, dai regolatori ai consumatori.

Internet è un’autostrada, non è il pilota dell’automobile. Non è ontologicamente orientata: di per sé non è né il bene, né il male. Ma la Rete è un “bene comune” che va salvaguardato e regolato per coglierne i benefici e arginarne le esternalità negative.

Ragionare del diritto d’autore oggi significa affrontare il “tema” forse più complesso, la sfida più alta che la tecnologia, l’informazione e la creatività sollevano. La possibilità di distribuire e scambiare contenuti attraverso Internet sulle nuove piattaforme digitali senza remunerare il proprietario del contenuto, che non è più in grado di esercitare un effettivo controllo, determina tensioni crescenti tra titolari dei diritti e nuove piattaforme distributive. Una questione talmente sfaccettata e centripeta che comunque la si affronti si ha sempre la sensazione di un’insoddisfacente semplificazione delle variabili in gioco. La dimensione mondiale del fenomeno si confronta con un diritto ancora figlio degli ordinamenti dei singoli Stati; la tutela del copyright va coniugata con la libertà di espressione e d’informazione; l’affermazione di principi di legalità e di contrasto alle violazioni si deve integrare con l’incentivo all’innovazione, alla qualità; qualsiasi discriminazione nella fruizione di contenuti non può minare la neutralità della Rete; la remunerazione dei servizi di informazione non può presupporre il ritorno degli investimenti nelle reti che abilitano i servizi. E sullo sfondo c’è un’inarrestabile evoluzione tecnologica che cambia continuamente le categorie e i valori in gioco.

Non a caso il diritto d’autore on line è in vetta alle priorità dell’Agenda digitale dell’Unione europea.

Da un punto di vista regolamentare, la materia della tutela del diritto d’autore on line postula un approccio rigoroso, aperto, bilanciato e non fazioso; consapevole non solo che si tratta inevitabilmente di un inseguimento per codificare e normare una trasformazione che è tanto repentina, complessa e mutante quanto ancora incerta nell’esito; ma anche che le soluzioni di volta in volta trovate non potranno rappresentare un ottimo assoluto, ma solo un ragionevole equilibrio tra istanze anche di natura opposta, continuamente messe in discussione.

Non paia un’ammissione di debolezza o di eccessivo relativismo e men che mai di rinuncia. È l’onesto riconoscimento del compito estremamente impegnativo che il regolatore deve affrontare: adeguare costantemente il sistema delle regole a una realtà in vertiginosa evoluzione. Commisurare continuamente le decisioni assunte agli effetti prodotti sulle situazioni in divenire. Altrimenti le regole diventano un letto di Procuste che coarta, deforma, mutila l’innovazione.

Proprio questo orientamento di principio mi aveva portato a valutare come eccessivamente rigide e inefficaci le norme contenute nella prima versione del decreto Romani che faceva obbligo ai fornitori di servizi di media audiovisivi di astenersi dal trasmettere, su qualsiasi piattaforma, programmi oggetto di diritti di proprietà intellettuale di terzi, senza il consenso dei titolari, e demandava all’Agcom l’adozione delle disposizioni regolamentari necessarie per renderne effettiva l’osservanza (Cfr. articolo 32-bis del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44.).

Anche a seguito del nostro intervento il testo è in parte cambiato, e l’Autorità non può che apprezzare la scelta del Governo di rafforzare il suo ruolo di organo istituzionalmente deputato alla tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica.

L’Autorità non aspira a diventare lo sceriffo di Internet, come qualcuno ha paventato; né questo sarebbe semplicemente possibile. L’Agcom intende al contrario utilizzare tutto il suo expertise nel tentativo di affrontare in maniera organica ed efficace il tema del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica, anche in coerenza con i primi risultati di un’indagine conoscitiva che ha rappresentato un’occasione di proficuo scambio con l’industria e con il mondo dell’informazione e i cui contenuti hanno riscosso un generale apprezzamento (Indagine conoscitiva “Il diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica”, pubblicata il 12 gennaio 2010, disponibile sul sito http://www.agcom.it/).

Più facile a dirsi che a farsi, comunque, è l’adozione di una regolamentazione efficace.

In seguito ad un intenso e approfondito dibattito nel Consiglio dell’Autorità si è giunti da poco alla proposta messa a consultazione (Delibera n.668/10/CONS.). Le diverse e comprensibili attese per questa decisione pongono il nostro atto sotto uno scrutinio capillare e stratigrafico; ma il documento sta ricevendo l’apprezzamento anche dei più scettici, che certo non erano pochi.

Le misure si caratterizzano per un approccio innovativo nel rispetto del diritto alla privacy e della libertà di espressione ma tenendo conto del quadro tecnologico. Azioni positive per favorire l’offerta legale di contenuti insieme ad azioni di contrasto per la rapida eliminazione dalla Rete dei contenuti inseriti in violazione del copyright.

I provvedimenti a tutela del diritto d’autore si focalizzano sui contenuti la cui distribuzione violi la norma sul copyright; sul gestore del sito e non sugli utenti, marcando in questo senso una differenza sostanziale con l’impianto delle diverse versioni della travagliata legge Hadopi in Francia. In particolare, attraverso la responsabilizzazione del fornitore del servizio e prevedendo una selettività dell’azione di tutela di un diritto che è soggettivo, l’Autorità ha raggiunto un accettabile punto di equilibrio tra diritti di pari dignità perseguendo una linea regolamentare pragmatica e percorribile. Con ciò collocando l’Italia tra i Paesi più moderni ed avanzati. Anche gli Stati Uniti stanno seguendo con vivo interesse gli sviluppi della nostra consultazione.

Sono sempre stato convinto che non si possa usare una mentalità ottocentesca, che andava bene per il cartaceo, per regolare, con giudizi di valore tipo vintage, un fenomeno, come quello della pirateria digitale, in vertiginosa evoluzione tecnologica.

La recente indagine commissionata dalla Federazione anti-pirateria audiovisiva ha evidenziato che le abitudini del pirata-tipo sono in evoluzione: non strettamente guidate da fattori monetari, possono anzi essere messe in discussione più da miglioramenti dell’offerta che da azioni repressive. La riduzione delle finestre di programmazione con l’equiparazione delle diverse piattaforme e il miglioramento della qualità della user experience per la fruizione di contenuti digitali (ad esempio il 3D), sono in grado di spostare la scelta da un atto criminoso ad uno che riconosce valore al sistema e dà al contempo maggiore soddisfazione all’utente. Elementi, questi, ampiamente considerati nella bozza di regolamento.

Il problema esiste, ma l’orizzonte non si riduce ad esso. Siamo sicuri che la competitività dell’industria italiana dei contenuti dipenda in modo così determinante dalla pirateria? Non saranno anche il ritardo nella diffusione della banda larga e la scarsa alfabetizzazione informatica a frenare innovazione e investimenti in nuovi modelli di offerta e di distribuzione on line - e in sistemi di pagamento efficaci per far diventare pratica corrente le micro transazioni sul Web? È il riconoscimento di incentivi all’innovazione che deve permeare il significato di una azione di antipirateria. Perché è l’innovazione che rende possibile lo sviluppo sostenibile dell’industria, unitamente ad una regolamentazione tecnologicamente “neutrale”.

Solo in questo modo Internet potrà integrare e far convergere - realmente e per tutti - diversi media, ampliando a dismisura le loro possibilità. Non ne segnerà la fine, ma ne aumenterà il valore.

 

Corrado Calabrò

Presidente AGCOM

L’AGCOM sulla numerazione automatica dei canali

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Il Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni presieduto da Corrado Calabrò ha formalizzato la decisione assunta nella riunione dell’8 luglio sul piano di numerazione automatica dei canali (LCN) della televisione digitale terrestre.

Il piano, che ha valenza su tutto il territorio nazionale, e comporta l’individuazione di un range di numerazione per categoria di programmi (canali generalisti nazionali, canali locali, canali a diffusione nazionale suddivisi per generi di programmazione) ha assegnato:

-          ai canali generalisti nazionali: i numeri da 1 a 9 e a partire dal numero 20 del primo arco di numerazione;

-          alle emittenti locali: i numeri da 10 a 19 e da 71 alla fine del primo arco di numerazione;

-          alle emittenti locali sono stati inoltre assegnati: i medesimi blocchi attribuiti con riferimento al primo arco di numerazione anche per il secondo e terzo arco di numerazione, nonché tutto il settimo arco di numerazione (700-800);

-          ai canali digitali terrestri a diffusione nazionale in chiaro sono attribuiti i numeri fino a 70 del primo arco di numerazione, suddivisi nei seguenti generi di programmazione: semigeneralisti, bambini e ragazzi, informazione, cultura, sport, musica, televendite;

-          ai servizi di media audiovisivi a pagamento sono riservati il quarto e  quinto arco di numerazione.

Nel definire il piano di numerazione automatica, l’Agcom si è attenuta doverosamente ai criteri stabiliti dalla legge (”Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici”, Dlgs 44/2010) che prevedono:

a) garanzia della semplicità d’uso del sistema di ordinamento automatico dei canali;

b) rispetto delle abitudini e preferenze degli utenti, con particolare riferimento ai canali generalisti nazionali e alle emittenti locali;

c) suddivisione delle numerazioni dei canali a diffusione nazionale sulla base del criterio della programmazione prevalente, in relazione ai seguenti generi di programmazione: semigeneralisti, bambini e ragazzi, informazione, cultura, sport, musica, televendite;

d) individuazione di numerazioni specifiche per i servizi di media audiovisivi a pagamento.

La soluzione adottata in materia di LCN è il frutto della consultazione pubblica indetta dall’Autorità lo scorso aprile.

Al fine di verificare attitudini e preferenze del pubblico è stato inoltre effettuato un sondaggio condotto da una società specializzata, che ha evidenziato, nella sintonizzazione dei canali del sistema digitale, la prevalenza nelle prime posizioni del telecomando (numeri da 1 a 9) delle emittenti televisive nazionali ex analogiche. Ciò conferma  la correttezza dell’ipotesi posta in consultazione, in merito alla quale si sono dichiarate favorevoli le principali associazioni delle emittenti.

Dal sondaggio è emerso che oltre il 70% degli utenti ha un decoder o un televisore integrato e che una percentuale significativa (57%) ha ordinato i programmi secondo le proprie preferenze.

L’Autorità ha quindi voluto innanzitutto ribadire la libertà per l’utente di riorganizzare la lista canali secondo le preferenze individuali.

Inoltre ha stabilito che le posizioni 0, 100, 200, 300, 400, 500, 600, 700, 800, 900 sono riservate ai servizi di interesse generale come le guide ai programmi,  i canali mosaico e tutti gli aiuti alla navigazione e alla libera scelta dei programmi. In quest’ottica, l’Agcom ha confermato l’introduzione, per i decoder digitali terrestri, di  una modalità di navigazione aggiuntiva rispetto all’ordinamento automatico, che consentirà di visualizzare la lista di tutti i canali disponibili.

Più Wi-Fi più libertà

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di MARIA PIA ROSSIGNAUD.


Un appuntamento che nessuno del mondo dei media e delle telecomunicazioni perde. Anche quest’anno nella Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio (Camera dei Deputati), vip e meno vip ascoltano la sintesi di un anno difficile anche per l’AGCOM di Calabrò.

Fini apre la mattinata con un dato soffocante: 20milioni di non lettori in Italia. Mi viene in mente Derrick de Kerckhove quando parla di screttori, cioè di esseri a metà fra lettori e scrittori. Saranno compresi in questi venti milioni? Probabilmente no.

Il presidente Fini focalizza le criticità dei nostri tempi nel suo intervento che invito tutti a leggere. E soprattutto ricorda che in alcuni paesi l’accesso ad Internet è divenuto diritto di rango costituzionale.

Questo concetto secondo me è legato ad un altro aspetto determinante nel mondo dell’accesso universale: la diffusione delle zone Wi-Fi. Su questo punto, nella parte della relazione di Calabrò dedicata alle regole ed ai suggerimenti per un’agenda per l’Italia leggo: “Liberazione  delle radiofrequenze per la larghissima banda e meno vincoli per il Wi-Fi”.

Ebbene la diffusione delle zone Wi-Fi è una battaglia che noi tutti di Media Duemila portiamo avanti da un anno. Una settimana fa il nostro direttore scientifico ha costituito un comitato che promuoverà azioni concrete perché ciò avvenga. Il diritto di accesso passa anche attraverso la possibilità di accesso e senza ledere diritti commerciali, certo. Inoltre la possibilità di accesso a zone Wi-Fi potrebbe risolvere anche il problema del roaming e gli utenti fuori della loro Nazione d’origine possono accedere ai loro dati senza costi onerosi.

Media Duemila invita dunque tutti coloro che sono interessati ad unirsi al nostro gruppo di discussione su Facebook.

Maria Pia Rossignaud

media2000@tin.it

Nuove sanzioni a carico degli operatori di comunicazioni elettroniche

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Il Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, presieduto da Corrado Calabrò,  ha irrogato sanzioni per un ammontare complessivo di 553.645 euro, a carico di alcuni operatori di comunicazioni elettroniche.

In particolare a Opitel S.p.A sono state irrogate sanzioni per un importo totale di 424.329 euro. All’operatore sono state contestate violazioni consistenti nell’attivazione di servizi non richiesti, nelle procedure di migrazione senza  consenso e nell’inottemperanza alle diffide imposte dall’Autorità relative alla comunicazione del codice di migrazione.

BT Italia è risultata destinataria di due provvedimenti sanzionatori (per 41.316 euro complessivi) per non aver dato seguito ai provvedimenti temporanei, disposti rispettivamente dal Co.re.com Puglia e dal Co.re.com Veneto, consistenti nell’invito a liberare due utenze per consentirne il passaggio ad altro operatore.

Multa per 58.000 euro a Telecom Italia S.p.A, sanzionata per aver sospeso, illegittimamente e senza preavviso, un’utenza telefonica pur in pendenza di una procedura di reclamo.

L’operatore Vodafone N.V., infine, è stato sanzionato per 30.000 euro per non aver fornito i dati e le informazioni richieste dall’Autorità per verificare la fondatezza delle violazioni denunciate dai Co.re.com.

La parola si ferma solo sulla carta

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Calabrò nella sua relazione dice che nonostante l’editoria (specialmente quella quotidiana) rappresenta ancora il secondo mezzo di diffusione dell’informazione, e quindi un forte presidio per il pluralismo, è in calo e niente è stato fatto per incentivarla. È vero, infatti immagino che si debba partire dalle scuole o addirittura dai genitori ed a questo proposito ricordo le parole del nostro direttore scientifico ad un symposium internazionale: “Ogni genitori dovrebbe obbligare i figli a leggere su carta, perché la parola si ferma solo sulla carta”.  Questa frase era inserita in un discorso sulla storia del linguaggio che credo sia opportuno riprendere, gliene parlerò e lo inviterò a spiegarci meglio questa teoria che invita dunque gli “screttori” a ritornare lettori o scrittori.